Sugar tax e l’amore tutto italiano per la tassazione: l’errore di fondo

sugar tax, pigou, tasse, imposte, orlando, fioramonti, conte, clima, economia, tasse, lamorgese, migranti, di maiosperanza, renzi, italia viva, conte, di maio, franceschini, governo, salvini, toti, cambiamo, siamo europei, calenda, macron, conte, berlusconi

Non è la sugar tax ad essere sbagliata, ma il delegare alle tasse la responsabilità di cambiare atteggiamenti individuali dannosi.

La sugar tax è realtà, almeno per ora – c’è ancora tempo prima dell’approvazione finale della manovra – e almeno sulle “bevande altamente zuccherate”. Della tassa non conosciamo i parametri, ovvero la soglia di zucchero che ne regolerà l’applicazione e, in confronto alle altre misure previste dal governo, essa sta godendo di grande visibilità fino al punto che molti – politici compresi ne finiscono per esaltare il valore salvifico per il futuro del paese.

Non voglio entrare nella questione medica, ovvero l’obesità e il diabete infantili, perché questa non mi compete. E non voglio toccare neanche la questione prettamente matematica del reale gettito che arriverà all’erario anche perché, non sapendo i parametri, fare stime è difficile.

Molto più interessante è – per me – la questione socioculturale, ovvero cosa la sugar tax ci racconta della società italiana. Attorno ad essa, infatti, si stanno coagulando alcuni dei peggiori equivoci tipici del modo in cui gli italiani guardano alla politica.

Ovvero:

  • le tasse come strumento salvifico e onnipotente fiscale e sociale;
  • deresponsabilizzazione dell’individuo a fronte dello “Stato mamma” atto ad educare una mandria di discolacci autolesionisti chiamati italiani;
  • incapacità di gran parte dell’opinione pubblica di generare un pensiero complesso per colpa della super-semplificazione dei problemi.


Le imposte come strumento sociale

Partiamo dal primo punto, quello delle tasse come strumento salvifico atto ad alterare i comportamenti sociali via tassazione delle esternalità negative, le cosiddette “imposte pigoviane”, dal nome del suo ideatore, Arthur Pigou.

Lo stesso Pigou, nel 1954, riconobbe che “abbiamo ben poca conoscenza per decidere in quale campo e a che livello lo Stato possa interferire sulle scelte individuali”. Ovvero non possiamo stabilire con certezza limiti e parametri della tassa che modifichino realmente le scelte individuali, una conoscenza, argomentò Hayek, “che non ci è data da nessun modello o sistema di riferimento esistente, a causa di insuperabili limiti cognitivi”.

Tradotto: possiamo applicare una tassa, ma il reale effetto positivo sulle abitudini degli individui non è né quantificabile, né prevedibile. Cosa comprensibile, visto che siamo esseri complessi che vivono in società complesse.


Carbon Tax e Sugar tax

Nel discutere le reali possibilità della sugar tax di cambiare o influenzare le abitudini alimentari, il pensiero non può che andare all’esempio classico delle imposte pigoviane: la “carbon tax”. Su di esse esiste un dibattito accademico complesso e ancora attivo, per questo mi limito a semplificarne i concetti: in fondo state leggendo un articolo, non un libro di testo!

Due sono i problemi principali della carbon tax. Come ha specificato un politico canadese poche settimane fa, “potremmo anche azzerare le emissioni in Canada domani, ma il giorno dopo queste verrebbero prese dalla Cina”, in cui per Cina si intendono le nuove potenze mondiali. Un ragionamento che può sembrare controverso, ma ha un senso molto profondo.

Azzerare le emissioni significa tagliare produzioni su cui, nel paese che la applica, esiste una domanda. Se questa non viene eliminata o spostata su un prodotto alternativo, altri se ne faranno carico. Il risultato è che – nel quadro di riferimento che interessa il taglio delle emissioni, quindi il mondo – o il taglio delle emissioni via carbon tax è uniforme, e quindi globale (cosa molto complicata dai risvolti sociali potenzialmente rivoluzionari) o l’efficacia della stessa è molto limitata vanificando lo sforzo del singolo paese che la applica.


I limiti delle imposte

Poi c’è il problema del backlash sociale, lo stesso che ha prodotto il movimento dei Gilet Jaunes in Francia e che, in prospettiva, potrebbe causare la salita al governo di partiti e politici meno propensi al mantenimento della stessa sull’onda del malcontento (esempio nostrano? Salvini).

Alla luce di queste due obiezioni, la soluzione draconiana sarebbe quella della proibizione tout court dei prodotti connessi alla tassa in questione, ma questo è altamente impossibile: troppi prodotti in una sola volta. L’alternativa realistica è quello di lavorare sulla domanda, ovvero – come avevo scritto qui – sull’educazione e la sensibilizzazione dei cittadini nelle loro scelte individuali.

Un’imposta pigoviana ha, quindi, dei limiti strutturali e questo è ben visibile con la sugar tax. Essa va a colpire una tipologia di prodotti – le bevande gassate – e non un “prodotto” unico presente sul mercato. Come tale essa non azzera di default tutta la produzione perché non esiste “una” bevanda gassata, ma molteplici prodotti di molteplici produttori ciascuno col proprio prezzo. All’interno di tale regime, l’aumento di prezzo dovuto alla sovrattassa contribuirebbe a limare le vendite dei prodotti più costosi spostando il consumo a quelli più a buon mercato.

Questo ci riporta al problema esposto da Pigou: tutto dipende dalla soglia – arbitraria – decisa dal legislatore per far scattare la tassa con tutte le possibili obiezioni sulla sua reale efficacia. Da questa dipende il “messaggio” e il suo essere socialmente efficace o, in alternativa, solo l’ennesima nuova tassa.


 Sugar tax e abitudini alimentari

Infine c’è il fattore adeguamento. L’applicazione della sugar tax in Messico e in varie città degli Stati Uniti la vendita delle bevande colpite dalla tassa è diminuita, ma rimane il problema dell’adeguamento delle ditte produttrici che possono diminuire il livello di zuccheri nella bevanda per non pagare la tassa. Esattamente come successo nel Regno Unito dove, come negli altri paesi, alla sugar tax sono connesse iniziative di sensibilizzazione nelle scuole e nella società.

Perché la lotta all’obesità e altre patologie – come sottolineano gli studi britannici – non può prescindere dall’educazione alimentare e dalla responsabilizzazione individuale. Poco importa se la tua bevanda gassata ha il 50% in meno di zuccheri se continui a berne 2 litri al giorno e, nel contempo, mangi chili di junk food: perché queste sono tue scelte personali ed individuali. Lo Stato può avvertirne il peso nel sistema previdenziale e volerne limitare l’impatto economico – come ha spiegato il ministro Gualtieri – ma può fare poco o nulla sull’abuso dei prodotti che è e rimane il vero problema. Almeno che non decida di imporre una tessera annonaria individuale sul consumo di zuccheri e grassi. O proibire gli zuccheri in toto.

Il fulcro è che l’individuo e le sue scelte contano ed è curioso avere questa discussione fra metodo coercitivo e consapevolezza sociale nella settimana in cui gli autori di Poor Economics, che parla proprio dell’importanza delle scelte individuali nella lotta alla povertà, vincono il Nobel per l’economia.


La responsabilità individuale

Questo non vuol dire che la tassa non funzioni e/o sia totalmente inutile, ma che attribuirle un valore sociale ed educativo assoluto sia profondamente sbagliato e, nel caso italiano specifico, particolarmente dannoso. Arriviamo, così, al secondo punto: quello dell’uso le tasse come sistema coercitivo alternativo alla responsabilità individuale e all’educazione sociale.

La frase che ho letto più spesso sulla sugar tax e contro chi critica la stessa è sintetizzabile così: “a lor signori non interessa la salute dei propri figli”, quasi a sottolineare che il potere coercitivo dello Stato sia più importante ed efficace dell’educazione famigliare e che, alla fine, la responsabilità di questa sia soprattutto dello Stato Etico.

Il concetto è abbastanza semplice e riprende una narrazione tipica all’interno della politica di questo paese: gli italiani sono un popolo indisciplinato, egoista al limite dell’autolesionista e incapace di badare a sé stesso. Hanno bisogno, quindi di una guida energica, affettuosa ma autoritaria: lo Stato Mamma in cui tutto, educazione alimentare (sugar tax) e altri comportamenti individuali, deve essere regolamentato da leggi e tasse. Il tutto ci porta alla deresponsabilizzazione dell’individuo e, con esso, dei cittadini (o di gran parte di essi), atteggiamento che non fa altro che rafforzare quel familismo amorale che, con l’analfabetismo funzionale, rappresenta uno degli ostacoli principali alla crescita (economica, civile e sociale) di questo paese.


Sensibilizzazione o tasse?

“Che sia lo Stato quindi a decidere e non la domanda perché questa è figlia dei mercati e, come tale, non può fare alcunché di positivo” è il semplice enunciato che ci viene presentato. Esso, però, contrasta con l’evidenza empirica di quanto la sensibilizzazione sociale come alternativa della coercizione via leva fiscale può fare per cambiare la domanda di prodotti nocivi per la salute.

Un esempio può essere la campagna per l’utilizzo di contraccettivi iniziata a fine anni 80 e proseguita per tutti gli anni 90 e primi 2000, ma capisco che l’esempio non appassioni visto che una tassa pigouviana sui comportamenti sessuali sia quantomeno surreale. Un altro esempio sono le politiche di contrasto al fumo negli Stati Uniti. Certamente la leva fiscale, quella che aumenta i prezzi anche in Europa, è un potente disincentivo, così come aver imposto vari divieti al fumo come – in Italia – la legge Sirchia, ma sarebbero questi stati efficaci in assenza di una presa di coscienza sociale sui danni del fumo?

Meglio ancora, queste leggi sarebbero state presentate ed accettate dall’opinione pubblica se non fosse esistito un ampio consenso sociale a loro favore dovuto ad anni di sensibilizzazione sul problema?



Su questa domanda, chiudo la riflessione anche perché l’obiettivo di questo articolo non è dimostrare in maniera assoluta che la leva fiscale (per la sugar tax, ma anche per la carbon tax o la plastic tax o la qualsiasi tax) non funziona, ma che essa può ben poco – soprattutto nel paese degli “azzeccagarbugli” e delle montagne che partoriscono topolini – se non esiste un consenso sociale e una consapevolezza diffusa di come certe abitudini individuali tanto bene non facciano.

Consapevolezza che lo Stato può sollecitare con campagne culturali nelle scuole o sui media, come fanno gli stessi Stati che hanno già applicato la sugar tax e che stanno avendo, casualmente, risultati.


Il caffè e l’opinione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *