La destra accattona: da Strache a Meuthen, da Le Pen ai 49 mln

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Strache, Meuthen, Le Pen: i tre alleati di Salvini oltre alle idee politiche hanno un’altra cosa in comune, la mancanza di etica politica e civica.

“Cosa accomuna Strache, Le Pen, Salvini e Farage?” si chiede Guy Verhofstadt, leader belga dell’ALDE, “si dicono patrioti, ma mirano a distruggere la UE, i suoi valori e le sue libertà al soldo della Russia”. Una definizione molto forte, politica, che esplode su Twitter al seguito dei due principali scandali politici di queste ore: l’inchiesta di Channel 4 su Nigel Farage e quella ben più grave che ha colpito il vicecancelliere austriaco Heinz-Christian Strache, portando Vienna alla crisi di governo.

Casi in cui la mancanza di etica civica dei politici interessati si unisce all’arrivismo politico in contrasto al più basilare dei principi democratici: il rispetto dei cittadini del proprio paese e della libertà di stampa. Non ci sono solo Mr. Brexit Nigel Farage o l’alleato austriaco di Salvini, Strache, ma ci sono anche i prestiti russi di Marine Le Pen ed i finanziamenti illeciti di Meuthen e Weidel.

Ci sono, infine, i famosi 49 milioni della Lega di Matteo Salvini, il caso Siri e le tangenti in Lombardia.

C’è una destra europea “accattona” per cui il reperimento dei fondi viene prima del rispetto degli elettori, i quali, come dice Verhofstadt, si definiscono patrioti e poi, come Strache, sono pronti a vendersi al miglior offerente pur di “vincere”.


Heinz-Christian Strache

Il caso Strache esplode quando il quotidiano Sueddeutsche Zeitung e il settimanale Der Spiegel pubblicano un video di sei ore girato in una villa di Ibiza pochi mesi prima delle elezioni parlamentari austriache del 2017, dove la FPÖ ha ottenuto il 20.5% dei consensi, buoni per entrare nell’esecutivo del popolare Sebastian Kurz, di cui Strache è stato, fino a poche ore fa, vicecancelliere.

Nel video – una trappola per Strache, affermano gli stessi giornalisti autori dello scoop – si vede il leader della FPÖ in compagnia del futuro capogruppo del partito Johann Gudenus parlare con una donna che afferma di essere una cittadina russa interessata ad investire “fondi neri” (testuale) in Austria.

La signora in questione si offre di comprare il 50% del popolare tabloid Kronen e di adottare una linea pro- FPÖ a cui Strache risponde entusiasta offrendole, come contropartita, “contratti pubblici” nel settore delle costruzioni. L’ex-vicecancelliere si spinge oltre affermando di voler “costruire un panorama mediatico [in Austria] simile a quello creato da Viktor Orban [in Ungheria]”, un palese riferimento al sistema di oligarchi messo in piedi dal Premier ungherese mescolando imprenditoria privata ed editoria pubblica.



Strache e i ricchi donatori

Sempre nel video Gudenus e Strache parlano di “ricchi donatori” che “pagano fra i 500mila e i 2 mln di euro” ad una “associazione benefica non collegata al partito in modo che nessuna donazione arrivi al Rechunghof”, la Corte dei Conti austriaca: un sistema di finanziamento illegale. Der Spiegel e la Sueddeutsche Zeitung affermano di aver ricevuto il video via posta e di non avere idea né dei mittenti né degli autori.

Entrambi i politici smentiscono l’esistenza di tali fondi e commentano quanto da loro detto nel video come il frutto “del consumo di litri di alcolici in vacanza”. Strache accusa di aver subito “un vero assassinio politico”. Nonostante le proteste, entrambi sono stati costretti a dimettersi dal partito, dal parlamento e, ovviamente, dal Governo.

Immediata è stata la reazione del Cancelliere Sebastian Kurz per cui Strache e la FPÖ sarebbero dannosi per l’Austria operando “in contrasto con il principio del servizio al Paese” aggiungendo, inoltre, che “con la Fpoe una collaborazione è impossibile, i socialdemocratici non condividono le nostre posizioni e gli altri partiti sono troppo piccoli”. Il paese, in definitiva, si avvia ad elezioni anticipate.

Strache era ultimamente finito nel mirino dell’estrema destra neonazista austriaca di Identiaere Bewegung e di varie associazioni studentesche nazionaliste per aver “allontanato” le stesse dal proprio partito su pressione della Cancelleria.


Jörg Meuthen

Secondo le indagini degli inquirenti tedeschi (di cui abbiamo parlato qui), per le elezioni locali del 2016 in Baden Wurttemberg, il leader della AfD tedesca Jörg Meuthen avrebbe ricevuto finanziamenti illeciti da parte della società svizzera Goal AG di Alexander Segert, peraltro amico personale di Meuthen.

Gli inquirenti hanno constatato che Goal AG avrebbe coperto l’intera campagna elettorale del politico sovranista senza richiedere alcun compenso né a lui né al partito, donando, de facto, le proprie prestazioni in maniera illegale per un valore complessivo di 140.000 euro. Per di più Goal AG non sarebbe iscritto al registro dei donatori elettorali, atto obbligatorio per la trasparenza dei bilanci dei partiti.

Accertato l’illecito, il giudice ha condannato Meuthen al pagamento di una multa da 270.000 euro e a AfD ad una sanzione di ulteriori 130.000 euro.

Sempre dalla Svizzera, stavolta dalla PWS PharmaWholeSale International AG di Zurigo arriverebbero i 130mila euro in 18 tranche ricevute dall’altra leader della AfD Alice Weidel per la propria campagna elettorale: la legge tedesca vieta ogni forma di donazione superiore ai 1000 euro da soggetti civili e/o imprenditoriale extra-UE.


Marine Le Pen

I fatti legati a Marine Le Pen risalgono al 2014. In quella data, riporta il sito Mediapart, il partito guidato da Marine Le Pen ottenne vari prestiti da banche russe per un totale 11.7 mln di euro, il maggiore dei quali emesso dalla First Czech Russian Bank (FCRB), il cui capitale era proprietà dell’oligarca Gennadiy Timchenko, proprietario di Stroytrangaz e confidente di Vladimir Putin.

Il broker di tale operazione fu Jean-Luc Schaffhauser, parlamentare europeo di ENF, che prima presentò un’offerta da parte di alcune istituzioni finanziarie di Abu Dhabi [ma il pericolo islamico, madame Le Pen? NdR], cadute queste ne presentò una di provenienza iraniana che la stessa Le Pen rifiutò.

Poi arrivò la Russia.



Babakov e le banche russe

La trattativa avvenne fra Schaffhauser e Alexander Babakov, inviato speciale di Vladimir Putin per gli affari russi all’estero, e avvennero in coincidenza con la crisi in Crimea e la sua relativa annessione da parte della Russia. Come contropartita di un accordo che lo stesso Schaffhauser descrive come “commerciale”, Marine Le Pen sarebbe andata in Crimea come una dei supervisori del referendum per l’annessione della penisola. La leader francese non ci andò, ma appoggiò immediatamente l’esito pro-Russia.

Prima del referendum, il Front National avrebbe ricevuto solo 2 mln degli undici pattuiti. La seconda tranche, quella da 9 mln arrivò dopo le dichiarazioni pro-annessione. Per Mikhail Kasyanov, ex-Primo Ministro sotto Vladimir Putin ora passato all’opposizione si tratterebbe di una ricompensa: “è stata un’operazione speciale per aiutare Marine Le Pen”.

Una versione corroborata da una serie di messaggi fra un parlamentare russo e un funzionario del Cremlino resi pubblici da un gruppo di hackers noto come Shatai Boltai: “non ci ha abbandonato” dice un messaggio, segue la risposta, “dobbiamo trovare un modo per mostrare la nostra gratitudine alla francese”.


Marine e la Russia, il ritorno

La restituzione del prestito sarebbe fissata il 23 settembre 2019, ma intanto la FCRB è fallitasi pensa per decisine politica (il discorso sull’uso delle banche russe da parte degli oligarchi è molto lungo). In questo modo l’attuale RN non sarebbe costretto a ripagarlo: il prestito stesso sarebbe stato ceduto – dice la Banca centrale russa – ad una piccola compagnia moscovita Conti in maniera fraudolenta.

La politica francese ha sempre negato di essere stata influenzata nelle sue scelte dai finanziamenti russi, nonostante questo, e a fronte delle difficoltà di reperire fondi e prestiti in patria [si chiamano anticorpi democratici, NdR], il Front National chiese un ulteriore prestito ai russi nel 2016.

Come riporta Re:Baltica, al centro della nuova trattativa sempre Schaffhauser e il broker lettone Vilis Dambiņš, direttore di una compagni di asset finanziaria legata, ancora, a Babakov. Il Front National optò per un prestito di 3 mln di euro da parte della Strategy Bank di Mosca, ma questa fallì prima di poter concedere tale prestito.

A margine dei prestiti russi, sempre Marine Le Pen è accusata di aver sottratto 6.8 mln di euro di fondi all’Europarlamento usati per i compensi di dipendenti fittizzi fra cui i 41mila euro che la leader di RN avrebbe usato per pagare un contratto part-time di 3 mesi da assistente parlamentare alla propria guardia del corpo Thierry Legier.



Nigel Farage

Concludiamo con Nigel Farage, l’ex-leader di UKIP in testa ai sondaggi per le europee in Regno Unito con il suo neonato Brexit Party.  Farage non fa parte dell’alleanza sovranista di Matteo Salvini – ha preso le distanze dall’UKIP proprio per questo – ma ricopre un ruolo importante nello scacchiere euroscettico e condivide con Salvini e Le Pen i legami con Steve Bannon.

Stando ad un’inchiesta di Channel 4 News, Nigel Farage avrebbe ricevuto 450.000 sterline dal milionario, attivo nel settore delle assicurazioni, Arron Banks nell’anno immediatamente successivo al referendum sulla Brexit.

Tali fondi, di cui Farage nega l’esistenza, documentati da una serie di email e ricevute entrate in possesso di Channel 4, sarebbero stati usati per:

  • l’affitto (stimato a 13mila sterlina mensili) di una palazzina dal valore di 4.4 mln di sterline a Chelsea tramite una delle compagnie di Banks, la cifra includeva il mobilio, le tasse e le bollette;
  • l’acquisto di una Land Rover Discovery del valore di 32mila sterlina più 20mila sterline per l’autista più 130mila sterline per il servizio di sicurezza di Farage;
  • l’affitto di un ufficio privato (1500 sterline al mese) e il pagamento dell’assistente personale di Farage;
  • la promozione del “Brand Farage” negli Stati Uniti (fra cui incontri con svariati businessmen e compagnie statunitensi, inclusa la Coca-Cola) e permettere al britannico di partecipare alla convention repubblicana dove Banks avrebbe pagato 11mila sterline a Fox News per intervistare Farage;
  • 15mila sterline per permettere a Farage di presenziare alla cerimonia di inaugurazione della Presidenza Trump.

In quello stesso lasso temporale, Farage dichiarò di essere “spiantato e che non ci facessero soldi nel fare poliica”.


I dubbi su Banks

Arron Banks, ex-membro dell’UKIP, è il cofondatore della campagna Leave.EU. Egli avrebbe contribuito alla campagna del Leave con 8.4 mln di sterline, fondi di cui Banks, secondo l’accusa della Commisione Elettorale britannica “non sarebbe la vera fonte”. Stando alle indagini, prima del referendum, Banks avrebbe incontrato almeno 11 volte funzionari russi fra cui l’ambasciatore Alexander Yakovenko che gli avrebbe presentato vari businessmen. Incontri prima negati e poi ammessi dal milionario.

Banks è, tuttora, sotto indagine da parte della National Crime Agency britannica. Un’altra indagine ufficiale ha multato Leave.EU per aver infranto le regole elettorali nel periodo referendario.


Permettetemi, dopo questa lunga rassegna e per mantenere l’articolo concetrato sul tema europeo, di non raccontare il caso Siri e quello dei 49 milioni della Lega: su entrambi torneremo nei prossimi giorni anche perché si tratta di casi noti e assimilabili a quelli qui elencati.

Il quadro finale è un ben misero quadro sia umano che politico. Da una parte, il cinismo personalistico di Farage unito a quello politico di Strache, dall’altra la realtà di due partiti, AfD e Front National, incapaci, per via delle proprie idee estreme, di ottenere abbastanza finanziamenti nei propri paesi e che si rivolgono all’illecito o all’estero.

Qui trovano broker lettoni legati al Cremlino, dubbie società svizzere e multimilionari dalle dubbie frequentazioni. Trovano, a volte, “cittadine russe” che parlano apertamente di fondi neri e, come ha fatto Strache, rimangono seduti, ascoltano, progettano e poi si lamentano di essere stati incastrati.

Forse Strache dimentica che per essere incastrati serve anche caderci nella trappola e lui, “assassinio politico” o meno, ci è caduto a peso morto.


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