Theresa May contro Jeremy Corbyn: la resa dei conti finale sulla Brexit – il Caffè del 7-6-2017

 Theresa May durante l'incontro con Donald Tusk, Presidente del Consiglio Europeo. Foto:  Number 10  Licenza:  CC 2.0

Theresa May durante l’incontro con Donald Tusk, Presidente del Consiglio Europeo. Foto:  Number 10  Licenza: CC 2.0

L’8 giugno la Gran Bretagna va al voto. Per Theresa May è la prova del nove. Riuscirà l’attuale Primo Ministro a confermare il proprio mandato e a rafforzare la maggioranza di governo? Questo è il dubbio che aleggia al numero 10 di Downing Street, fra le polemiche sulla sicurezza – dopo gli attentati di Manchester e Londra – ed il dibattito sulla Brexit.

Mentre il Regno Unito affronta, ancora una volta, la minaccia del terrorismo, la campagna elettorale per la Camera dei Comuni ed il governo del paese si avvicina alla sua naturale conclusione: il voto dell’8 giugno.

Le forze in campo. Come consuetudine in Gran Bretagna la gara si giocherà tra i due partiti tradizionali, ovvero i Conservatori (Tories) del Primo Ministro Theresa May ed i Laburisti (Labour) di Jeremy Corbyn. Fra loro sperano di inserirsi, come successe nel 2010, i Liberal Democratici (LibDem) di Tim Farron e il Partito Nazionale Scozzese (SNP) di Nicola Sturgeon. Entrambi, pur se condannati dai sondaggi, potrebbero risultare decisivi per la formazione del governo, qualora né i Tories né il Labour fossero capaci di raggiungere la maggioranza assoluta.

 La visita di Theresa May alla borsa saudita. Il rapporto del Primo Ministro con la monarchia wahhabita sono al centro delle polemiche sulla sicurezza in Regno Unito. Foto:  Number 10  Licenza:  CC 2.0

La visita di Theresa May alla borsa saudita. Il rapporto del Primo Ministro con la monarchia wahhabita sono al centro delle polemiche sulla sicurezza in Regno Unito. Foto:  Number 10  Licenza: CC 2.0

I Conservatori in bilico. Nonostante i passi falsi compiuti negli ultimi venti giorni, Theresa May rimane la principale favorita per la vittoria in queste elezioni, da lei stessa volute per rafforzare il proprio mandato elettorale in vista delle trattative con l’Unione Europea per la Brexit. 

Non a caso, l’attuale Primo Ministro ha improntato la propria campagna elettorale proprio sulla Brexit – a cui si era opposta durante il referendum – allo scopo di depotenziare il voto all’UKIP, il Partito per l’Indipendenza del Regno Unito. Arroccata verso la “Hard-Brexit”, la May, nel discorso in cui ha annunciato le elezioni anticipate, si è appunto proposta come l’unica politica britannica in grado di poter raggiungere un accordo vantaggioso per l’uscita del Regno Unito dalla UE.

A fare da corollario alla Brexit, il programma presentato dai Tories propone il risanamento  delle finanze pubbliche, necessario, sostengono i Conservatori, per evitare i contraccolpi negativi che la Brexit potrà aver a livello economico. Se da una parte il programma propone sgravi fiscali per le famiglie (senza differenziazioni di reddito) e per le imprese, dall’altra propone una lunga serie di tagli, focalizzati su sanità ed istruzione. 

Tali riforme hanno avuto l’effetto, una volta presentate, di ridurre il vantaggio dei Tories dai 20 punti percentuali di inizio maggio ai 4 attuali, favorendo l’inattesa rimonta laburista.

 Jeremy Corbyn, il leader laburista inaspettato artefice della rimonta della sinistra sui Conservatori. Foto:  Andy Miah  Licenza: CC 2.0

Jeremy Corbyn, il leader laburista inaspettato artefice della rimonta della sinistra sui Conservatori. Foto:  Andy Miah  Licenza: CC 2.0

La sorpresa Jeremy Corbyn. La vera sorpresa di questa tornata elettorale è, però, il Labour di Jeremy Corbyn, leader in gran parte sfiduciato sia dagli elettori che dai quadri del partito, ed ora ad un passo da un risultato insperato: negare a Theresa May la maggioranza assoluta.

Il merito è, però, in gran parte della stessa May. Proponendosi quale campionessa della Brexit dura fino al no-deal (il non accordo che porterebbe all’abbandono totale del Mercato Comune Europeo), il Primo Ministro ha polarizzato lo scontro, portando verso il Labour il voto di chi, fra i Britannici, rifiuta la Brexit e sarebbe pronto ad un accordo a qualsiasi costo con l’Europa allo scopo di rimanere, almeno in parte, all’interno del Mercato Comune. Un ulteriore “aiutino” alla sinistra è arrivato con il varo del programma dei Conservatori, contenente principi di “neo-Tatcheriano”, appunto il taglio della spesa sociale ed ulteriori sgravi fiscali.

A questo, Corbyn ha ribattuto con un manifesto progressista incentrato sul rilancio delle politiche sociali e la ridistribuzione del reddito verso le classi meno abbienti. Sul punto cardine dell’istruzione (considerato, nella società britannica, quale mezzo privilegiato di elevazione sociale), ai tagli di Theresa May la risposta laburista è radicale: rendere le università gratuite.

Il “manifesto” laburista rimane per gli analisti, anche di sinistra, retrodatato e insostenibile dal punto di vista economico, ma, in ogni caso, ha centrato il bersaglio: opporsi al neo-liberismo “tatcheriano” della leader conservatrice.

 Nigel Farage, l'ex-leader dell'UKIP considerato il principale responsabile della Brexit. L'UKIP rischia di non entrare alla Camera dei Comuni: il ruolo di partito pro-Brexit è ora dei Conservatori di Theresa May. Foto:  Gage Skidmore  Licenza:  CC 2.0

Nigel Farage, l’ex-leader dell’UKIP considerato il principale responsabile della Brexit. L’UKIP rischia di non entrare alla Camera dei Comuni: il ruolo di partito pro-Brexit è ora dei Conservatori di Theresa May. Foto:  Gage Skidmore  Licenza: CC 2.0

Il nodo della Brexit. La Brexit, quindi rimane al centro della campagna elettorale. economiche. Al centro della contesa, la questione dell’import dalla UE, il primo partner commerciale del paese, soprattutto per quanto riguarda l’approvvigionamento dei beni di prima necessità. Un no-deal porterebbe ad un aumento enorme del già consistente deficit commerciale con la UE, riducendo, e di molto, la capacità di penetrazione delle merci britanniche in Europa.

Sul confronto fra i due modelli, quello hard dei Tories e quello soft del Labour, si gioca il futuro delle trattative più che il futuro accordo fra Londra e Bruxelles. Per Theresa May, la posizione negoziale del Regno Unito può essere mantenuta solo tramite la minaccia di un “non accordo”, allo scopo di fare perno sui paesi dell’Unione Europea più esposti, politicamente ed economicamente, verso la Gran Bretagna.

Inoltre, tale atteggiamento avrebbe, nella strategia del Primo Ministro, lo scopo di “rassicurare” il popolo britannico sostenendo un’irrealistica posizione di forza della Gran Bretagna durante i negoziati. Da parte sua, il Labour ha invece scelto, fedele al proprio credo europeista, la via morbida, optando per il “realismo” della necessità dell’accordo rispetto al modello “dell’orgoglio britannico” proposto da Theresa May.

Quando è troppo, è troppo

— Theresa May, parlando degli attentati terroristici di Londra e Manchester

L’incognita del terrorismo. Nonostante i tentativi dei partiti per evitarlo, l’attuale allarme terroristico in Gran Bretagna è entrato nella competizione elettorale, soprattutto dopo i fatti di Londra del 4 giugno.

Dopo l’ultima serie di attentati, Theresa May si è presentata fuori da Downing Street per un discorso bollato, dal quotidiano The Indipendent, come “scolastico” ed inefficace. La Gran Bretagna sarebbe pronta a combattere l’ideologia salafita dei terroristi, ha attaccato il Primo Ministro, ma, come sostengono Corbyn ed i laburisti, il governo ha dimostrato più volte la sua incapacità di affrontare in maniera concreta il tema della sicurezza. Dal 2010 ad oggi, sottolinea il Labour,  il governo conservatore – di cui Theresa May è stata prima Ministro dell’interno e poi Primo Ministro – ha ridotto i fondi alle forze di polizia e portato avanti una politica ambivalente nei confronti del terrorismo internazionale, in bilico fra gli interessi interni (sicurezza) e le relazioni con i paesi del Golfo, primo fra tutti l’Arabia Saudita. La prova, conclude Corbyn, starebbe nel fatto di non aver reso pubblico un dossier dell’intelligence sui finanziatori esteri del terrorismo interno allo scopo di non “offendere” gli alleati mediorientali del paese, fra cui, appunto, Riyad, recentemente oggetto di visita da parte del Primo Ministro.

Le critiche arrivano anche da alcune personalità vicine ai conservatori. Per Steve Hilton, ex-consigliere di David Cameron, Theresa May dovrebbe dimettersi e non cercare la rielezione”, quando a causare il “terrorismo” è stato anche il “fallimentare sistema” presieduto dal Primo Ministro in carica.

Gli scenari post-voto. I sondaggi sembrano presagire la vittoria del premier uscente, Theresa May, con un vantaggio che oscilla fra gli 11 punti previsti da ICM e i 4 di YouGov. A seconda dei risultati, Theresa May potrebbe trovarsi con una maggioranza di 100 parlamentari o con la necessità di cercare alleati di governo, cosa che riaprirebbe, e non poco, tutta la questione sulle trattative per la Brexit. Secondo infatti il modello proposto da YouGov, nel caso di una mancata maggioranza alla Camera, due sarebbero le alternative per Theresa May: un’alleanza con i laburisti o con gli indipendentisti scozzesi, contrari all’uscita dall’Unione Europea.

Se invece Theresa May raggiungesse la maggioranza assoluta, sarà la candidata conservatrice che dovrà finalmente venire a capo dei punti deboli (leggasi contraddizioni) della sua campagna.

In che modo cercare di preservare l’accesso al mercato comune del Regno Unito evitando di pagare gli oltre 60 miliardi di euro che la Gran Bretagna deve all’Unione?

Quello che è certo è che una volta conclusa la tornata elettorale, non ci sarà tempo per ulteriori tentennamenti: la data prevista per la conclusione dei negoziati è, infatti, l’inverno del 2018.

 

Fonte: Tomorrow


Per approfondimenti: 

– la posizione dei partiti prima delle elezioni: BBC News

– il dibattito sulla sicurezza dopo gli attentati di Londra: The New York Times

– come gli inglesi vedo May e Corbyn: YouGov

– la posizione europea sulla Brexit: il Caffè e l’Opinione

– il bluff di Theresa May sul no-deal: The Guardian

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma uno dei più brillanti politici italiani. Se mi chiedono di dove sono ondeggio fra Torino e Genova, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio. Fra Berlino e Torino, ricordando Genova. Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva e fra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic. Come mi definirei? Un Nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto il giornalismo (per passione).

Commenta!

avatar
  Subscribe  
Notificami