Stefano Cucchi, la verità salva solo chi tenta di negarla

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Può un film su Stefano Cucchi esser visto come una chiave per cambiare questo paese, sì e non dipende dalle polemiche.

(Originariamente pubblicato il 22/9/2018 da Matteo Affini, ripreso e modificato da Simone Bonzano)

Voglio cominciare questa, che è una recensione a tutti gli effetti, in maniera diversa, con una considerazione personale su quanto successo alla proiezione di “Sulla mia Pelle” al Festival di Venezia.

Dopo la proiezione, il Cocer (sorta di sindacato dell’Arma dei Carabinieri) esprime il dubbio che con questo film, lo Stato italiano “abbia finanziato un film che sposta in una sala cinematografica un processo che proceduralmente, in uno Stato di diritto, andrebbe svolto in un’aula di Tribunale”. Simile la posizione di Franco Maccari, Presidente nazionale di ESP Polizia di Stato per il quale“ è impossibile contenere lo sdegno per l’ennesima storia di ordinaria criminalizzazione di chi veste una divisa”.

Non solo “A quando un film sul carabiniere Giangrande ferito a Palazzo Chigi?”, continua, “o sui poliziotti uccisi dal terrorismo rosso? A quando un film, pagato dallo Stato, sugli eroi in divisa? Basta con le gogne, le piaghe e le cicatrici che tanti appartenenti alle FF.OO. portano a vita sulla loro pelle”.

Sì, il film è stato prodotto con il finanziamento del Ministero dei Beni Culturali, e quindi? Dove sarebbe lo scandalo?


Servizio pubblico

Un film (soprattutto questo film) può andare contro ogni singola nostra convinzione, anche la più radicata, ma non per questo deve essere messo alla berlina, ma essere analizzato per come racconta la sua storia. Si chiama onestà intellettuale e vale sia che si parli di mafia che di 9-11 o di eroi o dei martiri quotidiani.

Si può fare un film su Carlo Giuliani, come si può farlo su Alberto da Giussano, ma, indipendentemente dall’argomento, essi dovranno (o avrebbero potuto) essere per prima cosa onesti intellettualmente, e non presentare chiavi di lettura anacronistiche o agiografiche di personaggi tutt’altro che perfetti. Quello era compito dell’Istituto Luce, del Minculpop o simili esempi di media di regime.

“Sulla mia pelle” non è agiografico, non incensa Cucchi facendolo diventare un’eroe civile. La sua reticenza e le sue decisioni ti fanno incazzare e tramite questa rabbia ti fanno ragionare che deve essere lo scopo di un film “serio” tanto più se è stato finanziato con soldi pubblici: cultura e servizio pubblico per “usare la testolina”.


Retro


Stefano Cucchi, ragazzo

Il 15 ottobre del 2009, Stefano Cucchi viene fermato e posto in stato di arresto da una pattuglia dei carabinieri. Condotto in caserma, ne esce con evidenti lividi sul viso e forti dolori alla schiena. Finisce in carcere, poi in Ospedale (il Sandro Pertini) dove muore  7 giorni dopo, il 22 ottobre. La morte viene dichiarata “accidentale”, ma la vicenda non si chiude e, dopo due inchieste, quattro gradi di giudizio e un nuovo processo in arrivo (apertosi grazie alla testimonianza volontaria di un Carabiniere) non esiste ancora un’ultima parola su Cucchi.

L’impegno e la dedizioni della sorella Ilaria nel cercare di tenere vivo il ricordo di quanto successo e di non arrendersi a fronte di una tragedia assurda (morire mentre si è sotto custodia delle FF.OO.) attira l’attenzione di un regista, Cremonini, che, grazie a Netflix ne fa un film, “Sulla mia Pelle” appunto.

Una storia secca che non lascia niente alla teoria ed infatti non fa neanche vedere la scena del pestaggio perché parte da un concetto semplice: non diventare un film politico di denuncia (come però in molti, strumentalizzandolo nel bene e nel male, hanno fatto), ma essere la storia delle ultime ore di un piccolo spacciatore, un ragazzo ex-tossicodipendente di famiglia benestante distrutto dalla droga.

Un ragazzo che aveva fatto tante scelte sbagliata e che la stessa Ilaria sopportava a fatica. Un testardo che non denuncia fino alla fine forse per paura di conseguenze maggiori o forse per sfiducia nello Stato: il “segno di una resa invincibile” scriverebbe Andrea Pazienza. Basta questo per condannare Cucchi come ha

nno fatto molti politici (uno su tutti, Giovanardi) in questi anni? No. Come non basta la sua morte per condannare le FF.OO. come accusa, in maniera grottesca, il Cocer e il Sindato di Polizia.


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Una storia italiana

Non si può rimanere indifferenti perché la morte di Stefano Cucchi non è una storia a sé stante, ma l’ennesima reiterazione della stessa storia, quella di un paese che classifica le persone e dalla posizione che queste assumono, decide come agire.

Cucchi è morto perché il sistema, quello sociale e amministrativo, di questo paese è moribondo. Cucchi nutre una sfiducia negli “sbirri” che è a monte del suo pestaggio, un sentimento che il pestaggio rende assoluto, tanto da chiudersi a riccio, anche quando potrebbe o dovrebbe parlare. Gli stessi due Carabinieri che “uccidono” Cucchi sono pervasi da un odio verso lo “spacciatore” ed in lui non vedo una vita, un ragazzo, ma solo, appunto, un criminale, per di più piccolo. Il terzo, quello non parla e nel film sembra sperare che Cucchi da solo dica la verità, è mutato da un sistema in cui sa che “omertà” significa “essere lasciato in pace”.

Vale per lui, come per tutti coloro, fra medici e secondini che hanno guardato basso da altre parti perché quel corpo distrutto dai colpi non era quello di un ragazzo o di un uomo, ma di un “carcerato”, qualcosa che il loro sistema valoriale basato sull’autoconservazione, non riconoscevano come essere umano.


Il mio pensiero

Mi fermo qui, perché non voglio passare dalla lettura sociale che è parte integrante nel film a quella politica: è evidente che questo non sia il suo obiettivo. Cremonini, sceneggiatore e regista, lascia infatti che siano il dolore, la sofferenza e i lividi a parlare. Non c’è alcuna polemica sul “fascismo delle forze dell’ordine”, né sul “martirio di un ragazzo perbene”, solo la sconsolante tragedia di un essere umano ridotto a “cosa”.

Per questo, quelle polemiche (come il trasformarlo in un film di denuncia ‘di parte’) che ho citato all’inizio erano e rimangono sterili, perché alle tragedie si può rispondere in due modi: minimizzandole e facendo scaricabarile o capire cosa non ha funzionato e partire da lì per riformare.

“Sulla mia pelle” non può ancora contare su una verità processuale, ma, pur cercando di rimanere neutrale, è lo stesso un pugno nello stomaco capace di tormentare lo spettatore che riesce ad andare oltre all’ideologia.


Dov’è il voto? Non c’è, perché a This is Retro non crediamo che si possa classificare un’opera, qualunque essa sia, con un voto. Che senso ha dire che Avatar merita un 7 e mezzo o che Battlestar Galactica e Wolf of Wall Street prendono entrambi 10? Che cosa accomuna, realmente, due film così diversi? Una sola cosa, la soggettività di chi li guarda, la quale è espressa nel testo che avete appena letto. Certo, i voti aiutano a capire in maniera più rapida, ma se la pensate così non avete capito che cosa sia This is Retro.

See ya!


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