Tutto è possibile tranne il “no”: il referendum costituzionale nella Turchia di Erdogan – il Caffè del 11-4-2017

 Campagna elettorale per il no al referendum costituzionale turco. Foto:  Dennis Skley  Licenza:  CC 2.0

Campagna elettorale per il no al referendum costituzionale turco. Foto: Dennis Skley Licenza: CC 2.0

Turchia. Domenica 16 aprile i cittadini turchi decideranno se confermare o meno gli emendamenti alla costituzione approvati dal Parlamento con i voti del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) e del Partito Nazionalista (MHP). La riforma rappresenta l’obiettivo più ambizioso per il Presidente Recep Tayyip Erdoğan e sancirebbe la chiusura di un epoca – quella della Turchia plasmata da Mustafa Kemal Atatürk – e l’ingresso in una nuova era: la Turchia presidenziale ed autocratica di Erdoğan.

Il presidenzialismo “alla turca”. Il quesito referendario concerne una serie di emendamenti alla Costituzione del paese relativi soprattutto alla concessione di ampi poteri esecutivi all’ufficio del Presidente della Repubblicanel caso specifico a Recep Tayyip Erdoğan. In concreto, la riforma cancella la figura del Capo del Governo, i cui poteri e funzioni passano direttamente alla carica di Presidente. Questa viene rafforzata, inoltre, nella capacità di nominare e licenziare ministri e vice-presidenti senza il consenso del Parlamento. Un ulteriore emendamento cancella la possibilità di un Presidente super-partes, permettendo che egli rimanga alla guida del proprio partito, e quindi del corrispondente gruppo parlamentare.

Disequilibrio dei poteri. Il modello sarebbe quello del presidenzialismo americano, il quale, nella sua iterazione “alla turca”, verrebbe applicato senza il supporto di un adeguato bilanciamento dei poteri. Questa è, infatti, la critica principale mossa alla riforma da parte dei paesi membri dell’Unione Europea, nonché da alcuni giuristi turchi. Gli emendamenti vanno a cancellare ogni meccanismo di controllo parlamentare nei confronti dell’operato del Presidente e del suo esecutivo. Secondo gli analisti, revocare il mandato presidenziale rimarrebbe possibile, ma richiederebbe il consenso dei due terzi dei parlamentari in un Parlamento di cui il Presidente è anche leader della maggioranza.

“Il Sultano Erdogan”, l’illustrazione di Clara Assi per il Caffè e l’Opinione. Autore: Clara Assi Licenza: CC 4.0

Ufficializzare quello che già esiste. Nonostante le critiche, il presidenzialismo – sostiene Mehmet Uçum, consigliere giuridico del Presidente – garantirebbe alla Turchia una maggiore forza e solidità rispetto all’attuale struttura parlamentare. Questo perché – continua Uçum –  lo “stato” – inteso come i tre poteri fondamentali esecutivo, legislativo e finanziario – diventerebbe “espressione diretta del volere popolare”, che poi è il mantra del governo di Erdoğan. In concreto la riforma non farebbe altro che sancire quello che, nei fatti, la Turchia è già diventata: un’autocrazia parlamentare.  Si tratta, infatti, di poteri di cui il Presidente, in maniera informale, è già in controllo – grazie al clientelismo politico sviluppatosi negli anni, e che la riforma costituzionale non farebbe altro che ufficializzare.  

Erdogan agisce come un leader determinato, generando potere dal supporto popolare: il suo obiettivo è quello di rimpiazzare Atatürk.

— Alon Ben-Mair, professore al Center for Global Affairs dell’Università di New York

Non si può dire “no”. Nel corso degli ultimi mesi il paese ha vissuto una campagna elettorale impari, sbilanciata a favore del “sì” e marcata dalla sistematica repressione del dissenso. Le strade delle città turche sono ricoperti “di volantini e manifesti per il “sì, dove vedete quelli per il No?” – denuncia Yasemin Bektaş  della campagna Le Donne dicono NO“Non ci permettono di lavorare, non con mezzi illegali, ma puoi sentire la pressione ogni volta che esci per strada”.

I timori del popolo. Dichiararsi un sostenitore del “no”, infatti, può portare alla perdita del lavoro o all’incarcerazione con l’accusa di “incitazione alla violenza contro i valori religiosi” o, nei casi più eclatanti, di “terrorismo“. Figure come quella del leader dell’ISIS al-Baghdadi, dei curdi del PKK – considerate un organizzazione terroristica – o dello stesso Gülen, sono diventati gli “spauracchi” usati dalla propaganda per il “sì” per indicare a chi gioverebbe la sconfitta del governo al referendum.

Chi vota no, è “nemico dello stato”. “Se la riforma costituzionale non passasse”, sostiene  Burhanettin Duran, editorialista del Daily Sabah – giornale filo-governativo – “coloro che hanno interesse a danneggiare gli interessi nazionali, continuerebbero ad avere la possibilità di intromettersi nella vita politica turca e destabilizzare il paese”. Sulla stessa linea il vice-Primo Ministro e parlamentare dell’AKP Nurettin Canikli: “lo Stato Islamico sta conducendo una campagna per il “no” fra i suoi simpatizzanti in Turchia”. La vittoria del “no” diventerebbe – nella retorica pro-governativa – la vittoria dei “nemici dello stato” siano questi i curdi del PKK, i Jihadisti dell’ISIS, i militanti del movimento Feto di Fetullah Gulen o i partiti del campo del “no”. Questa è la linea dettata dal presidente  Recepy Tayyip Erdoğan per cui: “Il 16 aprile (data del referendum) sarà la risposta al 15 luglio 2016 (data del fallito colpo di stato): coloro che diranno “no” staranno dalla parte [dei golpisti] del 15 luglio”.

Il campo del “no”. Per il “no” si sono schierati i Repubblicani del CHP, il Partito Democratico dei Popoli (HDP) e i quadri dissidenti dei Nazionalisti del MHP, la cui leadership si è invece schierata a favore della riforma. Sempre per il “no” si è schierato gran parte del mondo della cultura. Nonostante la trasversalità del movimento – che si ispira alle vicende del referendum cileno del 1988 che porto alla fine della dittatura – la campagna ha stentato a decollare, ostacolata di continuo dalle pressioni, come segnalate, dei media pro-governativi, dai provvedimenti dello stesso governo e dalle aggressioni – verbali e fisiche – perpetrate dalle frange più estreme del campo del “sì”. Mentre il CHP e la sua leadership sono accusati – sempre da Canikli – di “essere guidati dai servizi segreti tedeschi”, molto peggio è andata all’HDP, partito democratico molto forte nelle aree a maggioranza curda del paese.

Il caso dell’HDP e dei Curdi. Quando ancora la riforma si trovava all’inizio del suo processo di approvazione in Parlamento, il leader dell’HDP, il curdo Selahattin Demirtaş, è stato arrestato durante i lavori parlamentari con l’accusa di “favoreggiamento al terrorismo del PKK” e rischia una condanna a 142 anni di prigione. Oltre a lui, sono stati incarcerati 10 parlamentari, 80 sindaci e 3000 tesserati dell’HDP, arresti che hanno cancellato dalla campagna referendaria il terzo partito del paese. L’obiettivo? Costringere i Curdi – fra i più convinti sostenitori del “no” – a votare per il governo. O così o il rischio di un escalation militare in quello che è il “conflitto civile latente” fra Ankara ed il Kurdistan.

 Manifestazione per il

Manifestazione per il “no” a Berlino. Le comunità turche dei paesi europei sono state le più attive nell’opposizione al referendum, nonostante le spaccature fra pro-governativi e militanti dell’opposizione presenti all’interno delle stesse. Foto:  Majka Czapski  Licenza: CC 2.0

Il “no” degli indecisi. Il risultato del referendum è difficile da prevedere. Da una parte c’è il timore che Erdoğan non accetti un voto negativo e costringa alla ripetizione del referendum ad oltranza, come avvenuto per le elezioni del 2013. Dall’altra parte c’è l’ancora elevato numero degli indecisi, stimati fra il 25 ed il 30% degli aventi diritto e presenti anche nel campo dell’AKP. Come riportato dal sito al-Monitor, questa “indecisione” è spesso legata al timore di buona parte dell’elettorato medio di essere “bollati” come “nemici dello stato”. Il termine “hayır” – “no” in turco – è un arma politica nella Turchia odierna che denota l’avversione al governo e che può portare – in casi più o meno noti – anche alla perdita del proprio lavoro. Per questo – quando si è intervistati dai media – è diventato normale rispondere alle domande sulla propria inclinazione di voto con il termine “hayırlisi”, parola derivata che significa, appunto, “non so”.

Questa demonizzazione dell’altro è qualcosa che ci poteremo dietro nel futuro: che vinca il “sì” o il “no”, saremo costretti a portarne il peso.

— Bekir Ağırdır, direttore dell’istituto di sondaggi Konda

Secondo Bekir Ağırdır, direttore dell’istituto di sondaggi Konda – uno dei più affidabili in Turchia – il risultato finale sarebbe ancora in bilico e questo nonostante le pesanti pressioni politiche contro il campo del “no”.

In caso di fallimento – e vista la retorica messa in campo – Erdoğan accetterà il risultato? Questo è il vero quesito della Turchia e in questo caso un “no” fa veramente paura.


Per approfondimenti:

 – la biografia di Erdogan: The Telegraph

– il novello Ataturk: Avanti!

– un opinione sui desideri di “sultanato” repubblicano di Erdogan: the Globalist

– un’analisi del referendum e dei suoi retroscena politici: The Guardian

– il punto sulla situazione politica in Turchia: al-Monitor

– sul rapporto fra Gülen ed Erdoğan: Middle East Eye

– il voto dei Turchi all’estero, il caso Berlino: Der Tagesspiegel

– un ritratto di Demirtas: Ansa

– il caso del Cile, l’esempio in cui spera il campo del “no”: The Globe Post

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma è stato uno dei più brillanti politici italiani. Se mi dicessero di votare ora, implorerei Odino di darmi il dono della preveggenza. Se mi chiedono di dove sono, sono nato lì, ma ho vissuto anche là e là, e anche laggiù, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio perchè sono di Genova. Se mi chiedono dove vivo, rispondo: fai tu, ma fra Berlino e Torino.

Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva (Star Trek compresA). Gra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic e i Lakers, SEMPRE. Come mi definirei? Un nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto di scrivere per passione.

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