Sudan: le proteste e le violenze da non dimenticare

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Cosa è successo e cosa sta succedendo in Sudan, fra le proteste dei cvili che chiedono democrazia e le violenze dei militari: #BlueForSudan.

Morte e silenzio.

In questo modo il Governo Militare di Transizione del Sudan sta cercando di fermare le proteste dei civili sudanesi sia nella capitale Khartoum che nelle altre città del paese africano. Prima che su tutto calasse la mannaia del blocco dei social network, l’ultimo bilancio conosciuto è di oltre 100 morti e 500 feriti, il risultato dello sgombero operato dai militari sudanesi del sit-in pacifico organizzato di fronte al comando miliare del paese. Un massacro che assume tinte ancora più violente man mano che i report dei testimoni filtrano in rete e vengono dalla vasta diaspora sudanese in giro per il mondo.


i morti del sudan

Alcuni di quei 100 corpi, infatti, sono stati rinvenuti dopo giorni, quando, gonfi d’acqua, tornava a galla nelle acque del Nilo, là dove le milizie governative le avevano gettate. Altri sono morti in ospedale anche per i mancati soccorsi. Chi, documenta la ONG Human Rights Watch attiva nel paese, cercava di soccorrere i feriti ha dovuto sopportare minacce e violenze da parte dei militari che hanno poi bloccato varie ambulanze nel loro percorso verso gli ospedali.

Fra le 100 ed oltre vittime del massacro c’era anche Mohammad Mattar, un giovane che da Londra, dove viveva, era tornato in Sudan per partecipare alla protesta. Tornato per aiutare il paese avoltare verso la democrazia e morto per essa. Per ricordalo, i suoi amici hanno cambiato le foto dei propri profili social in varie sfumature di blu, il coloro preferito di Mattar. Un gesto semplice, ma che nel paese, dove dopo decenni di regime, l’unico media libero è internet quel blu è diventato il colore della protesta e della solidarietà verso chi, in questo momento, rischia la vita per un obiettivo concreto, far tornare il potere dalle mani dei militari ai civili.

Da qui nasce #BlueForSudan che non è una semplice manifestazione di solidarietà, ma la viva richiesta di aiuto da parte di una popolazione civile che sta combattendo una guerra impari sempre più lontana agli occhi dell’opinione pubblica mondiale. Perché quello che sta cercando di fare il Governo del Sudan è di nascondere i massacri e far diventare il paese l’ennesima tragedia dimenticata dell’Africa.



la rivoluzione delle donne

A fronte dell’impatto mediatico che la protesta sudanese ha avuto fin dal principio, infatti, le autorità militari hanno infatti deciso dal 10 di gennaio di oscurare quasi totalmente internet lasciando in vita solo i canali informativi “classici” controllati – come conseutidine in un paese che ancora non è uscito dalla dittatura – dagli stessi militari. Così il silenzio è caduto sui manifestanti e fra le poche notizie che ancora riescono a bucare il “muro” eretto dalle autorità di Khartoum ci sono quelle di continue deportazione e stupri di gruppo operati dai militari verso le donne presenti nel sit-in (qui link ad alcuni video).

Violenze sulle donne perché proprio loro sono il vero simbolo della rivoluzione sudanese. Donne come Marine Alneel, studentessa alla New York University tornata nel paese proprio per aiutarlo a cambiare. O Nuha Bakheet, una dei leader dell’Associazione Sudanese dei Professionisti (SPA), il motore della protesta. O Alaa Salah, la kandaka (regina nubiana) che dirigeva i canti di protesta contro il palazzo di Omar al-Bashir ad aprile. O tutte le altre incarcerate perché sfidavano la Sharia – la legge islamica – imposta nel paese dal regime di Bashir all’urlo di “questa rivoluzione è una rivoluzione delle donne”.

Una situazione che non è cambiata dopo il colpo di stato che ha deposto Bashir, ma che è rimasta confermando quello che molti sudanesi sospettavano, ovvero, che la destituzione del dittatore manu militari non avrebbe cambiato nulla, visto che chi lo deponeva è stato per 29 anni alla base del suo potere.


#BlueForSudan

Bashir, infatti altro non era che un colonello dell’esercito salito al potere con un colpo di stato nel 1989. Una presa del potere violenta atta a negare la concessione di diritti al sud animista e cristiano del paese (ora in parte indipendente con il nome di Sud Sudan) e diventata subito una dittatura con la messa al bando di ogni partito politico. Quel regime, poi trasformatosi in un falso pluripartitismo, è durato 29 anni, fino all’esplosione delle proteste nel dicembre 2018 a seguito della svalutazione della Sterlina sudanese, l’alta inflazione (70%) e le lunghe code per comprare i generi alimentari di base.

Sull’onda di quella crisi, i sudanesi scesero in piazza e ci stettero per mesi nonostante le repressioni per chiedere le dimissioni di Bashir. Gli stessi che ora chiedono che i militari restituiscano il potere ad un governo civile che porti il paese alle elezioni e smantelli quel che rimane del Sudan di Bashir. Una richiesta comprensibile da parte di un popolo che ha paura che “tutto cambi per non cambiare nulla”.

I militari, invece, vogliono dare l’idea di un paese “normalizzato”, così, sulle proteste, è calato un silenzio quasi tombale inteso a nascondere morti, violenze e deportazioni.

Quest’ultime hanno colpito i membri della SPA che rappresentavano le istanze civili nei negoziati – ora interrotti – con i militari. Fra di loro i leader dell’opposizione Yasser Arman, prelevato da casa sua mercoledì 5 giugno e deportato in una località segreta.

Di lui, come di decine di altri oppositori anche di alto profilo non si sa nulla.

Per non dimenticare la loro lotta, quindi, #BlueForSudan.

 

Le vignette pubblicate sono di Ru, i testi di Simone Bonzano – quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale


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