“Emergenza” migranti o allarmismo ideologico a fini elettorali?

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Smetteremo mai di parlare di “emergenza migranti” e trattare il tema in maniera realistica senza cadere nella ricerca del consenso?

La rocambolesca nascita del governo Conte II ha avuto già il suo primo effetto: fuori dai ristretti circoli degli esperti – e degli identitari – il tema “migranti” è un po’ uscito dai radar del mainstream nostrano. Anche perché – dopo le tensioni degli ultimi 15 mesi – l’allarme civile sulle politiche salviniane è rientrato a) per l’uscita di scena dello stesso Salvini e b) per un allentamento dell’attenzione da parte della stampa.

Il tema, però, esistente ancora, sia nella percezione delle persone sia nel programma di Governo (“elaborare una nuova politica sui migranti”). Soprattutto rimane al centro dei nostri rapporti con l’unione europea come dimostra il mini-summit del 23 settembre a Malta.



Il vertice di Malta

In tale sede, i governi di Francia, Germania, Italia e Malta con la supervisione della presidenza di turno della UE – la Finlandia – e alcuni osservatori della Commissione europea, cercheranno un accordo comune per la gestione delle politiche migratorie sul Mediterraneo centrale.

La genesi del vertice è molto particolare, come spiega egregiamente Matteo Villa dell’ISPI, perché nasce al di fuori del perimetro normativo europeo e su una precisa richiesta di solidarietà nella gestione “dell’emergenza” da parte dei governi maltese e italiano. In prima fila ci sono Berlino e Parigi, mentre la Finlandia è presente come “osservatore imparziale”.

L’obiettivo, riporta Villa, sarebbe “un accordo che consenta di ricollocare in altri paesi europei una parte dei migranti soccorsi” o Predictive temporary allocation programme. “Si tratterebbe di un accordo temporaneo e su base volontaria” – quindi in linea con quanto deciso dal Consiglio europeo nel giugno 2018 – pensato per ovviare a concordare tale ricollocamento caso per caso mediante percentuali preassegnate, ma mantenendo la “volontarietà” del processo concordato in serie europea.

Gli eventuali accordi, chiosa Villa, dovrebbero interessare non solo Francia e Germania, ma altri “paesi volenterosi” fra cui Irlanda, Portogallo e Lussemburgo.


Il dubbio

C’è qualcosa di fondamentalmente sbagliato nel vertice di Malta. Il vertice, infatti va ad escludere due paesi altresì fondamentali per la “soluzione” al problema migranti, almeno a quello del Mediterraneo, la Spagna e la Grecia.

Nel solo 2019, gli immigrati irregolari arrivati in Europa – quelli “soggetti al vertici” – sono stati 8830 fra Malta a Italia, a fronte dei 19.782 (3873 via terra e 15.909 via mare) della Spagna e i 38.598 (8889 via terra e 29.709 via mare) della Grecia. In proporzione, “l’emergenza” di cui parla il governo maltese e italiano riguarda il 13% degli irregolari arrivati nell’ultimo periodo e verrà discussa in assenza di chi ne assorbe il 57% (la Grecia) e il 29% (la Spagna): due paesi, rispettivamente di 10,7 e 47,1 milioni di abitanti contro i 60 mln dell’Italia da sola.

Inoltre, avvenendo totalmente al di fuori dei trattati vigenti, l’eventuale risoluzione porterà Malta e Italia ad avere un set di regole diverse da Spagna e Grecia. Tale approccio, quindi, rischia di complicare invece che risolvere il problema che rimane la mancanza di una politica migratoria comune e passare da un approccio “emergenziale” – peraltro tipico di come l’Italia affronta i problemi – ad uno strutturale.

Vero è che i flussi, dal 2011 ad oggi, sono cambiati e che il rischio di un aumento della pressione demografica è sempre latente, ma la genesi del vertice di Malta dice molto su quello che è uno dei problemi maggiori nel discutere il tema “migranti”: la percezione del fenomeno.

E la sua strumentalizzazione mediatica e politica.


Migranti: numeri e realtà

Secondo i sondaggi, buona parte degli italiani crede che il numero di “stranieri” – categoria che raggruppa tutto, regolari, irregolari, cittadini europei, etc. – sarebbero il 25% della popolazione, quindi circa 15 mln di persone.

Stando al Migration Data Portal dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (IOM), gli “stranieri” o “migranti” residenti nel paese sono 6,3 mln equivalenti al 10,4% della popolazione italiana. I rifugiati, dati UNCHR 2018, sono 189mila, gli altri sono gli stranieri regolari – compresi, appunto cittadini europei etc. – che vivono nel paese.

A questo numero andrebbero aggiunti gli immigrati irregolari realmente presenti nel paese. Stimare ciò che è, per definizione, sommerso è particolarmente complesso sia per i visa overstayers – migranti arrivati con visti turistici e rimasti nel paese – sia per via degli spostamenti interni all’Unione Europea (secondo il Viminale circa 290mila “irregolari” si sarebbero trasferiti in altri paesi). L’unico modo per farlo è confrontare i date ed operare  a ritroso sui numeri delle regolarizzazioni annuali, come ha fatto l’ISMU che è arrivato ad una stima realistica di 500mila immigrati irregolari presenti sul territorio nazionale.

A fronte dei “nostri” 6,8 mln di “stranieri”, l’Italia ha circa 3 milioni di propri cittadini emigrati, un dato che porta la “bilancia” fra arrivi e partenze negli ultimi 5 anni a 744,7mila arrivi a fronte di un influsso annuale di 300 mila nuove unità.



Non siamo invasi, né noi né l’Europa

Numeri molto alti, ma lo sono veramente in relazione agli altri paesi europei?

Partiamo dai due volenterosi. La Francia ha 8,3 mln di “stranieri”, equivalente al 12,8% della popolazione residente ed un totale di nuovi arrivi pari a circa 333mila unità l’anno (poco più di noi). Inoltre ospita 368mila rifugiati, ovvero il doppio rispetto all’Italia su una popolazione di 67 mln. La vera differenza è che, essendo un paese di antica immigrazione, il loro bilancino netto – a fronte di 2,6 mln di emigranti- è di 186mila unità negli ultimi 5 anni.

La Germania ha 13,1 mln di “stranieri”, ovvero il 15,7% dei suoi 82 mln di abitanti e ospita 1,1 milioni di rifugiati (molti provenienti dalla Grecia durante la crisi del 2015). 1,1 milioni significano il 591% in più dei rifugiati e il 157% del totale di rifugiati + irregolari presenti nel nostro paese. Gli arrivi netti annuali – dati precrisi – sono 692,7mila.

La Spagna, per passare agli altri grandi paesi, ha una popolazione straniera pari a 6,6 mln di abitanti, ovvero il 13,1% dei suoi 46,7 mln di abitanti. Rispetto a noi ospita – la rotta del Mediterraneo occidentale è meno percorsa – 20mila rifugiati. Non ci sono dati recenti sugli irregolari presenti nel paese, ma i dati 2009 ipotizzavano una forbice fra le 390 e le 300mila unità. Anche ipotizzando che la crisi dei migranti non abbia aumentato lo stock presente nel paese (difficile), il totale fra rifugiati e irregolari supera quello italiano.

La Grecia, infine, ha 1,2 milioni di “stranieri” equivalente all’11,6% della popolazione (10,7 milioni) e un totale di 61,4 mila rifugiati. Un numero molto basso per quello che rimane la porta dell’Europa, ma va considerato che la quasi totalità dei 800mila arrivi del solo 2015 sono stati trasferiti in Germania.


L’emergenza costante

Il confronto ci dimostra che in Italia non è in atto nessuna sostituzione etnica o invasione distruttiva della nostra cultura e che non siamo sotto pressioni superiori rispetto a quelle degli altri paesi, sia sui dati assoluti che relativi.

Il tema de “l’invasione” ha come suo unica pezza d’appoggio la bilancia degli arrivi al netto delle partenza, ma anche qui è opportuno notare che si tratta di un aggregato numerico di 5 anni che corrisponde all’1% della popolazione italiana. Ma se non c’è invasione e la situazione è in linea con quella dei paesi simili a  noi, perché è così difficile NON considerarla un’emergenza? La risposta è che l’Italia – al contrario di Spagna, Germania e Francia – gestisce la sua politica migratoria principalmente in maniera emergenziale e ora come lo faceva negli anni 90 – come spiegato qui.

La dimostrazione immediata è nella nostra politica di integrazione. Il cuore del nostro sistema sarebbero gli SPRAR, intesi come centri atti a gestire la seconda accoglienza – quella post-sbarco – con servizi tagliati il più possibile sulle persone e più vicini al territorio rispetto alle mega-strutture come i vari Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS)

Un concetto ribadito anche dal precedente governo che, però, ha preferito tagliare i fondi nazionali e lasciare la gestione degli stessi ai comuni che fondi non ne hanno. Messaggi discordanti che sono propri anche dei governi precedenti: nel 2017, dati Viminale e ISTAT, l’86% dei richiedenti asilo e altri rifugiati erano ospitate in strutture esterne al sistema SPRAR.


Il costo politico dell’emergenza

La gestione emergenziale dei “migranti” ha dei costi umani e richiede scelte di breve/brevissimo termine che, sul lungo periodo, rischiano di creare ulteriori danni, come hanno dimostrato le iniziative non collegiali portate avanti da Minniti e Salvini.

Come spiega Matteo Villa, “il calo delle partenze dalla Libia e degli sbarchi in Italia” non nasce da porti chiusi e dalla lotta alle ONG – la cui presenza al largo della Libia non ha nessun effetto sulle partenze – ma “ha una causa ben precisa, che va ricercata sulla terraferma libica: la decisione di iniziare a collaborare con l’Italia e con l’Ue, presa nel luglio 2017 da una serie di milizie libiche che gestivano o tolleravano i traffici irregolari”.

Tali politiche hanno un preciso costo politico: la creazione dei lager, la schiavitù dei migranti in Libia, l’estorsione, lo stupro e la tortura da parte di miliziani che, con l’accordo, hanno trovato un ulteriore modo per finanziarsi.  Costo che sale quando – dopo esser state confermate dal Governo Conte – vengono “rafforzate” con la deterrenza verso i salvataggi in mare messa in atto da Salvini.

  • Dal luglio 2016 al giugno 2017, quindi prima delle politiche messe in atto da Gentiloni e Minniti ci sono stati: 201.097 partenze, 183.690 sbarchi (532 al giorno) registrati e 4059 morti accertate (quella di cui siamo a conoscenza. Ovvero, su 100 partiti, 90 arrivano in Europa, 8 vengono riportati in Europa e 2 muoiono.
  • Dal luglio 2017 – ovvero cooptazione delle milizie libiche nel “fermare” i migranti su suolo libico – al maggio 2018, quindi il periodo Minniti: 56.923 partenze, 40.257 sbarchi (117 al giorno) e 1168 morti accertate equivalente a un 64% di arrivi, 33% di ritorni in Libia e 3% di morti.
  • Da giugno 2018 ad agosto 2019, ovvero con “porti chiusi” di Salvini ci sono state 22653 partenze, 8387 sbarchi (61 al giorno) e 1369 morti accertate: 37% di arrivi, 57% di ritorni in Libia e 6% di morti.

A fronte di questo – e si potrebbe continuare perché Sì, esiste un tema migranti per l’Italia, ma No non è quello che normalmente ci si immagina – è naturale chiedersi quanto dell’emergenza che si discuterà a Malta sia reale e quanto sia generato dall’incapacità dello Stato italiano di strutturare una politica migratoria efficiente.

Sbolognare alla Libia – o al Niger – il problema diventa soluzione solo quando si decide che queste siano le frontiere dell’Europa dove esiste un immaginario altissimo muro che separa l’inferno dal paradiso. Va bene, quindi, contrattare maggiore “disponibilità” da una parte della UE, ma questo non può diventare una coperta per nascondere l’inefficienza del sistema.

Perché è questa la realtà, sia che la si guardi da una prospettiva europea, da quella dell’arrivo regolare in Italia (arrivi irregolare, lavori in nero, prima o poi arriva il decreto flussi e il datore di lavoro ti regolarizza ex-post) o da quella dell’integrazione lasciato a comuni già in debito d’ossigeno.


il Caffè e l’Opinione

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