Trump, Putin, il Russiagate e come funziona la macchina russa delle fake

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Fra Putin e Trump i tratti e gli interessi in comune sono molti: ecco come leggere realmente la fine del Russiagate.

“L’indagine ha dimostrato che nessun membro del comitato elettorale di Trump [compreso il Presidente, NdR] ha cospirato o si è coordinato con il governo russo in relazione ai tentativi di interferenza nelle elezioni presidenziali del 2016 […] nonostante le molteplici offerte provenienti da individui legati alla Russia”.

Questo è quanto risulta dalle conclusione delle indagini di Robert Mueller sul caso Russigate, almeno da quanto risulta dalla relazione di quattro pagine presentata dal Procuratore Generale William P. Barr in una lettera pubblica datata 24 marzo. Il rapporto integrale rimane, invece, segretato, come gli ultimi atti di accusa probabilmente rivolti verso cittadini stranieri.

Da Mar de Lago, Donald Trump gongola indicando nei Democratici i mandanti politici di “due anni di delegittimazione” nei suoi confronti, mentre, nei social, la volgata popolare boccia il Russiagate e le interferenze russe nelle elezioni statunitensi come un immensa “truffa”.

I documenti, però, andrebbero letti, perché anche se Trump e alleati risultano innocenti, il caso delle interferenze sono state una realtà.


Assolto da cosa?

Partiamo dall’inizio, ovvero dal fatto che il Procuratore Speciale Mueller accerta che non ci sono prove della collusione di Trump o suoi aiutanti con esponenti del Governo russo e che l’attività di ostruzionismo alle indagini del Russiagate non incriminano il presidente anche se, allo stesso tempo, non lo esonerano da eventuali responsabilità giuridica. In quest’ultimo caso, Mueller rimette la decisione sull’eventuale procedimento giuridico a Barr. Quest’ultimo, ovviamente, ha archiviato la pratica.

La conclusione del Russigate risolve il caso di collusione, ma non cancella gli altri provvedimenti di accusa al presidente che riguardano la sua vita da tycoon del mattone. Si tratta di una decina di casi, quasi tutti di corruzione, su cui sta indagando la magistratura di South New York. Quelle indagini – non connesse al Russiagate – rimangono aperte e rischiano di deflagrare nei prossimi anni in concomitanza con le presidenziali 2020.


La macchina della disinformazia

Secondo quanto stabilito dall’indagine, durante la campagna elettorale del 2016 si sono verificati due tentativi di influenzare il risultato elettorale da parte di società ed operativi connessi al Cremlino. Entrambi, dice sempre Barr citando, a sua volta, Mueller, tesi a screditare la campagna elettorale democratica a favore di quella repubblicana. Il primo ha coinvolto una società russa, la Internet Research Agency (IRA) di San Pietroburgo, definita nell’indagine con il nome di “troll factory”.

Nello specifico, Mueller imputa all’IRA l’obiettivo di “seminare la discordia sociale” tramite fakenews e contenuti virali atti ad alterare la percezione dei candidati e dei lori programmi a favore di Donald Trump, identificato come candidato “pro-Russia” dal Cremlino. Solo nel periodo delle elezioni, su Facebook, i contenuti promossi dall’IRA avrebbero raggiunto circa 10 mln di utenti statunitensi grazie all’utilizzo di oltre 470 account. Fra questi, messaggi anti-immigrazione, anti-Islam, ma non solo. Tramite Instagram, Facebook e YouTube (qui con oltre 10 canali e 571 video), IRA ha cercato di fomentare gli afroamericani, cruciali per ogni vittoria Dem, contro il governo USA – ai tempi retto dai democratici – per promuovere l’astensionismo e/o diffondere false istruzioni per il voto.

L’attività principale dell’IRA, come testimoniarono già le indagini fatte svolgere da Barack Obama, è quello di creare contenuti, diffonderli e indirizzare i flussi di traffici dei social network su quei contenuti a scopo di propaganda politica. Il tutto grazie allo studio e lo sfruttamento dei meccanismi base della comunicazione social, quindi algoritmi, flussi di traffico, hashtag e creazione di messaggi mirati anche con l’uso dei famigerati account-bot. Le fonti principale dei contenuti IRA sono post delle due agenzie giornalistiche del Cremlino, RT e Sputnik, famose, a loro volta, per le fakenews, postati e retwittati mediante l’uso di molteplici account, pagine e profili tutti gestiti dall’agenzia.

Nel corso degli anni il nome dell’IRA è stato legato alle campagne apologetiche in supporto a Vladimir Putin ed al presidente siriano Bashar al-Assad o di accusa contro il governo ucraino e gli oppositori interni russi (Alexei Navalny soprattutto).



Gli Hackers

Il secondo è stato più diretto e ha riguardato precise operazionei di hackeraggio organizzato perpetrate da hackers legati o direttamente stipendiati dall’agenzia russa di intelligence, la GRU, nei confronti del Comitato Nazionale dei Democratici (DNC). Nel caso specifico, Guccifer 2.0, Cozy Bear and Fancy Bear, hackers legati alla rete di Mosca, sarebbero penetrati negli Hard-Disk del Comitato Democratico col preciso intento di trovare materiale compromettente nei confronti della campagna democratica per le presidenziali.

Quanto ritrovato è diventato pubblico tramite WikiLeaks. Si tratta di una serie di mail private dei vertici del partito che dimostrerebbero l’esistenza di un pregiudizio del DNC nei confronti dell’avversario di Hillary Clinton durante le primarie, Bernie Sanders, in un tentativo di dimostrare le “élite” democratiche agli occhi dell’elettorale popolare e radical del senatore del Vermont. Da segnalare che sia su IRA che sugli hackers pende un mandato di cattura spiccato dallo stesso Dipartimento di Stato.

Gli hackers di GRU sono professionisti, vere e proprie elite informatiche ed il loro metodo di azione preferito è lo spear-phishing, ovvero creare link fake che mirano a penetrare nelle caselle di posta di specifici individui e rubarne le informazioni. Da notare che su Fancy Bear e Cozy Bear, le accuse non si fermano al caso del DNC, ma toccano, fra gli altri, le elezioni francesi e tedesche, attacchi a think tank USA e giornalisti, etc.

Rimane una domanda apparentemente inevasa: se non c’era accordo, perché Putin avrebbe aiutato Trump?

La risposta è molto semplice. Putin ha ANCHE aiutato Trump, aiutando principalmente sè stesso. L’obiettivo, probabilmente, non era neanche quello di far eleggere il tycoon newyorkese – almeno che Putin non avesse la sfera di cristallo per predire un’elezione che ha visto Clinton prevalere nel voto popolare – ma di screditare i democratici ed indebolire il sistema elettorale USA. La vittoria di un candidato russofilo è stata solo la ciliegina sulla torta, apprezzata, ma non certa, non calcolata a tavolino.


Trump-Putin: fratelli coltelli

Stando alle informazioni in nostro possesso, la vicinanza politica fra Trump e Putin non nasce da un accordo sottobanco di tipo elettorale o a qualche forma di ricatto, ma ad una reale e palese comunanza di di obiettivi internazionali e visione del mondo.

Entrambi sono – Trump a parole, Putin più convinto – tradizionalisti e nazionalisti. Entrambi vorrebbero il ritorno ad un equilibrio mondiale meno fluido e regionalizzato. Entrambi, se entriamo nello specifico, osteggiano l’Unione Europea e il commercio del WTO, anche se per motivazioni diverse. Per il protezionismo USA, la UE è un concorrente economico che si è rivelato abile, sfruttando il proprio peso e i trattati commerciali, a imporre i propri standard regolatori a gran parte del mercato globale (Canada, Giappone, Sud America e in prospettiva il Sud-Est Asiatico).

Per la Russia, l’Unione è, soprattutto nella sua versione politica, ovvero Commissione e Parlamento, un ostacolo verso il raggiungimento di una qualche forma di asse fra Mosca i maggiorenti europei (Germania, Francia, Olanda, Spagna e Italia). Sul piano generale, infatti, sia la Casa Bianca che il Cremlino si sono dimostrati inclini a trovare una qualche forma di alleanza/accordo. Questo, per l’establishment trumpiano – uno su tutti Steve Bannon, ma c’è anche il genero di Trump, Kushner – sarebb una forma di alleanza strategica in funzione anticinese, mentre Putin sta cercando di porre la Russia come gigante intermedio fra le due superpotenze e per farlo ha bisogno di far valere la propria influenza sull’Europa (previo accordo con gli Stati Uniti) e sul Medio-Oriente (dove Trump gli ha lasciato, palesemente, carta bianca in Siria e nelle relazioni con l’Iran).



Venuzuela divided

I due stanno giocando una partita difficile che non è il frutto di un accordo a tavolino, ma una battaglia diplomatica che alterna distensioni e velocissime chiusure, come si è visto con il patto di non proliferazione nucleare, l’invio di militari USA nei paesi baltici e in Polonia o degli aerei russi in Venezuela. Come la Siria, proprio il Venezuela è il perfetto esempio di come – lontano dalle urla terrorizzate dei social – gunzioni questo rapporto: da gennaio si paventa un intervento militare statunitense, eppure questo non solo non sì è ancora materializzato, ma non si è cominciato neanche ad organizzarlo.

Questo nonostante il petrolio di Caracas e nonostante che Cigto – proprietaria di varie raffinerie negli USA – sia di proprietà della compagnia nazionale venezuelana PDVSA (sono due degli argomenti usati da chi cita il petrolio come ragione per l’intervento mancante). Il paese, invece, vive una situazione di stallo e immobilismo in cui sia Maduro che Guaidò esistono e, lasciatecelo dire, sono entrambi ancora vivi.

Lo stallo venezuelano è, infatti, parte integrante della trattativa in atto e riguarda l’assetto geopolitico del Sud America. La Russia ha semplicemente troppi asset coinvolti: essa detiene 3.15 mld di debito venezuelano in basead un accordo di ristrutturazione decennale dello stesso; Rosneft ha un credito di 2.85 mld di euro con PDVSA (equivalente al 6.25% del fatturato della compagnia) ed è co-finanziatore – sempre per accordi di ristrutturazione del debito – di vari progetti di estrazione del greggio venezuelano. Perché questa non l’Unione Sovietica, è la Russia, un paese capitalista con interessi economici prevalenti.

Solo un accordo fra Putin e Trump sancirà la fine della crisi venezuelana; e questo vale un po’ per tutti i dossier rimasti aperti in Europa.


La vittoria contro la propaganda

Per chi sperava che Trump venisse ‘fatto fuori’ dall’impeachment, le conclusioni di Mueller possono esser viste come una sconfitta, ma da chi guarda la questione dal punto di vista della democrazia, tale rapporto deve essere considerato una salvezza. Scagionato dalle accuse di collusione, quando Trump perderà, lo farà in base alle sue scelte in politica interna (la follia del muro), estere (la guerra commerciale alla Cina) o per la Trumpnomics, non per un voto di sfiducia al Congresso.

Nell’ottica di chi si batte – come il Caffè e l’Opinione – contro le semplificazioni  e i complotti, sparisce anche la retorica del “Trump vs Deep State”, ovvero del presidente come “rivoluzionario” a servizio del popolo (bianco) che si batte contro le élite (mondialiste e meticce) USA, che altro non è che il cavallo di battaglia di Bannon e dei filo-Trump presenti in rete, italiani compresi.

Soprattutto, però, l’affare Russiagate, assieme all’inchiesta voluta da Obama, dimostrano ancora una volta, se ce ne fosse stato ancora bisogno, quelli che molti negazionisti, sovranisti e filorussi tendono a ignorare o sminuire: i russi non solo intervengono nelle elezioni degli altri paesi o nei meccanismi informativi (vedi la Siria), ma lo fanno attraverso un meccansimo di disinformazione che non ha rivali. Per chi, come noi, scrive da anni su populismo e fake news, questa è la vera buona notizia.



Non c’è stata collusione fra Trump e il Cremlino per la campagna elettorale del 2017, e va bene così. Ma che i due paesi giochino una partita di affinità e contrasti è, oramai, più che palese. Capirlo è capire come funziona la geopolitica contemporanea, quali sono i veri rapporti di forza in un mondo che non è più quello manicheo della Guerra Fredda, ma conta Cina, Europa, Russia e USA ed una serie di complesse interdipendenze economiche.

Un mondo in cui Trump ha interessi in comune con Putin a priori di qualsiasi cospirazione o collusione elettorale.

Per noi europei, intanto, la conclusione del caso Mueller dice una cosa: che ci sia o meno un contatto diretto fra i vari partiti filorussi all’interno della UE, le interferenze russe non sono da prendere sottogamba. Nel migliore dei casi – vedi gli USA, ma si può citare anche la Brexit – queste hanno regaleto al paese due anni di instabilità politica e gettato un’ombra gigantesca su quello che è lo strumento principale della sovranità popolare: il voto.


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