Tripoli: il terzo incomodo fra Francia e Italia, la Russia.

TRIPOLI

Tripoli brucia, ma mentre l’Italia lancia strali contro la Francia, sullo scenario libico si affaccia un player dimenticato: la Russia.

Da nove giorni, Tripoli brucia negli scontri fra l’auto-proclamatasi “Settima Brigata di Tarhuna” e le milizie della città di Tripoli, mettendo a rischio il governo di Fayez Sarraj e riaprendo il mai sopito conflitto civile libico. Un’evento che, in realtà, stupisce soltanto coloro che questo conflitto hanno preferito ignorarlo e considerare il governo di Tripoli, quello riconosciuto dall’ONU, un ente politico “stabile”, capace di esercitare un reale controllo sul paese e renderlo, nei fatti, “sicuro”.

Non era così e quei racconti sono serviti solamente per alimentare l’idea di “campi di detenzioni”dagli elevati standard sotto il ‘controllo’ dell’ONU (in realtà tale controllo, come denunciato dalla stessa UNHCR, era inesistente), di “lotta ai trafficanti” e del più grande di tutti i miti: “la Guardia Costiera Libica“. Sia per questo governo che, in parte, per il precedente.


Tripoli fra propaganda e realtà

Invece la Libia continuava ad essere divisa in tre grandi blocchi: il sud dei Tuareg, la Cirenaica in mano ad Haftar (su cui torneremo a breve) e la Tripolitana di Sarraj. In particolare quest’ultima era quella riconosciuta dall’ONU e considerata dall’Italia partner “stabile” per gli affari e il “controllo della rotta del Mediterraneo Centrale”. Peccato che, come dimostrano i fatti di questi giorni, la Tripolitana sia, a sua volta, un agglomerato di milizie, con quelle di Tripoli che controllavano il governo, con cittadine come Tarhuna che possono schierare un piccolo esercito e un’altra città, Misurata, a cui si è chiesto aiuto per salvare la ‘Capitale’ di uno stato che non c’è.

Questa è la realtà sul terreno, quella delle persone che vivono nel paese. Poi c’è la realtà parallela dell’occidente, dove la Libia rimane territorio di conquista neo-coloniale fra Francia e Italia. solo che a portarla avanti non sono gli eserciti nazionali, ma le compagnie petrolifere.

Partendo da questo principio è già nata una nuova narrazzione, quella del tentativo di destabilizzazione del Governo Sarraj da parte della Francia di Macron, a puro danno dell’Italia e “dell’interesse nazionale italiano”, come dice il Ministro dell’Interno e Premier-Ombra Matteo Salvini. Peccato chel’aggressione metta in crisi il piano dell’ONU, caldeggiato dalla stessa Francia, di tenere elezioni entro quest’anno e liberino lo spazio per l’entrata in scena, a Tripoli, dell’uomo forte di Benghazi: il generale Khalifa Haftar.


Italia contro Francia

Alcuni commentatori, fra cui Andrea Margelletti, diretto del Centro Studi Internazionali ripreso dal Fatto Quotidiano, indicano Haftar come un “uomo di Macron”, il cui scopo sarebbe quello di perseguire, ancora questo termine, gli “interessi nazionali francesi piuttosto che quelli della coalizione di cui la Francia fa parte”.

Macron non hai nascosto di considerare Haftar come parte del processo di stabilizzazione della Libia, tanto da aver più volte fatto pressione perché il generale entrasse nel governo di Tripoli. Allo stesso tempo, come testimoniato da Michele Arnese su StartMagazine, Total ha grandi interessi nella Cirenaica controllata dal generale, come peraltro tutte le compagnie petrolifere visto che la National Oil Corporation libica ha la sua maggiore raffineria nel territorio di Benghazi. Eppure legare Haftar solamente alla Francia e a Total è negare la presenza di un altro attore, il terzo incomodo in questo conflitto fra Italia e Francia: la Russia di Vladimir Putin.


Il terzo incomodo a Tripoli: la Russia

Infatti, Haftar, non gode solo del supporto francese, ma soprattutto di quello di Mosca all’interno di un triangolo, che possiamo definire il “Mediterraneo Russo” di cui fanno parte la Siria di Assad, l’Egitto di al-Sisi e la Cirenaica di Haftar. Un progetto che ha visto la controllata statale russa Rosneft investire decine di miliardi di dollari nel paese e firmare accordi pluriennali per lo sviluppo della rete estrattiva del paese nordafricano. Esattamente come avviene in Egitto dove, peraltro, Rosneft è il primo partner di ENI nella concessione per il mega-giacimento di Zhor.

Come si intravede da questa veloce esposizione, descrivere la Libia con un semplice Total contro ENI, Macron contro Italia ha l’unico scopo di permettere a Matteo Salvini, e di converso al Governo italiano, di agitare la bandierina “della piccola Italia aggredita dagli interessi della grande e coloniale Francia”.

Allo scopo di delineare, almeno nelle sue linee principali, il quadro geopolitico in cui il conflitto di Tripoli si sta muovendo, vi proponiamo due analisi proposte a novembre e dicembre 2017. Il tema è appunto il triangolo di miliardi, petrolio, supporto politico che sta creando il “Mediterraneo Russo”.



Rosneft

L’impero petrolifero di Putin

Rosneft. Gazprom e la rete politica internazionale di Vladimir Putin

La Russia ha un PIL pari a quello della Germania, un hard-power nucleare ancora paragonabile a quella statunitense. Nonostante questo, è il suo soft-power che la rende un attore centrale sul proscenio internazionale: le compagnie petrolifere statali, i gioielli della corona di Zar Putin, Rosneft e Gazprom. Articolo originale del 19 novembre 2017, pubblicato come “il Caffè della Domenica”.

Verona, ottobre 2017, X Forum Economico Euroasiatico. Per Igor Sechin, CEO di Rosneft, la più grande compagnia petrolifera del mondo, le notizie sulla “morte del petrolio sarebbero quantomeno esagerate” ed il greggio “rimarrà” il principale combustibile “dell’industria mondiale” ancora per i prossimi 20-30 anni.

Sechin ne è convinto e così lo è il suo “datore di lavoro” Vladimir Putin, di cui, fra l’altro, il CEO di Rosneft è stato vice quando l’attuale Presidente era il sindaco di San Pietroburgo. Raramente, infatti, le azioni di Sechin e della “sua” Rosneft (la compagnia è controllata al 50% direttamente da Mosca) sono indipendenti dalle volontà di Mosca, di cui la compagnia ne rappresenta, ormai, il “braccio economico” della sua politica estera.

Un discorso simile vale per l’altra grande compagnia petrolifera di proprietà del Cremlino, ovvero Gazprom. Altro leader globale, stavolta nel gas, anch’essa guidata da un ex-collaboratore di Putin, Alexey Miller, e anche Gazprom parte integrante della politica estera russa. Niente di strano, obietteranno i più pragmatici: in fondo da sempre gli interessi delle grandi compagnie “nazionali” sono strategici per i singoli stati.

Eppure, il triangolo fra Gazprom, Rosneft e Cremlino non è una semplice “tutela” degli interessi moscoviti. Gli eventi degli ultimi mesi dimostrano infatti come mediante i suoi due colossi, Mosca mira alla creazione di un network politico in cui i singoli accordi commerciali diventano un modo per finanziare alleati o crearsene di nuovi. Una politica totalmente pro-attiva più simile a quella operata dalle compagnie cinesi che dal modello occidentale, ma estremamente più aggressiva del sistema messo in atto da Pechino.


Gas e Gazprom

In Europa, tutto inizia con Gazprom, ovvero il monopolista per l’esportazione del gas naturale russo, nonché pilastro della politica regionale del Cremlino.

La compagnia controlla il 40% dell’approvvigionamento di gas in Europa e la quasi totalità di quello consumato dall’Europa Orientale – compresi quelli anti-russi – e da quella Centrale. Qui è strategico il rapporto con la Germania, individuata dalla Russia come competitor regionale volto a creare un’interdipendenza economico-politica fra i due paesi.

Depotenziare l’asse Berlino-Washington (e, in misura minore, Berlino-Parigi), significherebbe indebolire l’influenza statunitense nella regione a cui seguirebbe un atteggiamento complessivamente più pragmatico e meno idealista da parte della UE sulla questione ucraina.

Le pipeline. In quest’ottica, diventano centrali sia il North Stream 1 e 2, le pipeline che connettono la Russia alla Germania passando sotto il Mar Baltico, che il suo braccio meridionale Turkish Stream, in realizzazione nel Mar Egeo.

North Stream, una volta completato il raddoppio osteggiato da alcuni paesi europei, incrementerà l’afflusso di gas alla Germania annullando, allo stesso tempo, benefici fiscali che i vecchi gasdotti su terra davano ai “paesi ribelli” all’egemonia regionale russa: Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca e, soprattutto, Ucraina.

Turkish Stream, invece, permetterà un aumento della presenza russa sul mercato dell’Europa meridionale, con il rafforzamento dei rapporti con l’Italia, altro partner centrale, e con il nuovo “alleato”: la Turchia di Erdogan.


Please accept YouTube cookies to play this video. By accepting you will be accessing content from YouTube, a service provided by an external third party.

YouTube privacy policy

If you accept this notice, your choice will be saved and the page will refresh.

Rosneft: colpire Riyadh per ferire Washington

Se nei primi dieci anni del nuovo millennio, Gazprom è stato il principale “ariete politico” di Putin, ruolo che continua a recitare in Europa, a livello mondiale questo titolo spetta ora a Rosneft.

La compagnia petrolifera, guidata da Sechin, è diventata la vera “banca” della geopolitica di Vladimir Putin, la quale accompagna con investimenti ed accordi di sviluppo, buona parte delle iniziative di politica estera messe in campo da Mosca, soprattutto in Medio Oriente.

. Nel corso degli ultimi 5 anni, Rosneft è stata centrale per ridimensionare il peso politico regionale dell’Arabia Saudita, paese “controllore” dell’OPEC, l’associazione dei paesi produttori di petrolio, e, per trasverso, degli Stati Uniti, primo alleato della monarchia saudita.

Grazie all’espansione globale di Rosneft, infatti, la Russia è diventata il maggior paese produttore di petrolio al mondo, titolo che le permette di insidiare il duopolio Saudita-Statunitense per il controllo del prezzo del greggio. Non è un caso, infatti, che Rosneft abbia investito decine di miliardi di dollari nella regione solo nell’ultimo anno fra QatarLibia e Kurdistan, fra cui spiccano i 30 miliardi all’Iran e la recente entrata della compagnia in Egitto, co considerato un protettorato saudita, grazie alla cessione da parte di ENI del 30% della concessione del super-giacimento Zhor.

Una febbrile attività concentrata in aree di conflitto o “zone molli” dell’influenza saudita che appare più evidente se si unisce questo a quanto portato avanti dalla Russia in Siria.


Il resto del mondo

Non c’è solo il Medio Oriente nelle mire di Rosneft, così come non c’è solo Europa in quelle di Gazprom. In Asia, la compagnia ha acquisito il 98% di Essar Oil, un affare da quasi 13 miliardi di dollari che garantirà alla Russia una quota consistente in uno dei mercati emergenti, oltre a consolidare un partenariato, quello russo-indiano, storico per Mosca.

Sempre in Asia, Rosneft è stata al centro di uno dei principali affari dell’anno. Si tratta dell’acquisizione da parte della Compagnia energetica cinese CEFC del 14% dell’azienda russain un giro d’affari che ha coinvolto, fra gli altri, il Qatar ed Intesa Sanpaolo. Con CEFC, la Cina entra fra i partner di Rosneft legando la crescente Cina di Xi Jimping alla Russia di Putin.

Infine il Sud-America, dove l’offensiva commerciale e politica russa sembra aver subito un impennata dopo l’elezione di Donald Trump e l’uscita degli USA dal TTiP, il Partenariato TranPacifico. La Russia, e Rosneft, sono dietro i continui salvataggi del Venezuela di Maduro e della sua PDSVA, la compagnia petrolifera venezuelana.

Sempre Rosneft è il partner principale della brasiliana Petrobras, nello strategico giacimento di Solimoes, ed è entrata, insieme alla privata Lukoil, nello sfruttamento dei giacimenti petroliferi in acque costiere del Messico. In Argentina sarà, probabilmente, Gazprom il possibile partner del governo di Buenos Aires per lo sviluppo dell’industria dello Shale Oil.

Nel complesso, una rete transnazionale che sta portando la Russia ad essere non solo una potenza militare, ma anche il primo produttore di petrolio al mondo e, più importante, a ritagliarsi un ruolo all’interno di quella che era l’area geopolitica tradizionale degli Stati Uniti.

Fra i giganti Cina e USA, sono Rosneft e Gazprom i due arieti tramite cui Putin, e la Russia, riescono ad avere una forza di azione geopolitica che è superiore alla sua reale statura economica.



La Russia nel bacino mediterraneo

Il concetto di un Mediterraneo a trazione russa esiste da diversi anni e ha generato un conflitto a bassa intensità che vede la Russia contrapposta non agli USA (i cui interessi sono nello Shale Oil), quanto all’asse britannico-francese. In questo gioco, ENI, e quindi l’Italia, si trova spesso a fare da ponte fra i due fronti come dimostra l’enorme affare del mega-giacimento egiziano di Zhor, la cui concessione è oggi a maggioranza italiana con quote, quasi pari, di BP e Rosneft. Articolo pubblicato il 17 dicembre 2017 come “il Caffè della Domenica”

A nord, l’Unione Europea asserragliata nel suo cuore continentale, ad est il Medio Oriente post-ISIS, a sud, l’Africa delle Migrazioni e del post-Primavere Arabe: in questo modo si può leggere il bacino mediterraneo oggi.

Ma ci sarebbe un altro modo, una lettura che guarda ai nuovi assi geopolitici che nascono ad oriente, dalle steppe russe dove regna il moderno tzar Vladimir Putin.

Laddove l’Europa vede crisi regionali, la Russia vede la base area di Hmeimin e quella navale di Latakia in Siria, le basi navali ed aeree dell’Egitto di al-Sisi e tutto il litorale libico fra Tobruk e Benghazi sotto il controllo “dell’amico” Khalifa Haftar.

Un Mediterraneo dove l’Europa – nonostante i progetti di cooperazione in Africa – tenta di arroccarsi e dove gli Stati Uniti sono sempre più assenti. Un mare, dove passano i confini meridionali della NATO, quelli che si fermano fra le rotte dei disperati che cercano rifugio in Europa. Qui c’è l’anello debole dell’alleanza: quella Turchia che accetta tecnologia militare russa e si lega sempre di più al nuovo impero di Mosca.


Please accept YouTube cookies to play this video. By accepting you will be accessing content from YouTube, a service provided by an external third party.

YouTube privacy policy

If you accept this notice, your choice will be saved and the page will refresh.

Gli errori statunitensi

L’espansione geopolitica di Mosca – di cui abbiamo già parlato dal punto di vista “economico” – è cominciata anni fa al seguito di quel fallimento tutto statunitense che fu la Guerra del Golfo o, meglio, il dopo guerra. Mentre l’esercito USA, infatti, rimaneva impelagato in una lunga guerra di attrito con l’Islamismo, a Washington si pensava a come “uscire” da un Medio-Oriente sempre più diviso.

In quel momento nacque la politica poi intrapresa da Barack Obama pro-Primavere Arabe e pro-Iran: un complesso quanto rischioso – alcuni diranno maldestro – tentativo di ribaltare il sistema “Medio Oriente”, ridisegnando rapporti di forza tanto consolidati quanto inefficienti.

L’idea era quello di una “democratizzazione” dal basso, supportando “il popolo” contro i dittatori. Il piano, almeno in parte, fallì, e nelle pieghe di quel fallimento Mosca si è inserita.


Un Mediterreaneo Russo?

La Russia è attualmente presente nella regione in diversi ruoli e, soprattutto, con un sistema di alleanze fluide, adattabili, che permettono a Putin, grazie ad un cinico pragmatismo politico, di sostenere al-Sisi in Egitto fianco a fianco con Riyadh, Assad in Siria assieme all’Iran e contro turchi e sauditi ed allo stesso tempo sedersi al tavolo con Erdogan per discutere della spartizione della Siria.

Esempio di questa “duttilità” geopolitica è stata rappresentata dal viaggio che il Presidente russo ha compiuto lunedì 11 dicembre fra Siria, Egitto e Turchia, non casualmente arrivato pochi giorni dopo la decisione della Casa Bianca di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele.

Please accept YouTube cookies to play this video. By accepting you will be accessing content from YouTube, a service provided by an external third party.

YouTube privacy policy

If you accept this notice, your choice will be saved and the page will refresh.

SIRIA. Prima tappa del viaggio è stata la base area di Hmeimin. Qui, di fronte alle truppe russe, Vladimir Putin ha annunciato la “vittoria” della coalizione russo-siriana su ribelli ed islamisti, un successo che non solo “ha salvato la Siria”, ma ha garantito la “sicurezza della Russia”.

Una vittoria che porta al ritorno delle truppe “a casa”, in parte. Sì, perché poche ore prima Putin siglava con Assad un accordo che mantiene Hmeimin sotto il controllo di Mosca per i prossimi 49 anni, un centro importante che rafforza la presenza di Mosca nel Mediterraneo orientale.

EGITTO/LIBIA. Lasciata la Siria, Putin ha raggiunto il Cairo dove ha incontrato il presidente ‘Abd al-Fattah al-Sisi, arrivato al potere grazie a Mosca e Riyadh.

Putin ed al-Sisi hanno sancito la riapertura dei voli commerciali, sospesi dalla tragedia del volo Metrojet 9268, ma non solo. I due presidenti hanno ratificato il piano per la costruzione della prima centrale nucleare del paese ad el-Dabaah con soldi (l’80%) e tecnologia proveniente da Rosatom.

Un giro d’affari di 30 miliardi di dollari che si vanno a sommare a quelli che arriveranno dallo sviluppo del mega-giacimento di petrolio di Zhor, che Rosneft gestirà sotto l’egida dell’ENI.

Accordi che aprono la strada alla cooperazione militare fra i due paesi – di cui si discute da due mesi – che concederebbe alla Russia l’utilizzo delle basi militari egiziane sul Mediterraneo, basi che Putin potrebbe usare per supportare, nella vicina Libia, il generale Khalifa Haftar.

TURCHIA. Rafforzati i contatti nel sud del Mediterraneo, Putin è volato ad Ankara per incontrare Recep Tayyip Erdogan.

Al centro dei colloqui la situazione in Siria, con la promessa russa di evitare la creazione di un Grande Kurdistan, ma non solo.  Ben più significativo, per Mosca è stato l’accordo sulla cooperazione energetica: anche qui, come in Egitto la Russia fornirà alla Turchia la tecnologia necessaria per la costruzione della sua prima centrale atomica, ad Akkuyu.

Un accordo essenziale che va ad ampliare quel solco che ormai esiste fra Erdogan e gli altri paesi della NATO. Fra l’altro, la Turchia ha ribadito la sua intenzione di acquistare dalla Russia  due sistemi anti-missile, violando lo statuto della stessa Alleanza Atlantica.


Tre accordi fondamentali che vanno a rafforzare un blocco in cui gli Stati Uniti rappresentano una potenza sempre più marginalizzata fra i suoi alleati “tradizionali” – Israele, Giordania ed Arabia Saudita – e presente militarmente solo in Qatar e in Kurdistan siriano.

Quale sarebbe il piano finale. Il premio per questa attività non è solo il Medio-Oriente e le sue risorse petrolifere, ma soprattutto il controllo del Mediterraneo dove, fra l’altro transitano gran parte degli approvvigionamenti di idrocarburi per l’Europa.

Aumentare la propria presenza nella regione significa consolidare la propria posizione politica nei confronti dell’Unione Europea, costringendo il blocco – dove figurano quasi tutti  paesi della NATO, a più miti consigli verso Mosca.

Un ulteriore tassello che, unito alle tensioni sul “fronte orientale”, in quella che sembra sempre di più la vigilia di una nuova Guerra Fredda fra Russia ed Europa più che fra Washington e Mosca.


Putin, elezioni, russia, mondo

Putin è il padrone del mondo? Non ancora, ma il suo peso politico sta aumentando di giorno in giorno


Si conclude qui questa retrospettiva sull’intricata rete di rapporti politico-petroliferi che ruota attorno al Mediterraneo e che coinvolge la Russia, la vera protagonista in politica estera degli ultim 2 anni. Ci sarebbe ancora molto da dire e indagare su Haftar, Sarraj e il ruolo delle Milizie, ma per questo ci sarà tempo. Permettete, però, una provocazione: alla luce di quanto abbiamo descritto, perché ridurre gli scontri di Tripoli ad un confitto Total/ENI, Francia/Italia? A chi giova, politicamente, questa semplificazione?

La risposta, molteplice, è fra le righe. Dall’altra parte se il Governo italiano (di cui una componente non nasconde il proprio essere filo-russo), nonostante i milioni di Euro di interessi a Tripoli nega, con forza, ogni intervento di tipo militare, un motivo geopolitico ci sarà, o no?

Letture Consigliate

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma è stato uno dei più brillanti politici italiani. Se mi dicessero di votare ora, implorerei Odino di darmi il dono della preveggenza. Se mi chiedono di dove sono, sono nato lì, ma ho vissuto anche là e là, e anche laggiù, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio perchè sono di Genova. Se mi chiedono dove vivo, rispondo: fai tu, ma fra Berlino e Torino.

Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva (Star Trek compresA). Gra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic e i Lakers, SEMPRE. Come mi definirei? Un nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto di scrivere per passione.

Commenta!

avatar
  Subscribe  
Notificami