Il caso Cucchi: le polemiche su “Sulla mia pelle” – l’Angolino

cucchi

Può un film sul caso Cucchi esser giudicato per quello che é, cioè un documento, una storia o dobbiamo sempre e solo polemizzare?

Permettetemi di cominciare in maniera diversa, con una considerazione personale sulla polemica lampo di Venezia.

In una nota, il Cocer (associazione di categoria dei Carabinieri) dichiara che “Ci sarebbe da indignarsi se si accertasse che “Sulla mia Pelle” […] lo Stato abbia finanziato un film che sposta in una sala cinematografica un processo che proceduralmente, in uno Stato di diritto, andrebbe svolto in un’aula di Tribunale”.

Rincara la dose Franco Maccari, Presidente nazionale di ESP Polizia di Stato per cui “ è impossibile contenere lo sdegno per l’ennesima storia di ordinaria criminalizzazione di chi veste una divisa. A quando un film sul carabiniere Giangrande ferito a Palazzo Chigi? O sui poliziotti uccisi dal terrorismo rosso? A quando un film, pagato dallo Stato, sugli eroi in divisa? Basta con le gogne, le piaghe e le cicatrici che tanti appartenenti alle Forze dell’Ordine portano a vita sulla loro pelle”.


La polemica, inutile

Al di là che sì, il film è stato prodotto con il finanziamento del Ministero dei Beni Culturali, vi chiedo, davvero dobbiamo discutere di questo e in questo modo?

Un film può andare contro ogni singola nostra convinzione, ma non per questo deve essere messo alla berlina. Esso va giudicato per la qualità tecnica ma soprattutto e per il modo in cui racconta una storia.

Il cardine deve essere l’onestà intellettuale, sia che si racconti di mafia che di 9-11 o di eroi e martiri quotidiani. Come fanno, su fronti opposti Eastwood o Stone, capaci di raccontare storie trasversali alla propria sensibilità politica senza scivolare nella retorica (almeno non sempre).

Si può fare un film su Carlo Giuliani, come si può farlo su Alberto da Giussano, ma, indipendentemente dall’argomento, essi dovranno (o avrebbero dovuto) essere per prima cosa onesti intellettualmente, e non presentare chiavi di lettura anacronistiche o agiografiche di personaggi tutt’altro che perfetti.

Questo, in “Sulla mia pelle” non accade raccontando cosa era Cucchi, e suggerendo quello che potrebbe essergli stato fatto. Con buona pace dei soldi pubblici (che furono, sono e saranno sempre sperperati per produzioni di qualità pari o vicine al guano) e delle associazioni di categoria.

Detto questo, cominciamo.


Sulla pelle di Cucchi

Il 15 ottobre 2009, Stefano Cucchi viene fermato e posto in stato di arresto da una pattuglia dei carabinieri. Condotto in caserma, ne esce con evidenti lividi sul viso e forti dolori alla schiena. Iniza così il suo calvario: 7 lunghi giorni fino alla sua morte, il 22 ottobre.

Arriva su Netflix il film presentato nelle scorse settimane al Festival del Cinema di Venezia (sezione “Orizzonti”) e prodotto, fra gli altri, dal colosso dello streaming.

Scrivere di “Sulla mia pelle” è difficile. La vicenda di Cucchi si trascina da quel lontano 2009 e dopo due inchieste, quattro gradi di giudizio e con un nuovo processo in arrivo (apertosi per la testimonianza volontaria di un Carabiniere) ancora non c’è un giudizio reale, una verità a cui aggrapparsi per capire cosa sia successo in quella settimana lontana e, per molti, dimenticata.

Nonostante questo, non ne voglio fare una lettura politica anche perché è evidente che questo non sia l’obiettivo del film. Cremonini, sceneggiatore e regista, lascia infatti che siano il dolore, la sofferenza e i lividi a parlare. Non c’è alcuna polemica sul “fascismo delle forze dell’ordine”, né sul “martirio di un ragazzo perbene”.


Il film NON politico

Sulla mia pelle NON è, difatti, un film politico, ma la ricostruzione delle ultime ore di uno spacciatore, un ragazzo ex-tossicodipendente di famiglia benestante affondato nella droga e che anche la sorella Ilaria sopportava a fatica. Un testardo che, forse, come il film suggerisce, come mossa per evitare situazione peggiori, di denunciare di farsi curare, fino all’ultimo.

Si prova rabbia, compassione, dolore per l’atteggiamento di Stefano, ma tutto questo non ne giustifica la morte, inutile, insensata, gratuita. Non si può rimanere indifferenti a questo film ed anche il finale alimenta questo vortice di sentimenti, lasciandoci indecisi sulla reazione da avere.


Alessandro Borghi

Gran parte del merito va all’interpretazione di Alessandro Borghi, sontuoso, forse il miglio giovane attore italiano degli ultimi dieci anni. Come dice il titolo, il 90% del messaggio del film passa sul corpo di Borghi/Cucchi, sul suo volto segnato, il fisico smagrito, le ecchimosi e la voce che rasenta il capolavoro. Non una recitazione mimetica, perché, nel corso del film, Borghi diventa Cucchi, portandoci a dimenticare, in certi frangenti, di trovarci di fronte ad un attore.

Forse la miglior interpretazione, fra i film in concorso, e degna della Coppa Volpi, andata invece a Willem Defoe.


Il dubbio

“Sulla mia pelle” non può contare su una verità processuale e per questo cerca di essere neutrale, suggerendo le violenze invece di mostrarle. Così, sembra peccare di coraggio, preferendo rimanere sui binari sicuri del “dramma strappalacrime” rinunciando all’essere un film di denuncia.

Obiettivo che centra alla perfezione: un pugno nello stomaco capace di tormentare lo spettatore e ce non dimenticherete facilmente.


Sulla mia pelle

di Alessio Cremonini

2018 Netflix

Voto 8

Mantovano, classe 1986, cresciuto a pane, Spielberg e Zemeckis. Folgorato dalle stravaganze brit-pop di Edgar Wright e Matthew Vaughn. Rievocatore, romanziere, storico militare, non c’è cosa in cui non abbia fallito. Passioni? Star Wars, Star Trek, MCU, LotR, GoT. Da Allen a Zack Snyder, tutto va visto e valutato nel proprio ambito.
Fosse presidente del consiglio, vieterebbe cibarie e smartphone nelle sale.

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