Stallo: 60 giorni per non cambiare l’Italia

Salvini, Di Maio, Italia, Stallo

Lo stallo politico italiano dimostra una cosa: il processo democratico nel paese ha un problema, vincono i partiti, ma manca la politica.

Un governo di tregua, così il Presidente Mattarella cercherà di porre fine allo stallo politico e parlamentare che va avanti dalle elezioni di marzo. Questo potrebbe avvenire con un ‘governo del Presidente’ guidato da un super-tecnico (Carlo Cottarelli), o una figura autorevole (quale Antonio Cassese). Se andasse male, si andrà a votare ad ottobre, forse addirittura a luglio, cercando di evitare l’aumento dell’IVA e di modificare la legge elettorale. Magari inserendo lo stesso premio di maggioranza bocciato due volte dalla Corte Costituzionale.

Mentre aspettiamo il Quirinale, quello che rimane è un senso di sconforto: vedere il nostro paese impantanato in un gorgo di personalismi ben lontani dallo sbandierato ‘bene del paese’.

Vedete, lo stallo, negli ultimi 365 giorni, l’hanno vissuto anche Germania ed Olanda, con tempi anche più lunghi del nostro e la stessa complicata trama di sfiducie, passi indietro e ribaltamenti. Solo che ad Amsterdam come a Berlino, questo è accaduto in trattative ufficiali fra i partiti. In Italia, invece, tutto si svolge attraverso tweet, post di Facebook ed interviste televisive, canali più importanti, ormai, delle stesse consultazioni. Tutto ridotto a slogan e hashtag a scapito di un dibattito politico ridotto ad accuse e scaricabarili, senza la benché minima profondità. Così, mentre gli altri stalli europei hanno visto l’applicazione della democrazia (sia quella parlamentare che quella interna ai partiti), in Italia assistiamo al definitivo naufragio della stessa.

Nello stile del Caffè e l’Opinione abbiamo, ovviamente raccolto ed analizzato alcune di queste affermazioni.


Tutta colpa della legge elettorale

Lo stallo? Colpa delle legge elettorale! Le trattative arenate? Colpa delle legge elettorale. Tutto colpa del Rosatellum , quindi, come se le tanto temute ‘coalizioni elettorali’ nascessero per questo.

La legge, addirittura, sarebbe rea di applicare la matematica, secondo cui il 37% (o il 33%) dei voti rimane – detta anche maggioranza relativa – è sempre inferiore al 51% – la maggioranza assoluta. Ma a chi vuole governare e ama definirsi ‘vincitore’, la matematica rimane un’opinione.

Di che sarebbe la colpa delle legge elettorale? Di Matteo Renzi e del PD, rei di aver proposto una legge, l’Italicum, con premio di maggioranza e ballottaggio. Un orrore ‘antidemocratico’, dicevano i 5 Stelle e la Lega. Erano loro in prima fila ad osannare la bocciatura della stessa da parte della corte costituzionale, solo che ora propongono di cambiare il ‘Rosatellum’ con un premio di maggioranza magari preceduto da un ballottaggio.

Nei fatti, l’Italia avrebbe già un governo: il Lega – 5 Stelle. Bastava che Matteo Salvini si staccasse da Silvio Berlusconi per abbracciare Luigi Di Maio ed il Movimento 5 Stelle. Non è successo. Peccato, perché Di Maio considerava Salvini affidabile, mentre gli chiedeva di tradire l’alleanza con Berlusconi (ed il voto degli elettori) per fare un’altra coalizione.

Che poi, secondo il M5S, non dovremmo chiamare l’eventuale alleanza/coalizione di governo così, ma un legame contrattuale atto a ‘cambiare’ il paese convergendo su alcuni punti. Una, perdonatemi, supercazzola nascosta dietro il termine ‘contratto alla tedesca’: non si stanno coalizzando, stanno solo ‘collaborando’ per il bene del paese! Peccato che il termine tedesco per tale contratto sia Koalitionsvertrag, ovvero Contratto di Coalizione’.


Tutta colpa di Renzi

Per molti elettori di sinistra passati al M5S, il #senzadime sarebbe un prodotto del renzismo. Meglio, sarebbe una congiura mediatica che rischia di far cadere il paese in mano alla destra: il progetto del 5 Stelle, affermano, sarebbe, secondo loro, di ‘sinistra’.

Urge spiegare che avere alcune proposte di ‘sinistra’ non significhi esserlo (vedi la Destra sociale). Urge anche sottolineare che per lo stesso Di Maio, tale programma potesse andar bene sia col PD che con la Lega. Pragmatismo? Forse, ma di certo non siamo di fronte ad un programma di sinistra: massimo di uno ‘qualunquista’. Ma poco importa, perché urlando Travaglio, Scanzi ed altri, tutto sembra lecito per contrastare il ‘renzismo’, figlio spurio del ‘berlusconismo’, detto anche ‘renzusconi‘.

Combatterlo, dicono molti che sono andati verso il 5 Stelle, o verso altri partiti, pare essenziale. Peccato che il male superiore, il personalismo, sia lo stesso che accompagna anche Salvini e, novità, la trasformazione del 5 Stelle attorno ‘all’ottimo Luigi’ (cit. Movimento 5 Stelle).


Ed il PD?

Se abbiamo capito una cosa del Partito Democratico in questi due mesi, ovvero, che l’analisi dei propri errori andrebbe fatta se si vuole veramente salvare il partito, continuare così, ignorando il bisogno di sinistra del paese, significa condannarsi alla sconfitta e all’anonimato politico. Invece di rifondarsi partendo dalla sconfitta e dal #senzadime, il PD si perde nel suo difetto originario, le correnti parallele che non si parlano.

Invece di guardare alla sinistra europea e proporre un modello nuovo preferisce seguire 5 Stelle e Lega nel chi urla più forte.

Questi 60 giorni di stallo ci dimostrano una cosa: di governare il paese interessa a pochi. Eppure sarebbe importante per il sistema politico, fermarsi un attimo e ragionare. In ballo ci sarebbe la credibilità di fronte ad un elettorato che odia i compromessi, istruito a pensare all’avversario politico come ‘nemico’ ed il compromesso come contrario alla democrazia.

Non è così, ma in molti (troppi) sembrano averlo dimenticato.


Aggiornamento

Ovviamente, la situazione in Italia riesce a peggiorare quando meno te l’aspetti.

Domani Mattarella chiederà probabilmente un voto di fiducia per un ‘governo di tregua’. Intanto Salvini e Di Maio, ormai veri tribuni della plebe lanciati nell’agorà social, ‘sono stufi’, non li fanno governare e vogliono le elezioni, a luglio.
Per loro, qualunque soluzione sarebbe solamente un ‘inciucio’ o, peggio, un tradimento che li porterebbe di fronte alla loro principale paura: perdere consenso.

Per questo ci chiedono di tornare alle urne, sperando siano gli elettori a risolvere lo stallo, cosa cui loro non vogliono fare.

Prepariamoci, quindi, ad altri 60 giorni di follie a cominciare dal cambiare le regole del Movimento per permettere a Luigi DI Maio di ricandidarsi. Prepariamoci, soprattutto, ad ignorare, ancora una volta, quello che succede al di là delle Alpi, sia questa la ripresa economica, il problema del budget europeo, i dazi sull’acciaio o la riforma del trattato di Dublino sull’immigrazione in Europa.

Tutto mentre i partiti del cosiddetto cambiamento scrivono l’ennesimo atto nell’interminabile declino della Repubblica Italiana.

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma è stato uno dei più brillanti politici italiani. Se mi dicessero di votare ora, implorerei Odino di darmi il dono della preveggenza. Se mi chiedono di dove sono, sono nato lì, ma ho vissuto anche là e là, e anche laggiù, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio perchè sono di Genova. Se mi chiedono dove vivo, rispondo: fai tu, ma fra Berlino e Torino.

Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva (Star Trek compresA). Gra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic e i Lakers, SEMPRE. Come mi definirei? Un nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto di scrivere per passione.

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