Theresa May perde la Brexit ed il pallino, ora, è solo nelle mani della UE

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Il destino della Brexit non è più nelle mani di Theresa May o del Parlamento, ma solo della UE, sempre che non arrivi il referendum.

Questa settimana non ci sarà il terzo voto ai Comuni sull’accordo concordato dal Governo May e l’Unione Europea sulla Brexit. Lo ha stabilito lo speaker della Camera dei Comuni John Bercow per cui rivotare – a 8 giorni di distanza – una mozione già bocciata senza sostanziali cambiamenti sia “uno spreco del tempo e delle risorse della Camera”.

Si conclude così l’ennesima settimana di fuoco di Theresa May sulla Brexit. Eppure, avrebbe dovuto essere la settimana decisiva, quella in cui la Gran Bretagna decideva se proseguire con l’accordo di Theresa May o a cercare un’altra via alla Brexit.

Invece è stata la debacle totale, la dimostrazione che la Brexit – dall’idea stessa del referendum fino ad oggi – sia solo un immenso disastro, il quale ha devastato non solo la classe politica britannica, ma impoverito la propria economia, danneggiato l’immagine del paese nel mondo e, di fatto, dato il la al movimento sovranista paneuropeo.


La lunga settimana di Theresa May

La prima sconfitta è arrivata martedì 12. Si votava, per la seconda volta, sul Withdrawal Agreement (WA), l’accordo di uscita, negoziato dal governo May negli ultimi due anni e già bocciato dalla Camera dei Comuni a gennaio.

Con il WA, il 29 marzo, giorno della “Brexit”, la Gran Bretagna entrerebbe in un periodo di transizione all’interno della UE da protrarsi, almeno, fino a Dicembre 2021. Obiettivo della transizione, la definizione di un nuovo accordo commerciale da sostituire all’attuale sistema dei trattati.

Tale periodo si potrebbe concludere o tramite questo nuovo trattato o per mutua scelta dei due contraenti, ovvero Unione Europea e Regno Unito. In questo secondo caso, per preservare la libera circolazione in Irlanda, pilastro degli accordi di pace in Irlanda del Nord, entrerebbe in vigore il ‘backstop’, che è poi il vero problema. Questo, infatti, prevede la permanenza del Regno Unito nell’unione doganale a tempo indefinito fino al raggiungimento di un accordo definitivo. Nel backstop, di fatto, il reale confine fra UE e UK sarebbe il mar d’Irlanda con l’Irlanda del Nord, di fatto, più integrata del resto del Regno in Europa. L’uscita da tale accordo, inoltre, sarebbe possibile solo previo reciproco consenso delle parti.

Soluzione che non piace ai remainers, ai leavers e, soprattutto, agli unionisti nordirlandesi del DUP, essenziali per la maggioranza di Governo. Il problema, però, sussiste, perché creare confini reali – gli hard borders – fra Gran Bretagna e Unione Europea senza farlo sul suo unico confine terrestre, l’Irlanda, è al limite dell’impresa titanico.



Le sconfitte del 12 e del 13 marzo

A fronte dell’impossibilità del compito, il Governo desiste cercando, assieme alla Commissione Europea, una formula legale che ‘addolcisca’ i criteri di rescissione del backstop in modo da rassicurare i nordirlandesi e i leavers che mai e poi mai il paese resterà invischiato in una non-Brexit a tempo indeterminato. O, peggio, in una situazione in cui tale hard-border sia il canale d’Irlanda

Non basta, arriva la sera e, con 149 voti di scarto, i Comuni approvano il WA infliggendo l’ennesima sconfitta a Theresa May, la quale – nonostante il mal contento del partito – non si dimette.

Si passa a mercoledì 13 ed al centro del dibattito c’è il No Deal. Il Governo arriva con una mozione complessa che spinge il Parlamento ad approvare una soluzione alternativa per la Brexit onde evitare il No Deal pur tenendo lo stesso come opzione di default, in mancanza di accordo, lo stesso No Deal. Per i critici di ambo gli schieramenti, un tentativo cerchiobottista del Governo di rinsaldare le fila di un Partito Conservatore spezzato in tre tronconi: remainers, leavers e ultra-brexiters (Boris Johnson e il gruppo ERG).

Tutto sembra procedere tranquillamente. Alcuni parlamentari sottoscrivono un emendamento che cancella il No Deal come opzione, ma una a uno i firmatari si ritirano. Tranne uno, Yvette Cooper.

Basta questo e, per 4 voti, l’emendamento passa: il No Deal non è più un’opzione. Ai Comuni esplode il caos e il Governo cambia strada, raccogliendo voti contro la sua stessa mozione. Finisce che quattro Ministri votano in disaccordo con il Governo, il fronte conservatore si spacca di nuovo e il Parlamento britannico sanziona l’ennesima svolta della Brexit: no al No Deal, si esce solo con un accordo, di qualunque tipo, con la UE.

Un’altra debacle per Theresa May, la quale, ancora, non si dimette.



Il voto del 14

Si arriva a giovedì 14 e la Gran Bretagna, dopo due anni di trattative si trova senza accordo a 15 giorni dalla scadenza dell’articolo 50 e con un governo in piedi per ostinazione della premier a sua volta costretta a fare di tutto per evitare il No Deal.

In Parlamento si vota se chiedere, o meno, una deroga all’articolo 50, ma sulla strada c’è un nuovo emendamento che chiede un secondo referendum sulla Brexit. Per la prima volta, Theresa May vince, ma solo perché i parlamentari vicini ai comitati del People’s Vote votano contro, ritenendo la proposta ancora prematura.

La seduta si chiude con una dichiarazione della Premier, entro mercoledì si voterà per la terza volta sul Whitdrawal Agreement. Qualora passasse, la Gran Bretagna chiederà di prolungare l’articolo 50 fino a luglio onde evitare di votare per le elezioni europee. Se arrivasse, invece, la terza bocciatura, si chiederebbe un’estensione di – almeno – 21 mesi, de facto coprendo quello che era il periodo di transizione del WA.

Per far passare l’accordo, però, occorre a) riguadagnare il consenso del partito e b) far sì che i 10 rappresenti del DUP nord-irlandese votino per l’accordo. In alternativa, c) convincere alcuni deputati Labour del nord del paese che o si vota l’accordo May o la Brexit potrebbe perdersi per sempre.


Il weekend di fuoco

Nel weekend inizia – se possibile – la vera follia. Con una mossa disperata, Theresa May tira fuori dal cappello la Convenzione di Vienna, la quale regola i rapporti internazionali e il rispetto dei trattati internazionali. Nell’articolo 62, infatti, si specifica che un paese possa abbandonare unilateralmente un trattato qualora intervenissero circostanze “non previste dalle parti” al momento di stesura del trattato e, soprattutto, tali mutamenti interessassero i fondamenti stessi di tale trattato.

Nel caso specifico, invocare l’uscita dal backstop qualora questo non servisse più a mantenere la libera circolazione fra Irlanda e Irlanda del Nord. Ad un’analisi giuridica il cavillo da azzeccagarbugli appare, però, relativamente debole, se non addirittura nullo: se vuoi un modo certo di uscire dal backstop devi prevedere uno scenario di uscita, ma se la tua possibilità di uscita dipende – art. 62 – da un evento straordinario, allora la via di fuga che cerchi non è – per definizione – prevedibile.

Almeno che Londra non pianifichi segretamente di dichiarare guerra alla UE.



La decisione

Si arriva, infine, a lunedì e Bercow mette la parola fine alla pantomima: l’accordo May è da considerarsi, quindi, sepolto. Così, a 11 giorni dalla scadenza dell’articolo 50 il Regno Unito si trova senza un accordo, con l’obbligo di averne uno per uscire entro il 2019.

E ora?

Gli scenari per il futuro sono molto complessi. Partiamo dal fatto che i Britannici, in questo momento, non sono padroni del proprio destino, perché con il No Deal escluso dal Parlamento qualunque cosa scelgano, l’ultima parola spetterà all’Unione Europea. Sarà infatti il Consiglio a decidere se cacciare d’imperio il Regno Unito rigettando qualsiasi deroga o riaprire i giochi.


Brexit Caos

Partiamo però da un punto: i partiti britannici sono nel caos. A esserne più colpiti sono, ovviamente, i Tories, ma neanche il Labour sta molto bene. Nel corso di tre settimane, quello che dovrebbe essere il principale baluardo dell’opposizione al Governo May, è infatti passato dalla richiesta di una Soft-Brexit all’appoggio al secondo referendum – con grande plauso dei comitati del People’s Vote – a cambiare di nuovo rotta e schierarsi, oggi, di nuovo sulla Soft-Brexit.

Responsabile di queste decisioni è Jeremy Corbyn, il quale – come accusa il portavoce dell’Indipendent Group, l’ex-Labour Chuka Umunna – ha sempre visto nella Brexit uno strumento per cancellare le riforme tatcheriane e ‘risocializzare’ la Gran Bretagna al di fuori dai vincoli europei. Proprio per questa ambiguità della sua leadership, il Labour, nonostante la lenta agonia di Theresa May, non è ancora riuscito a superare i Tories nei sondaggi.


Per paradosso, la Soft-Brexit laburista potrebbe essere l’unica alternativa al non rimettere in discussione l’abbandono della UE, ma è difficile immaginare uno scenario in cui i leavers conservatori accettino una proposta in cui il Regno Unito rimarrebbe all’interno dell’Unione doganale. Questo sempre che il piano venga accettato dall’Unione Europea che dovrebbe poi, necessariamente, prorogare l’art. 50. Perché quello che sfugge ai più e che, oramai, il destino della Gran Bretagna non è più nella mani del suo governo, neanche del suo Parlamento, ma dell’Unione Europea, la quale, paraodssalmente, potrebbe scatenare il No Deal se rifiutasse di estendere l’articolo 50.

Una scenario abbastanza improbabile, ma che dimostra il grado di assurdità dell’intero processo (e tralascio il tentativo dell’UKIP, a Bruxelles, di convincere il governo italiano e quello ungherese a porre il veto alla proroga, perché è successo anche questo).

Una proroga necessaria qualora si decidesse di riaprire tutti i negoziati, ipotesi complessa finché rimarrà Theresa May e le famose “red lines” Tories per la Brexit: no all’unione doganale, no al controllo della Corte di Giustizia europea e no al libero movimento delle persone.

La proroga sarebbe molto più probabile se nel chiederla, il Governo britannico ponesse la possibilità di un secondo referendum. Lo sapremo a breve, perché il Consiglio europeo si terra il 24 marzo.

Intanto, in Gran Bretagna, è meglio che si preparino ad affrontare la più grande delle umiliazioni: aver annunciato la Brexit nel 2017 e ritrovarsi nel 2019, molto probabilmente, a partecipare alle elezioni europee.


Aggiornamento

Dopo la dichiarazione di Bercow, il Parlamento ha ripreso la propria attività, incentrata a trovare una soluzione alternativa all’ormai defunto piano May. Sono stati presentati vari emendamenti, fra cui l’ennesimo sul secondo referendum (bocciato con le stesse modalità per l’astensione dei laburisti). Un emendamento, in particolare, mirava a togliere il controllo al Governo della scrittura di una bozza d’accordo. Anch’esso, seppur esiguamente è stato bocciato.

May continua ad essere nominalmente in carica su un processo di uscita considerato chiuso dall’Unione Europea e che il Regno Unito deve riaprire, cosa che succederà – oramai è scontato – quando si saranno esaurite tutte le alternative e si voterà per il secondo referendum.

Nel frattempo, si certifica la crisi del Labour: 25 parlamentari sono andati contro la linea del partito sul secondo referendum, mentre altre defezioni si sono registrate sugli altri emendamenti, compreso quello promosso da Corbyn che spingeva ad un cambio di maggioranza forzoso.

La Brexit, dopo aver annichilito i Tories, comincia a scatenare i suoi effetti contro il Labour.


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