Lo Stato della UE verso il 2019, fra Brexit, elezioni e recessione

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La UE si avvia a chiudere il 2018, le elezioni sono alle porte (maggio) e così una nuova Commissione (novembre), ma come sta l’Unione?

Gli anni della Commissione Juncker (2014-2019) sono stati, finora, quantomeno movimentati. Colpa in parte di un apparato politico con le sue deficienze, prima fra tutte il doppio governo della stessa Unione diviso fra Consiglio (infragovernativo) e Commissione stessa (parlamentare). Colpa della visione politica dello stesso Juncker, legata all’europeismo delle origini, quindi unanimità del consenso, il procedere passo passo tutti assieme, ma colpa anche di quello strano fenomeno chiamato “populismo nazionalista/sovranista”.

Un movimento che parte come critico dell’impostazione Juncker (che è poi quella sancita, ai tempi, da Mitterand), che si è cibato del disagio sociale creato dalla crisi economico-finanziaria per poi diventare, in maniera, anche, esogena, un agglomerato di rivendicazioni nazionaliste (buffamente) transnazionali.


La saga di Jean Claude Juncker

Sotto questo punto di vista, potremmo riassumere gli anni di Juncker come se fossero una saga cinematografica. Il 2014 potrebbe chiamarsi “La nuova speranza”, quella di un Parlamento “nuovo” con una parvenza di futuro nuovo per una UE che cominciava il lento recupero post-crisi. Il 2015, con la crisi dei rifugiati siriani (800.000 arrivi in un anno in Grecia) e il backlash anti-migrante dell’estrema destra europea sarebbe la prima parte de “La riscossa della destra nazionalista” che si conclude nel 2016 con il colpo di scena della Brexit.

Il panico si diffonde per la UE e appare chiara la minaccia del populismo euroscettico. Poi, però, arriva il 2017 con la “Riscossa liberal-europeista” delle elezioni olandesi, quelle francesi e quelle tedesche. Si crea uno status quo, i movimenti populisti esistono e si attestano fra il 22% (Francia) e il 14% (Germania), con dati più bassi in altri paesi

Ed il 2018?


L’anno di passaggio

L’anno che sta concludendosi è stato segnato da due eventi in particolare: il “Brexit Drama” da una parte e la “crisi” Italia-UE degli ultimi mesi.

Considerando anche quegli eventi, visti come ancillari dal mainsteam italiano (tipo la procedura di sanzione all’Ungheria e le proteste di piazza di questi giorni a Budapest, totalmente ignorate dai media), il 2018 è stato un anno di guerra di trincea fatto di offensive e controffensive che sta preparando al grande scontro del 2019, l’anno delle europee, della (supposta) Brexit, delle sanzioni all’Ungheria e della recessione economica.

Un episodio di passaggio, di quelli che vanno di moda al cinema prima dei gran finali (tipo Harrypotter The Deadly Hallows parte 1 e 2).

Ecco perché, in questo personalissimo “Stato dell’Unione” vogliamo parlare di questo futuro, cominciando dalla “percezione della UE”.


elezioni europee


la fiducia nella UE

Per capire la UE, lo strumento principale rimane Eurobarometro. Gli eventi degli ultimi 4 anni hanno infatti dimostrato, se ce ne fosse ancora bisogno, di come esista una forbice fra realtà urbane e realtà rurali, fra centro e periferia, fra regioni e regioni, sia infra- che trans-nazionali.

Secondo gli ultimi sondaggi (ottobre-novembre 2018), il 59% della popolazione europea si fida della UE, contro il 42%, invece, che si fida dei propri governi nazionali. Il 66% degli Europei si considera ottimista per quanto riguarda il futuro dell’Europa e l’80% vede come positive le proprie condizioni di vita.

Sempre il 65% degli europei dichiara di percepire come positivo l’andamento economico della propria regione.

Eurobarometro ci consegna anche un’immagine interessante sui problemi più importanti per gli europei, che non è l’immigrazione, bensì (34%) la sanità, seguita (30%) dalla disoccupazione.


L’Europa delle regioni

Il dato diventa più interessante se si scende a livello regionale. Qui ci si accorge che come le regioni “problematiche” della UE siano quelle con minor “fiducia” in Bruxelles. Questo si nota nelle campagne francesi, dove il livello di fiducia è fra il 35% ed il 50%, mentre il resto del paese è fra il 50% ed il 65%. Lo stesso dato di tutte le regioni italiane e dei Lander della Germania orientale.

Rispettivamente: i luoghi di origine dei Gilets Jaunes, del populismo gialloverde e di AfD. Stesse cifre per l’Andalusia e la Catalogna, ovvero dove il sentimento euroscettico, in Spagna, sarebbe più forte.

Si nota come la Germania occidentale, le aeree urbane del Benelux, l’Irlanda, nordici e baltici più Portogallo, Romania e gran parte della Polonia abbiamo una fiducia nel’Unione superiore al 65%. Proprio in Portogallo è recentemente fallito il tentativo di “esportazione” dei Gilets Jaunes francesi.


I governi e il centro

Quello che salta veramente all’occhio e la progressiva debacle dei governi nazionali a fronte dell’Europa, un dato che, in prospettiva, va a sfatare, a livello transnazionale la retorica sovran-populista.

Addirittura, in paesi come Romania, Grecia, Bulgaria, Francia, Spagna, Croazia, Belgio (Vallonia), Lituania e Slovacchia la fiducia nei governi nazionali è inferiore al 35% a fronte, sempre inferiori, nel caso spagnolo di oltre 30 punti, a quella nella UE.

I dati citati non fanno altro che dimostrare quanto è evidente da anni fra i 27(28) paesi membri e che è stato “silenziato” dalle urla sovraniste: esiste un pensiero pro-Europa, pro-Unione molto forte e radicato nel continente. P

E allora come siamo finiti in una fase di “turbolenza”?



Generazioni contro

Sotto molti aspetti, Juncker non era diverso, per idee politiche e capacità, a Barroso o Prodi, tant’è che la Commissione UE attuale è in perfetta continuità con le precedenti.

Quello che è cambiato, è il contesto. La “generazione Juncker, Prodi, Barroso”, quella dei “baby boomers” europei si sta scontrando, come proposte e idee, a quella X rappresentata da Macron, Sanchez e i quarantenni che attualmente sono, contemporaneamente, la spina dorsale produttiva dell’Unione ed il gruppo con più difficoltà.

Il tutto mentre sta già emergendo una classe dirigente Millenial di cui Kurz ne è il primo esponente, ma che sta prendendo forza anche in Germania e Belgio.


Il dibattito 2019

Su questo punto, che tipo di UE avere in futuro, si giocherà il dibattito continentale successivo alle elezioni europee. Solo che, con enorme dispiacere dei sovran-populisti nostrani, questo non avverrà con cessioni di sovranità e riforme in senso sovran-monetariste dell’Unione.

Bensì, sulla strada da percorre per arrivare all’Unione politica, passando per quella fiscale (avvertita come prioritaria da molti) e, soprattutto, lavorativa. Da una parte chi, come Juncker ed in generale il blocco tradizionale del PPE, ha un approccio più ideologico e politico (trattati, concertazione, unanimità), contro chi ne ha un approccio più realistico sia esso transnazionale (Macron e l’ALDE più parte di S&D) che localizzato regionalmente (Kurz e i nuovi conservatori popolari).

Uno scontro che animerà il dibattito su chi sarà il prossimo Presidente della Commissione e che durerà mesi, ovvero dalle elezioni (maggio) alla decadenza del mandato di Juncker (novembre).


Le elezioni europee

Abbiamo parlato di maggio e della tornata elettorale europea, tanto attesa, soprattutto in Italia. Stando al “poll of polls” di Politico questi sono i numeri del prossimo Parlamento Europeo:

  • popolari PPE (Merkel, FI, Kurz): 186 seggi (- 33 rispetto al 2014)
  • socialisti/riformisti S&D (Sanchez, PD, SPD): 130 (-58)
  • liberali ALDE (+Europa, partiti liberali): 69  (+1)
  • nazionalisti ENF (Lega, Le Pen): 64 (+28, quasi tutti della Lega)
  • sinistra (SI, Linke etc.) GUE/NGL: 53 (+2)
  • conservatori (PiS polacco, FdI) ECR: 49 (-24)
  • sovranisti (AfD, M5S) EFDD: 45 (+3)
  • verdi (EFA): 44 (+8)
  • nuovi partiti: 39
  • Macron: 20

Da valutare il dato di ALDE che potrebbe “riconfigurarsi” come gruppo accogliendo i 20 MEP di Macron e parte dei 130 di S&D, dove sembra possibile la fuoriuscita dei democratici/riformisti verso un nuovo soggetto liberal-democratico.

Altre voci parlano di un nuovo gruppo del M5S che vada oltre a EFDD e di un’alleanza fra ECR e parte di ENF. In ogni caso, è molto probabile che il nuovo parlamento europeo sia governato da una maggioranza PPE-ALDE-S&D, la quale corrisponde alla maggioranza del Consiglio europeo – quello composto dai governi dei singoli paesi membri – che, tradizionalmente, decide il Presidente della Commissione.


Manovra


I problemi da qui a novembre

Non sarà un anno facile, ma, paradossalmente, potrebbe essere molto difficile per i sovranisti. Tre sono i fattori da considerare: la Brexit, l’Italia e la recessione.

Allo stato attuale, capire che cosa ne sarà della Brexit è atto di pura divinazione. Non esiste più nessuna logica, tutto si svolge nel caos a fronte di un Governo tenuto insieme dal nastro adesivo ed un parlamento distrutto. Una situazione di incertezza che balla fra l’ipotesi che nessun vuole (il no-deal), quella che alcuni seguono (riaprire le trattative, anche se la UE ha già detto, o quest’accordo o nulla) e il secondo referendum.

Una soluzione che sarebbe, palesemente, la migliore, ma che spaventa coloro che sulla Brexit hanno speculato (politicamente), come Vladimir Putin, i cui servizi segreti sono ritenuti responsabili per una forte campagna pro-Brexit nel 2016. Per il Presidente russo il secondo referendum sarebbe anti-democratico. Curioso il timing della reazione del leader labour Corbyn, finora indeciso sul referendum: qualora ci fossero elezioni, il Labour perseguirà la Brexit.

I nodi verranno al pettine poco prima delle europee ed è palese che un tramonto della Brexit, o un disastro (peraltro annunciato) del No-Deal, avranno effetti molto forti sulle frange “euroscettiche” del continente.


L’italia e l’Ungheria

Il Parlamento e la Commissione dovranno decidere nei prossimi mesi come procedere a riguardo delle sanzioni all’Ungheria e della procedura di infrazione dell’Italia (il cui termine di controllo è gennaio, ma ci saranno meccanismi attivati ogni mese del 2019).

Budapest e Roma sono i due totem attuali del sovranismo anti-Commissione, ma sono anche paesi che, in modo diverso, si trovano in un limbo politico.

Il potere di Viktor Orban pare, per la prima volta, vacillare sotto le spinte della protesta democratica che va avanti da oramai 2 settimane e che dalla capitale sta allargandosi nelle campagne, nonostante il controllo quasi totale del Governo sui media.

L’Italia deve ora fare i conti con la Manovra 2019, quella in cui l’aumento dell’IVA programmato (e presente nel maxiemendamento) diverrà palese, come palese sarà il cercare di disinnescarle trovando 23 miliardi mentre si rifinanzia il Reddito di Cittadinanza e Quota 100. Un berl reality check che porterà all’ennesima, inutile, polemica con la Commissione, classico capro espiatorio dei governi italiani.


Recessione

L’ultimo campo di gioco è quello del commercio globale attualmente frenato da i dazi USA alla Cina e dai forti segnali dell’inizio di un ciclo recessivo a Washington a cui si unisce la volontà di Trump di affondare, nel 2019, il WTO cercando di ristabilire il “potere del più forte” sul commercio internazionale.

Paradossalmente, però, non sono gli USA i più forti, né la Cina, perché il primo mercato mondiale, per valore, è quello della UE. La quale è anche il soggetto maggiormente predisposto a creare vantaggiosi accordi commerciali extra-WTO, come il CETA e lo JEFTA recentemente approvato (anche dai gialloverdi).

La UE dovrà scegliere da che parte stare, se fare il paciere fra Washington e Pechino o se scegliere uno dei due campi. Qualunque sarà la sua scelta, sarà destinata, in prospettiva, a cambiare la storia del continente e i suoi equilibri.


Così sta l’Europa a fine 2018. Un’Unione dolorante e ferita, ma paradossalmente ben più forte laddove deve esserlo: fra i cittadini. Questo ci dicono i dati, che sì, saranno magari più bassi di 10-20 anni fa, ma sono forti nel momento più difficile dell’Unione, quello in cui esiste un’alternativa euroscettiva spesso auto-distruttiva.

Una base che dovrà guidare il vero cambiamento della UE, verso una vera e propria federazione transnazionale.

Un continente che, aspettando il 2019, è già più forte di quanto la sua classe politica – e i suoi follower sul web – riesca a percepire.

Buon Natale.


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