La sovrana crisi della Turchia e il caso del sovranismo europeo

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Road 2 Europe affronta oggi la crisi economica in Turchia, il “sovranismo” italiano, le elezioni spagnole e il pasticciaccio della Brexit.

Mancano 2 mesi alle elezioni europee e l’atteso armageddon populista sembra più un miraggio che realtà. Per dimostrarlo, continua la seria Road to Europe, l’aggiornamento dei sondaggi elettorali per i paesi europei considerati “sensibili”. Oggi usciamo dall’Unione Europea per affrontare la crisi economica della Turchia, paese che rimane candidato all’entrate nell’Unione Europea anche se il processo si è arrestato per la deriva autoritaria presa dal governo dell’attuale presidente Erdoğan.

Da qui andremo in Italia, l’unica roccaforte sovranista del continente per poi passare alla crisi di Ciudadanos in Spagna.

Legenda: PPE=popolari; S&D=socialisti e democratici; ALDE=liberaldemocratici; EELV=verdi; EUL/NGL=sinistra; ENF=Europa delle Nazioni; ECR=Conservatori; EFDD=Democrazia Diretta.


Turchia: le ragione di una crisi

La Turchia non è un paese della UE, ma aderisce all’Unione Doganale mediante accordo bilaterale e rimane un paese centrale per l’economia del continente, ancora di più ora per via della “Nuova Via della Seta”, sia per il controllo dei flussi migratori nel Mediterraneo Orientale.

Ad inizio dell’anno, l’OCSE ha stimato la crescita turca ad un -1,8% nel 2019, un tracollo rispetto al 2,5% fatto segnare nel 2018. A invertire la crescita turca è stata la crisi della Lira, la quale ha perso oltre il 25% del proprio valore durante il 2018, mentre l’inflazione è attualmente attestata al 19,67% dopo il picco del 25% registrato ad ottobre del 2018.

Una crisi che nasce dalle politiche monetaria “espansive” promosse da Erdoğan basate sul boom edilizio e su una pessima pianificazione economica (o, in termine liberisti, di un’eccesiva pianificazione della stessa). Il boom si è basato sull’inurbamento a forza dei contadini, costretti a muoversi dalle campagne a) per la riduzione del terreno agricolo dato dal boom edilizio e b) non creando possibilità di lavoro per gli stessi.

Bassi tassi d’interesse, enorme spesa pubblica per infrastrutture – come il nuovo aeroporto di Istanbul – e un alto tasso di indebitamento delle aziende turche verso l’estero ha messo le basi per la crisi a cui si è aggiunto il fallimento del Governo nel creare nuova occupazione.



La stagflazione

Il risultato è l’attuale stagflazione dove l’economia rallenta, l’inflazione cresce e la disoccupazione rimane alta. Se a questo uniamo il fatto che un quarto del debito estero turco (448,5 mld) sia a breve termine, si capisce che la situazione in Turchia è lungi dall’essere positiva.

Gli effetti di questa crisi stanno colpendo le fasce più basse della popolazione ed il governo è corso ai ripari con una serie di misure fra le quali l’introduzione di sconti sulle bollette energetiche, l’aumento dei salari minimi del 26% e creando mercati governativi a prezzi ridotti.

Per ovviare al deprezzamento della Lira, riporta il Financial Times, il governo turco le starebbe provando tutte. La Banca Centrale turca riporta che le riserve in valuta estera del paese sarebbero scese di un quarto, mentre alcuni analisti riportano un crollo dei due terzi.

Si tratta, nel migliore delle ipotesi, di 7,3 mld che sarebbero andati alle banche turche per rafforzare il valore della Lira prima delle elezioni. Domenica 31 marzo, infatti, si vota per le comunali. Soprattutto si vota ad Ankara e Istanbul e la crisi rischia di colpire duro quel velo di invincibilità del Presidente.


Le comunali in Turchia

Nella capitale, il candidato kemalista (CHP) Yavaş sarebbe in vantaggio sul candidato supportato dal Presidente con una forbice che va da 2 ai 9 punti percentuali. A Istanbul, città natale di Erdoğan dove egli stesso ha servito come sindaco, il candidato CHP İmamoğlu incalza, e in alcuni casi supera Binali Yıldırım (AKP), ex-Primo Ministro, l’ultimo della Turchia, e considerato un fedelissimo del Presidente. In entrambe le città il sindaco uscente è dell’AKP.

A livello nazionale, non si tratta ancora di una fuga degli elettori dall’AKP, il quale rimane stabile al 40%. A cambiare gli equilibri è, da una parte, l’ascesa del CHP, per la prima volta in 4 anni stabile sopra il 33%, dall’altra della crisi del nazionalista MHP, alleati del Presidente, passati dal 19 al 6%. La base del pensiero nazionalista, infatti, è una visione più conservatrice del kemalismo e molti elettori hanno progressivamente abbandonato MHP o per il CHP o per IYI, partito nato da una scissione anti-Erdoğan dei nazionalisti.

Inutile dire che, per il Presidente, la colpa della crisi monetaria e di quella inflazionistica è dei “poteri forti” occidentali: il tipico refrain del sovranista-nazionalista, la colpa è sempre dell’altro.



L’Italia, l’ultima sovranista

L’armaggedon sovranista in salsa italica si basa sul fatto che si il 26 maggio si vada a configurare un vasto fronte euroscettico sovranista a livello europeo atto a supportare le politiche anti-Fiscal Compact e anti-Maastricht propugnate dai nostri due partiti di Governo. Anche  perché o così, o la Commissione europea che si insedierà a novembre 2019 non sarà molto più accondiscendente di quella italiana nei riguardi del nostro, enorme, problema di deficit (considerate che, se volessimo disinnescare l’aumento dell’IVA, finaziare Quota 100, Flat Tax e RdC, servirebbero oltre i 50 mld di euro, ovvero il 4% del PIL del paese).

Uno scenario di difficile realizzazione visto le politiche economiche dei singoli partiti riconducibili all’alveo sovranista degli altri paesi d’Europa. Soggetti come i tedeschi dell’AfD – attualmente alleati con il M5S – o gli austriaci di FPOE – alleati della Lega – sono convinti conservatori fiscali, Fidesz rimane ancorata in seno al PPE, mentre nessun partito affiliato a ECR – Giorgia Meloni esclusa – si definisce anti-Europa o anti-Euro, bensì propenso ad una riforma della UE politica, ma non fiscale.

Come se non bastasse, sondaggi alla mano risulta che Lega (EFN), M5s (EFDD, futuro gruppo indipendente) e FdI eleggono 49 deputati “sovranisti” sui 144 possibili all’Europarlamento, dato che considera tutto ECR come parte del blocco sovranista.

L’Italia, sottolinea il giornalista di Radio Radicale, David Carretta rappresenta il 34% del sovranismo nell’Ue. Difficile vedere un armaggeddon come quello invocato – a scopi propagandistici – dai vari Salvini, Di Maio, Paragone, Borghi e Bagnai.

Italia – 76 seggi (dati mediani 27 marzo)

Lega (EFN): 27 seggi (32,2%) + 22

M5s (EFDD/Gruppo Nuovo): 18 seggi (20,9%) + 1

PD (S&D): 18 seggi (20,6%) – 14

FI (PPE): 8 seggi (9,5%) – 8

FdI (ECR): 4 seggi (4,5) + 4


Il collasso di Cs

Aver deciso di appoggiare il Partito Popolare e l’estrema destra di Vox non ha portato bene ad Alberto Rivera e a Ciudadanos (Cs). Ancora a dicembre 2018, infatti, Cs sembrava dover diventare il primo partito a rompere il duopolio PP/PSOE della Spagna post-franchista.

In quel periodo CS viaggiava fra il 20 ed il 22% dei consensi, sopra i popolari e vicinissimo al PSOE del premier Sanchez, forte di una piattaforma di una comunicazione considerato postnazionalista e liberale (Cs è parte dell’ALDE e legato ad un’alleanza diretta con LREM di Emmanuel Macron).

A un mese dalle elezioni parlamentari del 28 aprile e delle Europee del 26 maggio, Cs si attesta attorno al 15,1% che lo relega a quarto partito spagnolo dietro alla coalizione Unidos Podemos (peraltro anch’essa iin crisi

In fuga da Cs, sarebbero gli elettori liberal-progressisti che temono un’avvenuta svolta nazionalista di Rivera e compagnia. Svolta sottolineata da ricerche universitarie e recentemente confermata dalle analisi del Centro di Indagine Sociologica o CIS, ente di ricerca pubblico dipendente dal Ministero per la Presidenza, equivalente del Ministero per i Rapporti col Parlamento italiano.

Cs non è l’unico partito in crisi, anche Podemos registra una flessione sostanziale dei consensi rendendo impossibile una riedizione dell’accordo parlamentare che ha permesso a Sanchez di diventare premier nel 2018. Non esiste, però, un’alternativa perché se il PP è tornato stabilmente sopra il 20%, la caduta libera di Cs e i risultati ancora scarsi di Vox negano al centro-destra ogni possibilità di governo.

Spagna– 59 seggi (dati mediani 27 marzo)

PSOE (S&D): 19 seggi (30,5%) + 6

Partito Popolare (PPE): 13 seggi (19,5%) – 3

Podemos (EUL/NGL): 5 seggi (15,6%) – 7

Cs (ALDE): 9 seggi (15,1%) +- 0

Vox (Nuovo): 6 seggi (8,4%) + 6

Ahora Republicas (EELV): 3 seggi (4,6%) +- 0



Farsa Brexit

Brexit Day, ovvero il 29 marzo, è passato e il Regno Unito è ancora parte dell’Unione Europea. Sarà così almeno fino al 10 aprile quando Theresa May, se sarà ancora Primo Ministro, è attesa a Bruxelles per spiegare le intenzioni del paese agli altri leader europei.

Quali queste siano non è dato saperlo. Ol parlamento britannico ha votato contro ogni singola proposta alternativa all’accordo May dopo aver rifiutato lo stesso due volte nella sua forma completa, ovvero con dichiarazione politica che indicava l’intenzione britannica di non partecipare a nessuna forma di unione doganale futura, e una volta, l’ultima, in forma parziale, ovvero il solo accordo di uscita.

Lunedì i Comuni voteranno, di nuovo, la proposta di Soft Brexit del leader laburista Jeremy Corbyn, ovvero la permanenza del Regno Unito, in qualche forma, all’interno dell’unione doganale. Qualora ci fosse una maggioranza sulla Soft Brexit, Theresa May dovrebbe decidere se incorporare tale piano nel suo accordo e, a quel punto, portarlo, di nuovo, in aula per essere votato.

Difficile che ciò succeda perché questa sarebbe non solo una sconfitta, ma un’umiliazione per il partito Conservatore che certificherebbe l’incapacità della propria classe dirigente di arrivare ad un accordo al punto da accettare quello dei laburisti. Infatti, 170 parlamentari Tories starebbero facendo pressione sul Premier per uscire il 12 aprile con il No Deal.

In ogni caso è probabile che Theresa May chieda un’ulteriore proroga dalla Brexit, portando il paese a partecipare alle prossime elezioni europee. A quel punto c’è da aspettarsi che Bruxelles la leghi ad un impegno politico o per nuove elezioni o, più probabile, ad un secondo referendum.

Gran Bretagna – (dati mediani 27 marzo)

Tories (ECR): 30%

Labour (S&D): 30%

UKIP (EFDD): 16%

LibDem (ALDE): 12%

Green party (EELV): 6%

Scottish National Party (EELV): 5.0%


Il Parlamento

TOTALE – 705 seggi (dati mediani 27 marzo)

Il blocco europeista composto da PPE, S&D, ALDE e Macron  onterebbe – al netto di nuove adesioni e delle formazione di un gruppo “Macron”  allargato ai verdi – 403 seggi. Con la partecipazione dei Verdi si arriva a 450 seggi.

PPE: 178 seggi, – 41 (PPE – Fidesz = 165 seggi, – 54)

S&D: 132 seggi, – 56

ALDE: 69 seggi, + 1 (ALDE + LREM = 93 seggi, + 25)

ENF: 61 seggi, + 26

ECR: 60 seggi, – 13

UEL/EGL: 49 seggi, – 2

EELV: 47 seggi, – 5

5S (M5S + Kukiz’15): 24 seggi

EFDD: 15 seggi – 27

Nuovi/altri: 46 seggi


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