La Women’s March non è solo una lotta civile! – CO Reloaded del 8-2-2017

“Pussy hats” e manifestanti alla Women’s March di Sabato 21 gennaio, Washington.

Sabato 21 gennaio circa 500.000 persone hanno partecipato alla Women’s March, o Marcia delle Donne, camminando per le strade di Washington e invadendo la capitale statunitense di cappelli rosa chiamati “pussy hats” e cartelli di protesta.

Accanto a quella principale, si sono svolte 672 manifestazioni parallele in altre città americane ed in oltre 20 nazioni. In totale, secondo gli organizzatori, oltre 3 milioni e mezzo di persone si sono radunate in difesa dei diritti delle donne e, in generale, delle minoranze. 

La manifestazione è nata il giorno successivo la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali statunitensi, quando su Facebook è cominciata una mobilitazione femminile per la salvaguardia dei propri diritti a fronte delle conclamate idee maschiliste del neo-Presidente. In breve tempo, quello che era cominciato come uno scambio di messaggi fra piccoli gruppi, è diventato un evento con oltre 200.000 condivisioni, attirando l’interesse delle grandi organizzazioni a tutela dei diritti femminili come Planned Parenthood ed uscendo dal suo orizzonte locale per proporsi come evento mondiale dalla portata storica. In breve tempo, la marcia si è arricchita di temi, e alle associazioni di tutela femminili si sono aggiunte quelle per i diritti della comunità LGBTQ (lesbiche, gay, bisessuali, transgender e queer), la lotta al razzismo ed alle discriminazioni di genere, fino ad arrivare all’ambientalismo ed alla politica, quando il principale sponsor della marcia è diventato il Natural Resources Defence Council, un’organizzazione ambientale che lotta per “salvaguardare il pianeta Terra, gli esseri umani, le piante e gli animali e il sistema naturale”.

“Le politiche di Trump” riassume May Boeve – il direttore esecutivo del gruppo ambientalista 350.org, tra le organizzatrici della Marcia delle Donne – “sono mirate a dividere [l’opinione pubblica], quindi la controffensiva migliore è combatterle unite”.
 

 Davvero? si chiedono le manifestanti alla Women's March

Davvero? si chiedono le manifestanti alla Women’s March

“Too many demands to fit on one poster”, ovvero “troppe richieste per un solo cartello” e “What aren’t we here for?”, cioè “per cos’è che NON siamo qui?”: un’eterogeneità che poteva far perdere il significato reale della Marcia delle Donne, ma che è diventato il simbolo del disagio e delle preoccupazioni che l’elezione di Trump ha scatenato negli Stati Uniti e nel mondo. Non si è trattato, quindi, solo di una marcia volta a difendere i diritti per cui generazioni di femministe hanno lottato, ma anche di una manifestazione contro la cultura tradizionalista, sessista e misogina ancora esistente nel mondo e di cui il neo-Presidente è diventato esempio, spaziando dalla visione della donna, all’attacco ai migranti o al negazionismo a riguardo del cambiamento climatico e per l’abbandono della Green Economy.

Quando sei famoso, loro ti permettono tutto… puoi fare tutto! Prenderle per la f—-a, puoi fare tutto

— Donald J. Trump, in una conversazione registrata nel 2005

Per questi motivi, pensare che la Women’s March sia stata la semplice protesta di alcune donne offese e minacciate dall’elezione di un Presidente che si sente legittimato a trattarle come oggetti – o “afferrarle per le parti intime” come da lui stesso affermato – grazie al “fascino dell’uomo ricco e di successo”, serve solo a sminuirne la grande portata storica. Per coloro che hanno percorso le strade di Washington, Chicago, Los Angeles, Londra e Berlino la Women’s March è stato molto di più, ma per capirlo è necessaria una visione d’insieme: il costruire un fronte unito e transnazionale contro il costante flusso di ordini esecutivi radicali ed estremisti messi in campo dal nuovo Presidente e, nel mondo, contro i suoi emuli ed ispiratori. Negli Stati Uniti, questo senso di malessere e di lontananza di una parte della società civile dai nuovi vertici di Washington è la ragione delle mille proteste degli ultimi venti giorni, siano esse contro la legge anti-rifugiati e anti-immigrati, quella sul muro ai confini del Messico o appunto la Women’s March. 

Conclusasi la manifestazione, molti analisti e critici si sono chiesti se la Women’s March sia stata il primo atto di un movimento civile di lotta e opposizione contro il Presidente Trump – come Seattle fu oltre 18 anni fa sui temi della globalizzazione – oppure se verrà ricordato come un grande exploit senza però risvolti concreti sulle politiche del governo. 

Negli Stati Uniti, già buona parte delle persone intervistate alla Women’s March ha già dichiarato che il proprio impegno civile sarebbe continuato dopo la marcia. Ci sarà chi fra gli organizzatori si candiderà per qualche seggio locale, chi inizierà a collaborare regolarmente con organizzazioni a tutela dei diritti civili, chi ha promesso battaglia agli esponenti politici della sua città e chi, semplicemente, inizierà a difendere la propria opinione di fronte ai numerosi – e rumorosi – sostenitori di Trump. La Women’s March è stata un momento unico per temi e capacità di polarizzazione, che rimarrà nella storia per la sua spontaneità e successo. Si è trattato di un evento dal forte impatto ideologico, ma è necessario accettarla per quello che è stata: una schiera di donne e uomini che insieme hanno condiviso per un giorno il sogno di combattere il tradizionalismo, la misoginia, le discriminazioni e la volontà – fortemente populista – di riportare il mondo indietro di trent’anni.

Donald J. Trump governerà per quattro anni, ma è tramite esperienze come la Women’s March che un altro modo di vedere la società può sopravvivere, negli Stati Uniti e nel mondo. Inoltre, per noi osservatori esterni ed europei, la marcia – e le altre manifestazioni in corso quotidianamente negli Stati Uniti – ci ricordano come in quel paese, non esista solo un agglomerato di emuli trumpisti, ma anche una parte della società consapevole e matura pronta a lottare per i propri diritti.
 


Letture e visioni consigliate:

– Victoria Pepe: I Call Myself A Feminist: The View from Twenty-Five Women Under Thirty

– Roxane Gay: Bad Feminist

– Jessica Valenti: Sex Object – A Memoir

– Caitlin Moran: How to be a Woman

– Christy Turlington Burns: No Woman No Cry (documentario)

I link dei libri consigliati contengono, se esistente, anche la versione italiana.

 Foto di copertina: stepho.the.bear Women’s March – Seattle 01-21-2017 via photopin (license)Foto nel testo: AndrewDallos During today’s NYC #WomensMarchNYC via photopin (license)Foto Galleria: AndrewDallos 42nd Street during today’s #WomensMarchNYC via photopin (license) e eylerwerve Women’s March, January 21 2017, Chicago via photopin (license) e Antrell Williams UNITE via photopin (license)


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