Perché la Gran Bretagna non ha alternative ad accettare la proposta dei 27 sulla Brexit – il Caffè del 2-5-2017

 La City di Londra, il vero nodo cruciale di tutte le trattative sulla Brexit e punto di debolezza della Gran Bretagna. Foto: City of London Skyline at Dusk di  Rob Taylor  Licenza:  CC 2.0

La City di Londra, il vero nodo cruciale di tutte le trattative sulla Brexit e punto di debolezza della Gran Bretagna. Foto: City of London Skyline at Dusk di Rob Taylor  Licenza: CC 2.0

Si avvicina l’inizio dei negoziati sul “divorzio” fra Gran Bretagna e Unione Europea. I 27, all’unanimità, hanno votato le proprie linee guida, ma Theresa May, in piena campagna elettorale, non ci sta, sebbene non abbia alternative. A condannarla, l’economia inglese.

Sabato 29 aprile, in un summit speciale convocato a Bruxelles, i 27 paesi dell’Unione Europea – tutti tranne la Gran Bretagna – hanno approvato le linee guida che Bruxelles dovrà adottare nei negoziati sulla Brexit.

Tramite questo documento, l’Unione ha ribadito la centralità del saldo dei contributi per il budget 2014-2020 dell’Unione – il cosiddetto “Brexit Bill” da circa 60 miliardi di euro – sottoscritto dalla Gran Bretagna prima del referendum. Oltre alla questione finanziaria, questa prima fase, la quale dovrebbe chiudersi al più tardi in autunno, dovrebbe riguardare anche i diritti dei cittadini europei in Gran Bretagna e il mantenimento delle frontiere aperte fra Repubblica d’Irlanda ed Irlanda del Nord. Solo una volta risolta la materia del “divorzio” sarebbe possibile – ribadisce l’Unione – discutere degli accordi commerciali, ma non prima.

Le linee guida varate da Bruxelles non vanno a toccare le materie più specifiche dove le divisioni fra i 27 sono più forti, ma non era questo l’obiettivo. Come infatti ha dichiarato il Cancelliere tedesco Angela Merkel, il summit di Bruxelles serviva per mostrare unità e capire se e quanto il governo britannico sia “pronto come i 27 paesi dell’Unione a discutere degli obblighi finanziari”.

 Theresa May e Jean-Claude Juncker durante il loro incontro a Londra del 26 aprile. Alla fine del meeting, il Presidente della Commissione Europea ha dichiarato:

Theresa May e Jean-Claude Juncker durante il loro incontro a Londra del 26 aprile. Alla fine del meeting, il Presidente della Commissione Europea ha dichiarato: “torno a casa più scettico di prima sull’esito dei trattati”. Foto: PM meeting with President Juncker di Number 10  Licenza:  Crown Copyright/CC 2.0

Le “illusioni” britanniche. La risposta non si è fatta attendere. In una dichiarazione a caldo dopo la pubblicazione delle linee guida, il Primo Ministro Theresa May ha definito il piano europeo come “assolutamente irrealistico”. L’obiettivo britannico sarebbe, infatti, totalmente contrario: prima un accordo commerciale e poi, in un secondo momento, il “divorzio”, posizione già ribadita – sostiene il quotidiano tedesco Frankfurter Allgmeine Zeitung – dal Primo Ministro di fronte al Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker nel corso del pranzo avvenuto fra i due a mercoledì 26 aprile a Londra.

Si configura quindi un conflitto negoziale fra le parti, non aiutato dalla campagna elettorale britannica, dove Theresa May vuole ottenere la maggioranza assoluta in parlamento ed ha bisogno, quindi, del voto di chi la Brexit l’ha voluta. Il problema però è che, nonostante quanto pensino i pro-Brexiters britannici (assieme a quelli europei), è la Gran Bretagna a trovarsi debole nei confronti dell’UE e non viceversa.

Per l’Unione Europea, sembra che [Theresa May] non venga da Marte, ma piuttosto da una galassia molto lontana

— Fonte interna alla delegazione europea sull’incontro fra May e Juncker sui negoziati

Cosa perderà il Regno Unito. All’interno dei circoli pro-Brexit, l’idea è che l’uscita dall’Europa permetterà al Regno Unito di rilanciare le proprie esportazioni grazie alla perdita di valore della sterlina e che il mercato finanziario londinese diventerà ancora più centrale, libero dalle regole europee. Guardando ai dati, la realtà è, però, ben diversa.

Il PIL britannico è composto al 79% da servizi, al pari di Francia e USA, ma più di quello italiano (73,8%) e tedesco (71,1%). All’interno di questo, il mercato finanziario copre il 7% del totale, in calo rispetto alle cifre pre-crisi (13,9%), ma capace di generare la metà del surplus commerciale britannico. Nonostante l’apporto di questo settore, la bilancia commerciale del Regno Unito rimane, però, in deficit, ovvero, il paese importa merci per un valore maggiore di quanto esso esporti, soprattutto componentistica (elettronica e meccanica) automobili e prodotti farmaceutici.

La Gran Bretagna non possiede, infatti, una forte economia né industriale né agricola. L’industria copre il 21% del PIL (settimo paese europeo dietro, fra gli altri, ad Austria, Germania, Italia e Spagna), mentre la produzione agricola copre solo lo 0,7% del PIL, collocando il paese al trentaseiesimo posto mondiale. Il risultato è che l’economia britannica si basa sull’esportazione di servizi finanziari per alimentare il resto dell’economia e supportare l’import.

 La sala del Consiglio d'Europa a Bruxelles. Foto: Informal meeting of 27 Heads of States and Governments, Brussels, 10 March 2017 di  European Council  Licenza:   CC 2.0

La sala del Consiglio d’Europa a Bruxelles. Foto: Informal meeting of 27 Heads of States and Governments, Brussels, 10 March 2017 di European Council  Licenza:  CC 2.0

Il danno al mercato finanziario. Quando la Gran Bretagna uscirà dall’Unione Europea nel 2019, l’export finanziario verso la UE, il quale copre il 45% del totale, subirà le maggiori conseguenze e questo a priori di qualsiasi tipo di accordo fra le parti. Per limitare i danni, il governo britannico dovrebbe riuscire a strappare all’Unione – come nei desideri di Theresa May – l’accesso al Mercato Comune, soprattutto, per i prodotti finanziari. Questa, come più volte dichiarato dai principali paesi della UE, non è la posizione di Bruxelles.

La chiave dell’economia britannica. Più che i diritti dei cittadini britannici all’estero, il vero nodo della Brexit rimane, per ora, il settore finanziario. Il regno Unito gestisce il 78% del mercato dei capitali dell’Unione Europea equivalente al 37% dell’intero settore finanziario europeo. Chiave di volta del sistema – e principale vantaggio dell’adesione della Gran Bretagna all’Unione Europea nel 1979 – è il meccanismo di “passporting” ovvero la possibilità per le banche d’investimento basate a Londra di operare all’interno del mercato europeo direttamente senza particolari licenze. Proprio questo meccanismo ha spinto, negli anni, i principali istituti bancari mondiali ad aprire le proprie sedi europee a Londra, aiutando la City a diventare la capitale mondiale della finanza.

La fuga delle banche. Visto che il “passporting” è stato finora possibile solo perché la Gran Bretagna era un paese membro della UE, la Brexit avrà un impatto maggiore proprio su questo settore. Banche britanniche a capitale statunitense quali Merryl Linch, Bank of America, Goldman Sachs e JPMorgan stanno considerando lo spostamento in altri stati dell’Unione, spesso guardando a Dublino, Francoforte e Parigi. Ancora Dublino, assieme ad Amsterdam, sarebbe la meta preferita delle banche asiatiche. Londra rimarrebbe sempre uno dei principali centri finanziari mondiali, ma la ricollocazione degli uffici europei di questi istituti andrà a ridurne il mercato. Per questo il governo inglese punta ad un immediato accordo commerciale: oltre 40 anni di regolamentazioni e trattati devono essere ridiscusse ed il settore finanziario non può permettersi tempi lunghi.

Dobbiamo avere innazitutto un accordo sui confini irlandesi, sul Brexit Bill – stiamo parlando di molti soldi – e sui diritti dei cittadini

— Mark Rutte, Primo Ministro Olandese sulle priorità dell’Unione Europea

La fretta britannica è la forza della UE. Alla luce di quanto detto, si può intravedere il senso della strategia europea. La fretta britannica gioca, infatti a favore dell’Europa. Grazie a questa debolezza negoziale Bruxelles può usare l’accordo commerciale quale pedina di scambio per raggiungere le proprie priorità, che rimangono, appunto, il pagamento del Brexit Bill, i diritti dei cittadini EU in Regno Unito e la questione delle frontiere irlandesi.

Solo una veloce e rapida archiviazione del “divorzio” garantirebbe al Regno Unito di passare a negoziare le norme relative all’import e al mercato finanziario. Inoltre, più a lungo si prolungheranno i negoziati, maggiori saranno gli istituti finanziari che apriranno uffici nelle altre città europee. Sempre per aumentare la pressione sugli istituti finanziari, inoltre, l’Europa non sembra intenzionata ad inserire il mercato finanziario, se non opportunamente regolamentato, nell’accordo commerciale con il Regno Unito, soprattutto se non ottenesse, in cambio, la partecipazione anche parziale di Londra al bilancio comunitario.

Tale opzione viene osteggiata dalle frange più dure – e populiste – dei Conservatori britannici e se anche Theresa May riuscisse a guadagnarsi il favore del suo stesso partito, l’accesso al mercato finanziario potrebbe non materializzarsi. L’esempio, in questo senso, è la Svizzera, la quale ha accesso, dietro parziale partecipazione al budget europeo, al mercato comune limitato, però, ai prodotti non-finanziari.

L’annuncio delle elezioni a giugno ha già fatto slittare l’inizio dei negoziati di due mesi. La speranza è che finita la campagna elettorale, il prossimo governo di Theresa May possa arrivare a più miti consigli con l’Unione accettandone le linee guida.

Considerando i 6 mesi che serviranno per le eventuali ratifiche dell’accordo, a giugno, infatti, ne mancheranno solo 16 alla fine delle trattative. Tutto questo però passa da un piccolo caveat: la Gran Bretagna deve, innanzitutto, mantenere i suoi impegni finanziari.


Per approfondimenti:

– sul conflitto nascente fra UE e Regno Unito sulla Brexit: The Guardian

– l’economia inglese dal voto della Brexit: BBC News

– l’economia inglese in prospettiva: The Guardian

– la Gran Bretagna e le favole della Brexit: The Indipendent

– il resoconto del “disastroso incontro” fra Theresa May e Jean-Claude Juncker: The Guardian

– sulle possibili divisioni interne dell’Unione: POLITICO

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma è stato uno dei più brillanti politici italiani. Se mi dicessero di votare ora, implorerei Odino di darmi il dono della preveggenza. Se mi chiedono di dove sono, sono nato lì, ma ho vissuto anche là e là, e anche laggiù, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio perchè sono di Genova. Se mi chiedono dove vivo, rispondo: fai tu, ma fra Berlino e Torino.

Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva (Star Trek compresA). Gra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic e i Lakers, SEMPRE. Come mi definirei? Un nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto di scrivere per passione.

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