La sconfitta di Theresa May e della Hard-Brexit – il Caffè del 9-6-2017

 La Camera dei Comuni di Westminster. Foto:  UK Parliament  Licenza:  CC 2.0

La Camera dei Comuni di Westminster. Foto:  UK Parliament  Licenza: CC 2.0

Regno Unito. Theresa May ed il Partito Conservatore sono i grandi sconfitti delle elezioni anticipate dell’8 giugno. Fra manifesti politici sconfessati e polemiche sulla Brexit, Theresa May ha perso la maggioranza in Parlamento rimanendo, però prima forza politica del paese. E ora?

I risultati. I Conservatori (Tories) si confermano primo partito del paese ottenendo, però, solo 318 seggi, 12 in meno rispetto al 2015 perdendo, quindi, il bene più prezioso: la maggioranza alla Camera dei Comuni (326 seggi). Salgono i Laburisti (Labour) che conquistano 31 seggi uninominali (261 in totale) rispetto alle elezioni precedenti ai danni di Tories ed il Partito Nazionale Scozzese (SNP) che ha perso 19 seggi. Sparisce l’UKIP, il partito populista pro-Brexit, che ha perso il suo unico seggio e 3 milioni di voti, mentre i Liberal Democratici (LibDem) guadagnano 3 seggi.

La sorpresa Jeremy Corbyn. Il principale vincitore di questa tornata elettorale è Jeremy Corbyn, il leader laburista contestato per le proprie posizioni “marxiste” e che ha condotto il partito al suo miglior risultato dai tempi di Tony Blair. Non solo, con 12,6 milioni di voti, il Labour di Corbyn ha ottenuto 3,3 milioni di voti in più rispetto alle ultime elezioni e più di quanti ottenuti da Blair durante il secondo e terzo mandato (2001 e 2005).

Soprattutto la vittoria è avvenuta sulla scia di un programma post-liberale basato sull’aumento della spesa pubblica e la equa ridistribuzione del surplus economico generato dal mercato finanziario londinese. Un progetto che è piaciuto, soprattutto, ai giovani.

 La firma dell'Articolo 50 del trattato di Lisbona, in quel momento la popolarità di Theresa May era alle stelle ed il Primo Ministro sembrava destinato a diventare l'erede di Margharet Tatcher. Foto:  Number 10  Licenza:  CC 2.0

La firma dell’Articolo 50 del trattato di Lisbona, in quel momento la popolarità di Theresa May era alle stelle ed il Primo Ministro sembrava destinato a diventare l’erede di Margharet Tatcher. Foto:  Number 10  Licenza: CC 2.0

Il tracollo di Theresa May. A maggio, ad un mese dalle elezioni anticipate, Theresa May viaggiava sull’onda del’entusiasmo. Il partito conservatore, guidato dal Primo Ministro, si avviava ad incassare importanti vittorie alle elezioni locali ed il vantaggio sugli eterni rivali laburisti era arrivato a 25 punti percentuali.

In quel momento la leadership di Theresa May sembrava ineluttabile, considerata la miglior scelta possibile, se non l’unica, per condurre la Gran Bretagna attraverso le secche delle trattative con l’Unione Europea. Nasce così il suo famigerato “manifesto” elettorale incentrato sulla necessità di una “conversazione onesta e coraggiosa” con l’elettorato, ovvero affrontare il tema della spesa pensionistica, con i tagli per le classi più abbienti, e della spesa per l’istruzione.

I tagli finiscono per spaventare l’elettorato, già polarizzato dalla decisione di Theresa May di impostare la campagna elettorale come se fosse un referendum fra la Soft (laburisti) e Hard-Brexit (conservatori).

Il risultato? I conservatori perdono la maggioranza del paese. Per i britannici, la linea dura non è ineluttabile soprattutto se questa dovesse essere accompagnata da tagli al già scheletrico stato sociale.

Si trova in una posizione difficile, è una donna capace […] che non scappa dalle difficoltà, ciononostante ora è necesario che riconsideri il suo incarico.

— Anna Soubry, parlamentare conservatrice su Theresa May

Cameron, May e ora Johnson? La carriera politica di Theresa May è ora appesa ad un filo. A decidere della sua sorte non sarà però la Regina, da cui arriva l’incarico di governo, ma il suo stesso partito. Per l’ex-Cancelliere dello Scacchiere (il Ministro delle Finanze britannico) George Osborne sarebbe proprio il “manifesto” di Theresa May il responsabile per il “catastrofico risultato” del partito. Gli fa eco, Sir Craig Oliver, ex-collaboratore di David Cameron, per cui “il più grande azzardo mai compiuto da un politico britannico” è diventato un “fallimento”.

Ufficialmente, il partito si è stretto attorno a Theresa May, ma la sua posizione è fragile. Sull’onda delle delusione per il risultato elettorale, negli ambienti conservatori si discute se Theresa May debba o no rimanere ai vertici del partito e, di conseguenza, al governo. L’alternativa potrebbe essere quella di Boris Johnson, l’attuale Ministro degli Esteri, campione della Brexit e della linea durissima.

L’ex-Sindaco di Londra, è stato tenuto in disparte per tutta la campagna elettorale proprio a causa della sua intransigenza nei confronti della UE. Ora, dopo il tracollo di Theresa May sembra intenzionato a batter cassa, ovvero soppiantare l’attuale Primo Ministro al numero 10 di Downing Street.

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E ora? La soluzione più probabile, confermata nel primo pomeriggio di venerdì, è un’alleanza di governo fra i Conservatori ed il Democratic Unionist Party (DUP) dell’Irlanda del Nord. Quest’ultimi porteranno al secondo governo May quei 10 seggi necessari per ottenere la maggioranza, seppur risicata..

Per ora, la neonata alleanza sembrerebbe stabile. Per il DUP, non esisto alternative “tollerabili” a Theresa May ed i due partiti condividono posizioni conservatrici ed euroscettiche, anche se i primi appartengono ad uno spettro politico più populista e radicale più vicino all’ormai defunto UKIP che al centro-destra conservatore.

Fra le due formazioni esiste, però, una sostanziale differenza: la Brexit. Mentre i Tories hanno ormai abbracciato la linea dura, il DUP sarebbe più propenso all’uscita morbida, allo scopo di preservare la contiguità territoriale con l’Irlanda. Come questo si possa sposare con l’eventuale arrivo di Boris Johnson a Downing Street rimane un enigma, uno che molti Tories non vorrebbero affrontare.

 Il Ministro degli Esteri britannico e campione della Brexit Boris Johnson, il vero pericolo per Theresa May ed un suo possibile secondo mandato. Foto:  United Nations Photo  Licenza:  CC 2.0

Il Ministro degli Esteri britannico e campione della Brexit Boris Johnson, il vero pericolo per Theresa May ed un suo possibile secondo mandato. Foto: United Nations Photo  Licenza:  CC 2.0

Il voto visto dall’Europa. L’incertezza inglese preoccupa l’Europa che esige, dopo due mesi di campagna elettorale, da Londra una data certa per l’inizio dei negoziati. Questo è il mantra che aleggia a Bruxelles dopo il voto britannico. “Sappiamo quando ci sarà la Brexit [marzo del 2019]” ha twittato il Presidente del Consiglio d’Europa, il polacco Donald Tusk, ma, a tre mesi dall’apertura del processo di uscita, “non abbiamo idea di quando cominceranno i negoziati”.

Non sappiamo quando i negoziati sulla Brexit partiranno, ma sappiamo quando dovranno finire.

— Donald Tusk sulla necessità di un governo stabile in Gran Bretagna

Per Guy Verhofstadt, a capo della delegazione del Parlamento Europeo che dovrà seguire le trattative, il risultato del voto britannico è “surreale”: un ulteriore “autogol” di Londra che rende “un negoziato già complesso ancor più complicato”. La speranza, conclude Verhofstadt, è che “il Regno Unito abbia al più presto un governo capace di incominciare i negoziati”. Gli fanno eco il capo-negoziatore europeo, il francese Michel Barnier – “l’Europa ha le idee chiare, la Gran Bretagna no” – e il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker.

Mentre i mercati tremano, fra l’incombenza della Brexit ed instabilità interna, il futuro della Gran Bretagna appare sempre più incerto.


Per approfondimenti:

– la fine della hard Brexit dopo le elezioni: The Indipendent

– la rivincita del modello laburista di Jeremy Corbyn: Le Monde

– il ruolo dei giovani nel risultato elettorale: Suddeutsche Zeitung

– i timori di Bruxelles: il Sole 24 Ore

– la fine dell’UKIP: The Indipendent

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma uno dei più brillanti politici italiani. Se mi chiedono di dove sono ondeggio fra Torino e Genova, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio. Fra Berlino e Torino, ricordando Genova. Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva e fra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic. Come mi definirei? Un Nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto il giornalismo (per passione).

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