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Zingaretti e il PD fra elezioni e governo, demagogia e annunci

Simone Bonzano Instanews Leave a Comment

Zingaretti annuncia cinque pilastri e poi cinque punti per rilanciare il governo, ma sembra tanto propaganda elettorale pro Emilia Romagna.

Tempo fa – durante il Conte I – mi chiesero perché non parlassi del PD. La risposta era semplice: perché non avevano una linea politica (era vero) e, in quel momento, contavano ben poco (erano all’opposizione di quello che sembrava il monolite gialloverde).

Ora il PD governa con il M5S, baruffa con i partiti nati dalle sue scissioni (Italia Viva e Azione) e pare abbia scelto una linea politica. Ovvero quella del “partito nuovo” aperto a “cattolici, riformisti, Sardine e sinistra” varata dal segretario Zingaretti, summa delle istanze Corbyniste presentate su l’Espresso da Fabrizio Barca e Emanuele Felice e dell’Ulivo 2.0 con il M5S portata avanti da Franceschini.



Corbynismo e PD

Un assiduo lettore di questo blog non si stupirà verso il mio giudizio scettico verso questa linea: comprendo la ratio e la condivido (perché tutti vorrebbero una società più equilibrata), ma non riconosco come validi i metodi e le soluzioni. Le considero assurde nel contesto socio-economico italiano (assurdo dire liberiamoci del neoliberismo in un paese che non l’ha mai visto) e macchiate da un latente populismo à la Mouffe (si legga il post su Barca, compendio verso sinistra di quello sulla Salvinomics).

Soprattutto considero questa corsa al “Corbynusmo” come un estremo tentativo di salvare il partito rincorrendo una visione radicale e massimalista che era diventata la firma del MoVimento 5 Stelle.

Per chi, invece, è nuovo, le dichiarazioni di Zingaretti al seminario del PD all’abbazia di San Pastore a Contigliano, kermesse utilizzata per presentare le linee guida del partito al governo, sono un’ulteriore occasione per motivare il mio giudizio.

Sottolineo come ogni estratto arrivi direttamente dal sito ufficiale del PD.


Slogan e Slogan

“L’Italia non ha più bisogno di picconi, non ha bisogno di slogan, ma di materiali green per ricostruire il futuro”, dice Zingaretti e in un attimo sugella quello che sarà il tono, anche retorico, dell’intervento. Nelle sue parole, infatti si trova il richiamo ambientalista traslato dal piano materiale a quello simbolico e quello del realismo politico invocato dalla Sardine rafforzato dal primo slogan del segretario: “non più odio, ma passione” per creare un riformismo “che faccia crescere l’empatia del PD […] con i problemi delle persone che si sentono sole e in difficoltà”.

Seguono cinque “pilastri”, primo dei quali è “ambiente e sostenibilità”. “Il grande partito dell’ambientalismo italiano è il Partito Democratico”, dichiara Zingaretti, in quanto “questione sociale e ambientale non possono andare separate”. Vero, una politica ambientalista non può prescindere da valutare, contenere e superare i disagi sociali che comporta, ma al di là di un richiamo “al totale efficientamento degli edifici pubblici” allo scopo di “aumentare la qualità della vita”, Zingaretti non spiega come le due questioni debbano esser affrontate.

Perché il problema esiste. La maggior parte del PIL italiano, ed il suo export, si basa su settori ad alto impatto ambientale: componentistica metallica, chimica e automotive.



Ecologia e questione sociale

Come ha replicato al verde Bas Eickhout l’allora candidata alla presidenza della Commissione Europea e ora vicepresidente Margrethe Vestager (ALDE-RenewEU), “la vera sfida dei prossimi anni non è il cambiamento del modello produttivo, ma il gestirne la transizione sociale e umana”. Nel solo settore dell’automotive, il passaggio fra motore a scoppio ed elettrico annullerebbe l’edge competitivo di molte aziende e relativi operai, con quest’ultimi che vedrebbero azzerrato il valore aggiunto delle proprie competenze con conseguenze dirette su redditi e occupazione.

Non è un problema facile da affrontare e, soprattutto, non si fa sbattendo le ciglia. Servono investimenti sia per le aziende coinvolte che per il welfare dei lavoratori, servono proposte che, allo stato delle cose, mancano sia da parte del PD che del suo partner di governo.

Il piano ambientale di Zingaretti si chiude con un richiamo caro all’elettorato 5 Stelle: “dobbiamo trasformare il polo siderurgico [dell’Ilva] in polo dell’economia verde” è “fare di Taranto la città più verde d’Europa”, parole care a Grillo, Di Battista, Lezzi, Toninelli, etc.

Anche qui non si parla del come e dei tempi di conversione sia per l’azienda che per gli occupati.


Il Green new deal e l’Italia

La risposta potrebbe essere nel Green New Deal proposto dalla Commissione Europea e acclamato dal Ministro degli esteri Gualtieri come leva per attivare tale cambiamento. Si tratta di un piano da 1000 miliardi spalmati su 10 anni (quindi 100 mld l’anno) per la sostenibilità ambientale dell’economia europea.

All’Italia dovrebbero spettare fra i 10 e i 15 mld l’anno, equivalenti a circa la metà dei fondi europei che già percepiamo.

Punto primo: il piano deve passare ancora il vaglio dei governi, ovvero del Consiglio Europeo in cui può essere modificato.

Punto secondo: stando al piano della Commissione, parte di quel finanziamento arriverebbero dal fondo di coesione, non si tratterebbe, quindi, di un plus di 10 mld, ma di importo più basso.

Punto terzo: l’Italia l’utilizzo dei fondi europei è storicamente inefficiente.

Il tema, prettamente tecnico, non trova ovviamente spazio nelle parole di Zingaretti e l’unica cosa che rimane da fare è leggere nella proposta di “semplificare, passare dall’Italia della burocrazia all’Italia semplice amica delle imprese e che dia tempi certi all’imprese” attraverso la “sostenibilità digitale”, un gergo che parli di sburocratizzazione della PA e di una possibile riduzione dei passaggi intermedi che sono il vero ostacolo.


Mezzo milione di posti di lavoro

Il terzo punto è dedicato alla “conoscenza […] fondamentale per la ricerca e la creazione del nuovo e per la distribuzione del potere agli individui” e qui il discorso si fa criptico.

Nella prima parte possiamo leggerci un richiamo all’investimento per ricerca e sviluppo per superare il gap di innovazione e produttività delle aziende italiane, concetti troppo pericolosamente “neoliberisti” per essere espressi in maniera chiara. La seconda sembra, invece, l’ennesimo ammiccamento al M5S in quanto richiama il concetto di democrazia diretta. Si noti, infatti, come Zingaretti non parli di “conoscenza” per rafforzare la democrazia, ma di “distribuzione del potere”.

La concretizzazione di questo “pilastro” dovrebbe essere il raddoppio degli istituti tecnici, la costruzione di scuole pomeridiane e “aprire una stagione nuova” con 500.000 nuove assunzione per “riempire lo Stato di una nuova generazione di amministratori”. Non mezzo milione di nuovi insegnanti, ma amministratori della PA come ribadisce nel seguente tweet:

“[…] Dobbiamo sostenere un grande piano di assunzione nel pubblico in Italia […]”.


La PA italiana

Ci sono due fatti che vanno considerati. Se osservato nell’attuale sistema amministrativo, la macchina pubblica è, in molti dei suoi settori, sotto organico cosa che porta a lungaggini burocratiche e inefficienza. Non a caso abbiamo la PA dalla produttività più bassa in Europa (come dimostrato qui).

Dall’altro lato, al di là del numero di occupati, il sistema italiano è gravato da un’eccessiva burocratizzazione, da un surplus di mansioni che rendono la gestione dell’intera massa di enti e uffici bizantina a cui si aggiungono decenni di assunzioni politiche.

In un sistema del genere, aumentare il numero dei lavoratori non comporta un aumento di efficienza della macchina statale, al massimo risolve il tema dei tempi, ma burocrazia, ipertrofia delle competenze ed uso politico delle assunzioni non spariscono.

Il piano di Zingaretti si chiude prima con un accenno alla “comunità” per scommettere sulla solidarietà con richiamo “al mondo associativo” per “politiche di sicurezza urbana”, poi con un passaggio sulla giustizia “contro le diseguaglianze sociali”. Del tema della prescrizione che ha spaccato il governo e su cui il PD si è allineato al M5S, nessun riferimento.



Sulla carta è difficile dirsi contrari al principio espresso da questi cinque concetti (eccezion fatta per le 500.000 assunzioni), ma appena si scosta il velo della verbosità demagogica, di concreto rimane ben poco.

Più che un piano per il governo, il discorso di Zingaretti sembra o un programma elettorale (l’Emilia Romagna è sempre dietro l’angolo) o un OPA su quella parte del MoVimento 5 Stelle e relativo elettorato residuo di sinistra che fa capo a Patuanelli e Conte. Non a caso ne copia lo stile fatto di annunci vuoti (“valuteremo”, “è allo studio”, “dobbiamo”) che si sta ripetendo da mesi senza portare nulla di concreto (seriamente, ci sono stati decine di annunci e 0 atti concreti).

Nel farlo, Zingaretti abbraccia le posizioni politiche si Sanders e Corbyn come quelle ideali di Mouffe, Piketty e Mazzucato, riconoscendo in essi esempi “vincenti” di sinistra dimenticandosi di Costa in Portagallo e di Sanchez in Spagna.

Vale la pena di ricordare infatti che Sanders ha già perso una campagna per le primarie e che Corbyn è reduce dalla più grande sconfitta del Labour in era moderna.

Nota bene: alcuni diranno che il mio è un articolo di destra, pro-Salvini, pro-centrodestra o altro, a loro consiglio di dare uno sguardo al resto del mio blog, si accorgeranno che cosa sia la correttezza intellettuale.


Il Caffè e l’Opinione

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