Trump dice addio al “muro” col Messico, per ora – Gli scontri in Venezuela, fra rivoluzione e repressione – L’Unione Doganale per fermare Erdogan – il Ristretto del 26-4-2017

 La barriera fra Stati Uniti e Messico al confine fra Tijuana e San Diego. Foto:  Jonathan McIntosh  Licenza:  CC 2.0

La barriera fra Stati Uniti e Messico al confine fra Tijuana e San Diego. Foto:  Jonathan McIntosh  Licenza: CC 2.0

La riscossa dei Democratici contro il muro di Trump, anche a rischio di bloccare il governo per 5 mesi. Gli scontri del Venezuela fra morti, governo, manifestanti e bande armate chaviste. Rafforzare l’Unione Doganale per fermare Erdoğan. La situazione in Francia a due settimane dal secondo turno.

Washington. Il muro fra Stati Uniti e Messico, uno dei punti più discussi del programma elettorale di Donald Trump, non si farà, almeno per ora. Così ha dichiarato martedì 25 aprile il Presidente in persona durante un incontro privato con i rappresentanti dei media conservatori.

La decisione dell’amministrazione è arrivata martedì 25 aprile, allo scopo di evitare il cosiddetto “government shutdown”, il blocco delle attività amministrative previsto qualora il Congresso non riesca ad approvare il rifinanziamento delle stesse entro la data del 28 aprile.

L’empasse che rischia di bloccare le attività governative, proprio allo scadere dei primi 100 giorni della presidenza Trump, è nata dalla proposta del governo di includere nel budget una speciale provvigione di 1,4 miliardi di dollari per avviare la costruzione del muro, il cui costo finale dovrebbe aggirarsi attorno ai 20 miliardi.

I Democratici, i cui voti sono necessari al Senato per l’approvazione del provvedimento, si sono detti favorevoli a stanziare un budget straordinario per la sicurezza dei confini, qualora questa non contenga alcun finanziamento al “muro”. Da qui lo scontro che ha visto alcuni Repubblicani, eletti nei collegi al confine con il Messico..schierarsi con l’opposizione. Da qui lo scontro che ha portato al cambio di rotta del governo.

Sicuramente, ma più un là nel tempo, il Messico pagherà in qualche modo per il muro, ma noi dobbiamo cominciare

— Donald Trump, sul perché gli USA debbano costruire il muro anche senza il sì del Messico

L’amministrazione non intende, però, archiviare l’idea del muro, rimandando la proposta di finanziamento all’inizio dell’anno fiscale, ovvero al primo di ottobre. Nel frattempo il governo, dopo aver ricompattato il fronte repubblicano, deve affrontare un’altra emergenza, legata proprio al rifinanziamento dell’ObamaCare. Nancy Pelosi, leader dei Democratici al Congresso, archiviata la vittoria nei riguardi del muro, ha dichiarato che il provvedimento finale sul budget non verrà votato a meno che i fondi “provvisiori” stanziati dal governo per ObamaCare non divengano permanenti.

Ciò sarebbe stabilito “per legge”, sostengono i democratici. Intanto la guerriglia parlamentare continua a danno di Trump, il quale potrebbe festeggiare i suoi primi 100 giorni nel peggior modo possibile.


Il Venezuela nel caos. Sale a 26 il computo totale dei morti nelle proteste che da tre settimane infiammano il Venezuela. In quella che sta diventando una guerra civile, lunedì un manifestante pro-governo è stato ucciso a Mérida. Altre tre vittime sono state registrate sempre nella stessa città e nella vicina Barinas, anche se non è chiaro in quali manifestazioni stessero prendendo parte. 11 persone sono morte, invece, venerdì a Caracas durante il saccheggio di una panetteria.

Le proteste sono nate tre settimane fa, quando l’Alta Corte di Giustizia venezuelana – sotto diretto controllo del governo – ha sciolto il Parlamento, accusato di agire contro il presidente Nicolás Maduro. La decisione è poi rientrata in seguito ai movimenti di piazza, ma questo non è servito a fermare i manifestanti. Questi, appoggiati dalle opposizioni, chiedono chiedono le dimissioni immediate del presidente Nicolás Maduro e nuove elezioni presidenziali. La speranza è che il nuovo governo, rinunci alle politiche chaviste applicate da Maduro e considerate responsabili per la profonda crisi del paese sudamaericano. L’inflazione è infatti arrivata al 500%, mentre nel paese mancano i generi di prima necessità dal paese, soprattutto medicine e prodotti alimentari

Mentre il governo, come sostiene Diosdado Cabello, vicepresidente del Partito Socialista Unito (PSUV), non prevede nuove elezioni prima della naturale conclusione del mandato di Maduro nel 2018, per strada continuano le violenze.

Queste non sono limitate ai manifestanti da una parte e le forze dell’ordine, armate di idranti e proiettili di gomma dall’altra, dall’altra, ma coinvolgono anche i “collectivos”, bande armate che si professano difensori della “rivoluzione bolivariana permanente” di Hugo Chávez. A questi gruppi sarebbero da attribuire il maggior numero di vittime delle violenze. I “collectivos” sono sparsi per tutto il paese e a Caracas, controllano un intero quartiere di 100.000 abitanti. Sebbene questi non siano ufficialmente riconosciuti dal governo, essi sono considerati parte integrante della sua propaganda e sono stati essenziali nel respingere il colpo di stato contro Chavez del 2002.

Lunedì, per ovviare alle violenze del fine settimana, le opposizioni hanno organizzato una manifestazione pacifica: un sit-in che ha visto decine di migliaia di persone bloccare le principali arterie viarie di Caracas. 


 Il porto di Istanbul, uno dei principali del Mediterraneo e fulcro degli interessi commerciali del paese. Foto:  Harold Litwiler  Licenza:  CC 2.0

Il porto di Istanbul, uno dei principali del Mediterraneo e fulcro degli interessi commerciali del paese. Foto:  Harold Litwiler  Licenza: CC 2.0

L’Europa contro la Erdogan. Le trattative fra Turchia ed Unione Europea potrebbero essere la chiave per evitare la svolta autoritaria del paese mediterraneo dopo la risicata vittoria del “sì” al recente referendum costituzionale. Lo sostengono l’austriaco Johannes Hahn, commissario europeo per i negoziati per l’allargamento, e l’olandese Kati Piri, responsabile per i negoziati con la Turchia. 

Per i diplomatici europei, la nuova costituzione turca sarebbe incompatibile con i principi fondanti dell’Unione, ma questa potrebbe essere “sradicata” facendo perno sulla principale arma in mano a Bruxelles contro Ankara: l’unione doganale.

Quest’ultima è già prevista dagli attuali accordi fra Turchia ed Unione e rappresenta, per un’economia turca in rapida decrescita, uno dei pilastri principali del proprio export. Se infatti il paese, nonostante le minacce di Recep Tayyip Erdogan – che ha rilanciato la proposta di un referendum per bloccare i negoziati qualora questi non andassero avanti – non ha ancora interrotto i rapporti con i paesi europei, è proprio per il rischio di perdere l’Unione Doganale.

Hahn e Piri sono convinti che il tema dell’Unione Doganale con la Turchia e la prospettiva di un miglioramento della stessa, dovrebbero essere al centro del prossimo vertice europeo di Malta, come mossa politica per bloccare l’applicazione della nuova costituzione turca.


 Jean-Luc Mélenchon, durante le elezioni presidenziali del 2012. Foto:  Jonas Costagliola  Licenza:  CC 2.0

Jean-Luc Mélenchon, durante le elezioni presidenziali del 2012. Foto:  Jonas Costagliola  Licenza:  CC 2.0

La Francia alle urne. Socialisti e Repubblicani hanno indicato in Emmanuel Macron il candidato da votare al ballottaggio delle presidenziali che si terrà il 7 maggio per evitare il “collasso” democratico che seguirebbe all’elezione di Marine Le Pen all’Eliseo (la residenza del Presidente francese). Lo stesso indirizzo non è stato adottato, però, dal candidato dell’estrema sinistra Jean-Luc Mélenchon, il quale ha ufficialmente dichiarato che il suo movimento non esprimerà una preferenza lasciando, quindi, completa libertà di voto ai propri elettori.

La decisione è il risultato delle consultazioni del movimento “la France Insoumise”, avvenute su Internet negli ultimi giorni. La decisione non sorprende. Ancora in campagna elettorale, e con l’obiettivo di tradurre il suo 19% di preferenze in una buona affermazione alle prossime legislative di giugno, Mélenchon aveva espresso la sua eguale avversione per la “nazionalista” Le Pen ed il “banchiere” Macron, considerati due facce della stessa medaglia.

Nonostante il mancato appoggio diretto da parte della sinistra, Macron è il netto favorito al ballottaggio, grazie ad un 62% di intenzioni di voto, rispetto al 38% attribuito a Le Pen. Il rischio di una presidenza però rimane, almeno fino al 7 maggio.

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma uno dei più brillanti politici italiani. Se mi chiedono di dove sono ondeggio fra Torino e Genova, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio. Fra Berlino e Torino, ricordando Genova. Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva e fra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic. Come mi definirei? Un Nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto il giornalismo (per passione).

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