Il taglio dei parlamentari così non serve a nulla, neanche a risparmiare

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Il taglio dei parlamentari è solo un altro passo verso lo Stato populista immaginato dal M5S, stavolta con l’appoggio di PD, Leu e IV.

0.07%. Memorizzate questo numero perché è l’esatto risparmio per l’erario, al netto delle tasse, sul totale della spesa pubblica italiana dal taglio dei parlamentari approvato a grande maggioranza dal Parlamento.

Un numero da tenere a mente perché oltre a smentire i numeri farlocchi presentati dal MoVimento 5 Stelle e dal Ministro Di Maio, è la cifra del ricatto morale e politico che il populismo esercita – cifre alla mano – sull’81% del paese e la maggioranza dei partiti italiani, PD, LeU, Italia Viva compresi.

Il vero problema della riforma appena approvata non è, infatti, il taglio in sé e per sé, ma il ricatto morale strisciante con cui è stato approvato in Parlamento e fatto digerire al paese: o lo accetti o sei parte/supporter della “Kas$tah”.

Nessuna delle motivazioni addotte per giustificarlo, come la maggior efficienza citata da Di Maio e/o il risparmio per l’erario, sempre citata da Di Maio, regge la prova dei fatti. Manca, inoltre, un quadro di riforma istituzionale che riequilibri il sistema (lasciato – dal PD e dal M5S – a riforme “che verranno presentate in futuro”) in senso democratico.

Il risultato? Una riforma che la guardi e finisci per chiederti perché l’hanno approvata e perché così.



57 milioni l’anno

“Risparmiamo fino ad un miliardo” dice il Ministro Di Maio.

Falso.

Stando al budget statale 2019, la spesa pubblica italiana ammonta a oltre 869 mld di euro: 869.498.990.905 per essere precisi. Come calcolato dall’Osservatorio Conti Pubblici dell’Università Cattolica, lo 0.07% equivale a 57 milioni l’anno e 285 milioni a legislatura.

Se passiamo al lordo e ignoriamo tutte le ritenute fiscali, previdenziali ed assistenziali pagate dai parlamentari, la cifra passa a 82 mln l’anno e 410 a legislatura, ovvero lo 0.09%. Cifre molto diverse da quelle presentate – demagogicamente – dal Movimento 5 Stelle, ovvero 100 milioni l’anno, 500 a legislatura e, appunto, 1 mld… in 10 anni: per arrivare realmente a 1 miliardo servirebbero circa 4 legislature, ovvero 20 anni.

Per capirne la reale entità della balla raccontata, 57 mln l’anno equivalgono a:

  • 0,08% degli oneri fiscali pagati sui titoli di Stato (ca. 67 miliardi);
  • 0,09% del sostegno del Ministero dell’Economia alle gestioni previdenziali (ca. 59 mld);
  • 0,8% del valore del reddito di cittadinanza (7,1 mld), per ora assolutamente fallimentare;
  • 3% del costo del servizio radiotelevisivo pubblico (1,8 mld);
  • 19% di quanto lo stato spende ogni anno per evitare il fallimento di Alitalia (300 mln).

0,44% della nuova spesa 2019

In termine di budget ministeriali, invece, equivalgono al:

  • 6,7% del bilancio annuale del Ministero dell’Ambiente
  • 3% di quello della Salute
  • 1,5% di quello dei beni culturali

Basterebbe, quindi, redistribuirli e faremo del bene che problema c’è? Semplice, che togliere 57 mln l’anno non va nulla per risolvere le cause strutturali della crescita della spesa pubblica italiana che è, in parte, dovuta alla spesa per interessi, e, in parte, dovuta alla crisi sistemica del nostro sistema previdenziale.

I 57 mln di risparmio netto l’anno equivalgono, infatti, allo 0.63% dell’aumento della Spesa pubblica al netto degli interessi fra il 2017 e il 2018, allo 0,33% di quello fra il 2018 e il 2019 e allo 0,44% di quello previsto per il 2019-2020 dalla NADEF appena presentata dal Governo.

Difficile, quindi, parlare di “nuove risorse” quanto queste verrebbero semplicemente digerite da altri capitoli di spesa e senza fare nulla per risolvere gli altri problemi: la stagnazione della crescita, della produttività e dei salari.


Grafico spesa italiana al netto degli interessi sul debito: Fidentis/Gianluca Codagnone


L’efficenza è un’altra cosa

Capitoli di spesa a parte, Di Maio afferma che il taglio renderà il Parlamento più efficiente. Ok, ma come? In nessun modo perché il semplice numero dei parlamentari non influisce sui processi legislativi anche perché, negli anni, la stessa attività legislativa delle Camere è stata depotenziata a favore del Governo. Il tutto senza alcuna riforma costituzionale, ma mediante il meccanismo delle leggi delega e, soprattutto, la decretazione – sia essa emergenziale che ordinaria.

Al Parlamento è rimasto il compito di convertire i decreti, cosa che, sempre più spesso, succede mediante voto di fiducia, altro strumento che, negli anni, ha finito per depotenziare il ruolo dei parlamentari a favore di quello, stavolta, dei partiti.

Il bizantinismo citato da Di Maio, ovvero ciò che rende il processo legislativo inefficiente, non è legato al numero di parlamentari o al bicameralismo perfetto, ma al modo stesso in cui le leggi vengono scritte e il fatto che la tendenza, per colpa della decretazione, è quella di fare leggi omnibus, dove si parte dal tema A e si arriva a trattare dell’intero scibile umano spesso in una lingua convoluta ed ambigua [curiosamente uno dei cavalli di battaglia del primo Grillo, NdR]-

Un esempio abbastanza recente è il Decreto Genova del Conte I. Doveva essere una legge per sostenere Genova dopo il disastro del Ponte Morandi, è arrivato dopo 5 mesi e, al suo interno, si trova il condono edilizio di Ischia, quello per il Centro Italia e l’aumento delle soglie limiti per lo sversamento di idrocarburi sui terreni agricoli.

Colpa del Parlamento? No, del Governo e dei partiti che ne decidono le politiche.


Rafforzare la partitocrazia

Eccoci al punto. A fronte di un Parlamento ridotto la cui funzione è sempre più di applicare un voto di fiducia, il taglio dei Parlamentari giova ai capi-partito, coloro che decidono, mediante il posizionamento in lista e nei collegi “sicuri”, chi viene eletto e chi viene rieletto. Un potere che verrà acuito qualora – come accenna Repubblica – l’orizzonte elettorale della maggioranza PD/5Stelle sia quello del proporzionale a doppio turno su scala nazionale, un sistema che annullerebbe il peso del voto nei singoli collegi.

Un potere che diventerebbe totale qualora il PD accettasse il vincolo di mandato. Idealmente, se si arrivasse anche a questo, il Parlamento potrebbe essere composto di pochissimi parlamentari, il numero necessario per ogni partito per essere in ogni commissione, ciascuno con un potere di voto equivalente alla percentuale ottenuta alle urne e l’obbligo di esprimerlo secondo le volontà del capo-partito.


Quanto è realistico questo scenario ? Per un paese che ha perso ogni contatto con la realtà dei fatti, che vive di opinioni non fondate sui fatti, che si fa imboccare prima dalle TV ed ora dai social, il rischio esiste. E sussisterà almeno finché chi è in Parlamento accetterà e non contrasterà la narrazione populista nata in Italia con Berlusconi, affinata, negli anni, dal Blog di Beppe Grillo e, infine, diventata maggioritaria con il MoVimento 5 Stelle e la Lega.

Narrativa che ha già contagiato la galassia di centrosinistra, per reale convinzione od opportunismo politico.


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