Sono del Venezuela, sono progressista, ma non voglio Maduro

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Di Pilar Marrero, il racconto della distanza fra ideologia e realtà nei confronti della crisi del Venezuela, di Maduro e di Guaidò.

Nelle ultime due settimane, spiegando la mia posizione rispetto ai fatti venezuelani, paese in cui sono nata e cresciuta, sono stata bollata, allo stesso tempo, come “una sostenitrice dell’estrema destra di Trump” o una “chavista-madurista”.

Non sono nessuna delle due.


Storia di un’immigrata dal Venezuela

Come molti miei compatrioti venezuelani che vivono all’estero, mi sono trovata imprigionata fra l’incudine e il martello, non classificabile dai rispettivi estremismi ideologici di chi vede il mondo solamente in bianco e nero. Non ci sono, infatti, sfumature per chi brandisce dogmi assoluti invece di applicare la propria razionalità.E la “Sinistra” è pessima come la “Destra” a questo riguardo.Sono una cittadina venezuelana, arrivata in questo paese [USA] nel 1986 e naturalizzata statunitense.

Ho studiato a Caracas in un’università gesuita e ho lavorato per media di lingua spagnola a Los Angeles per più di 30 anni. Ben lungi dall’essere di “Destra”, mi sono sempre definita progressista, ancor di più dopo aver osservato e documentato i danni compiuti dagli USA in America Centrale negli anni 80 a la diaspora dei disperati che arrivarono, nello stesso periodo, a Los Angeles.Ho scritto degli squadroni della morte e degli attentati contro la stampa condotti dai paramilitari finanziati da Washington in El Salvador, ho documentato le politiche anti-Migranti degli Stati Uniti e ho scritto un libro in cui descrivevo come questo odio verso i migranti abbia danneggiato la giurisprudenza statunitense.

Sono, però, anche grata che questo paese, gli USA, mi abbia concesso tutte queste opportunità e lo amo come fosse il mio, ma come giornalista specializzata in problemi migratori e commentatrice politica per così tanti anni, non mi sono mai sottratta dal criticare le azioni di questo o di ogni altro governo USA.



Il caso venezuelano

Nonostante le mie idee politiche, mi sono ritrovata in totale dissenso con i miei compagni progressisti per quanto riguarda il Venezuela. Addirittura, con dispiacere, con alcuni dei miei amici più cari.Non sono l’unica venezuelana intrappolata in questa situazione: conosco decine di connazionali che condividono posizioni simili alle mie e c’è un acceso dibattito che attraversa i social media e la comunità venezuelana su come ci sentiamo scoraggiati a fronte delle posizioni oltranziste [intese come pro-Maduro] tenute dalla sinistra nei confronti del Venezuela.

Molti di noi, in questo momento, supportano la richiesta di dimissioni presentata a Nicolás Maduro e il suo regime.

Vogliamo nuove elezioni per il Venezuela che portino al ritorno alle garanzie democratiche e portino sollievo ai miei compatrioti venezuelani che faticano a sopravvivere economicamente.

Vogliamo che i 3,4 milioni migranti e rifugiati venezuelani sparsi per il mondo, compresi i 2,7 in America Latina e nei Caraibi, abbiano la possibilità di tornare a casa, in un Venezuela sicuro e democratico.

Vogliamo vedere la fine del regime autoritario che ha così malgovernato il paese e messo la museruola alla stampa via censura, chiusura dei media o nazionalizzazioni.

Vogliamo un Venezuela che non sprofondi nel baratro in cui è caduto, dove si possano ricostruire le istituzioni che permettano a noi venezuelani di costruire un paese migliore.


Una comunità divisa

Allo stesso tempo, molti di noi provano sentimenti contrastanti e si oppongono ad ogni intervento militare statunitense in Venezuela. Non solo per il sangue innocente che verrebbe versato, ma perché abbiamo paura che questo possa macchiare l’afflato pro-democrazia che arriva dallo stesso Venezuela e che si realizza nel fronte unitario dei partiti d’opposizione raggruppati attorno al presidente ad interim Juan Guaidó. Altri venezuelani, soprattutto quelli schierati più a destra di noi e i molti che stanno soffrendo nel paese, non sono così sensibili.

Le lore richieste di intervento militare verso gli USA per deporre Maduro ed il suo governo, non sono che meri atti di disperazione di coloro a cui non è concesso il lusso di emigrare e di opporsi a tale idea confortevolmente lontani dal Venezuela.



L’ipocrisia di Trump su Maduro

Sono stata bollata come “chavista-madurista” da alcuni supporter di Donald Trump, perché non ne tesso le lodi. Ho seguito il Presidente dal primo giorno della sua candidatura e so troppo bene che non è un sincero democratico, bensì un autocrate in pectore. Il Venezuela è il ‘suo’ progetto perfetto, dove può combinare il desiderio di nuove ricchezze [per gli USA] con quello di una medaglia di “nemico del socialismo”.

Perché Trump ha deciso di correre per la rielezione in qualità di novello “Joe McCarthy” [il fondatore della ‘caccia alle streghe’ anti-socialista degli anni 50, NdT] bollando come “socialismo” idee progressiste quali la copertura sanitaria universale e l’aumento delle tasse ai più ricchi.

E sta usando il Venezuela per raggiungere questo obiettivo.Tuttavia, il suo governo è dalla parte giusta per quanto riguarda il Venezuela, anche se per ragioni totalmente sbagliate.

Mi è difficile ammetterlo, ma è la verità.

 


L’ipocrisia della sinistra su Maduro

Capisco  i dubbi della sinistra, ma non posso essere cieca al dramma dei miei fratelli venezuelani. Conosco la storia degli interventi USA in America Latina: Guatemala, El Salvador, Cile, Argentina, etc. etc.

Non sono così naïve rispetto al piano complessivo. Ma ho una notizia per tutti coloro che si preoccupano [in prospettiva] per le violazioni dei diritti umani, o per la dittatura, o la repressione di avversari e prigionieri politici o le frodi elettorali: [in Venezuela] abbiamo tutto questo, ora, sotto Maduro.

Dove sono quindi le vostre preoccupazioni per le sofferenze del popolo venezuelano?

Sono arrabbiata, e non poco, verso i miei amici della sinistra statunitense che si sono occupati, a lungo, di altre diaspore come quella dei rifugiati di El Salvador. Ho combattuto lungamente e duramente per i diritti di quella diaspora, raccontando le loro difficoltà, la necessità di asilo politico e del TPS (Temporary Protected Status).

Ho visto, però, ben pochi dei miei compagni progressisti e pro-migranti fare lo stesso per i venezuelani.


Allo stesso tempo, Trump non ha offerto il benché minimo status speciale ai miei compatrioti. Nessun TPS, né alcun aumento nella concessione degli asili è in corso negli Stati Uniti [nel silenzio colpevole di chi si occupava, prima delle altre diaspore, NdT]. Altri paesi dell’America Latina e dell’Europa stanno facendo molto di più per il Venezuela.

Cari progressisti: abbiamo bisogno che guardate più attentamente ai problemi dei venezuelani. Non sono solo i più ricchi e privilegiati che soffrono sotto il regime e che abbandonano il paese. È in atto un disastro umanitario di proporzioni spaventose, la momento il più vasto di questo emisfero.

Il mio paese ha tutto il diritto di ottenere democrazia e libertà. Per favore, unitevi a noi.

 

Di Pillar Marrero, pubblicato originariamente su Latino Rebels, il 21 febbraio 2019 in inglese. Traduzione di Simone Bonzano

Pilar Marrero è una giornalista freelance venezuelana-americana residente a Los Angelese, California. Produce e co-dirige il podcast politico The Pundettes  e twitta dall’account @PilarMarrero.


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