Sputnik, RT e i false flag russo-assadiani sul confitto in Siria

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“Combattere il Mainstream” dicono RT, Sputnik e Ruptly, ma che vuol dire? Un’idea la si ha analizzando il caso Siria nello specifico, fra “false flag” e disinformazia.

Nel primo articolo di questa miniserie, si è cercato di capire con quali strumenti la propaganda russa abbia contribuito a riabilitare – fosse solo in parte – il sanguinario regime di Bashar al-Assad in Siria. Ora, è arrivato il momento di sostanziare quanto detto finora.

Prima, però, di ritornare all’interno nel mondo della disinformazia russa è opportuno cercare di circostanziare questo ragionamento sul come funzioni – almeno nelle basi – il mondo dell’informazione russo e non solo.


Chi controlla la stampa

In Italia non si smette – quasi – mai di parlare (spesso a vanvera, ndr) di libertà d’informazione dei suoi limiti e di “chi controlla la stampa”. In misura maggiore quando vengono tirate in ballo le beghe legali di esponenti di spicco della politica, come è successo di recente con l’affaire del babbo Di Maio).

In casi simili, piattaforme qualli Il Blog delle Stelle, Byoblu e “Silenzi e Falsita” o, ancora, negli interventi di giornalisti “dalla schiena dritta” quali Peter Gomez, Marco Travaglio e Antonio Padellaro, si ritorna a dibattere  totem mai abbattuto del conflitto di interesse nei media.

La tesi principale è sempre la stessa: i giornali sono finanziati da un editore, o più di uno. Se questo ha specifici interessi di natura economica e politica, inevitabilmente farà di tutto per tutelarli tramite l’informazione prodotta dai suoi giornali, siti o reti televisive.


Conflitto d’interesse, a corrente alternata

L’esempio più classico – addotto molto spesso nel mondo del M5S– è quello del La Repubblica. Come potrà mai il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari – ci si chiede – scrivere qualcosa di critico nei confronti del PD se il suo editore, Carlo De Benedetti è la fantomatica “tessera numero 1” del Partito Democratico.

Oppure, per dirla con le parole di Travaglio, se un giornale è finanziato da chi si occupa della sanità privata come potrà parlare “onestamente” della sanità pubblica?

Ci sono diversi controesempi che dimostrano come il gruppo Gedi in generale, e la Repubblica in particolare, abbia prodotto materiale critico verso il PD e la sua politica.

Basterebbe citare i reportage di Francesca Mannocchi sulla Libia per fare “debunking, ma questo non toglierebbe serietà al tema del conflitto d’interesse.

Eppure sembra che esistano due pesi o due misure, almeno in una parte dell’elettorato.


L’opinione


Sputnik, RT e Ruptly

Suscita curiosità il fatto che il problema – più che fondato – del conflitto di interessi non si sollevi mai quando si tratta dei media russi, in particolare i colossi “nazionali” Sputnik, RT, e Ruptly.

Tre outlet gestiti direttamente dal Cremlino.

La mission di Sputnik, tradotto in 31 lingue (italiano e arabo compresi), dichiarata sin dalla sua nascita, è quella di migliorare la reputazione della Russia a livello internazionale. L’agenzia di stampa, però, è di proprietà della holding Rossiya Segodniya, gestita dal governo russo e creata per decreto da Vladimir Putin nel 2014.

Stessa cosa per RT, rebrand di Russia Today, e della sussidiaria Ruptly, le cui immagini sono esclusiva per l’Italia di Giulietto Chiesa e della sua PandoraTV.

Entrambe sono multilingue, nascono per decreto diretto del Cremlino da cui vengono lautamente finanziate. Per dirla con le parole della caporedattrice Margarita Simonyan, RT ha anche lei il compito di offrire  “un’immagine più equilibrata della Russia”.

Tutte e tre collaborano nella “strenua lotta” contro l’informazione mainstream, “deformata e parziale” della stampa europea e americana. Una definizione, quella di “mainstream”, inventata da loro e che significa, in soldoni, tutti gli altri outlet news occidentali.


il network estero

Perché tutto questo preambolo? E’ presto detto.

Prendiamo il Medio Oriente e, in particolare, la Siria. In questo contesto regionale – leggi qui – la Russia sta perseguendo una precisa agenda egemonica.

Nello stesso contesto, Sputnik, RT e Ruptly hanno sempre puntato a difere a spada tratta il regime di Bashar al-Assad.

Stante il ragionamento precedente, secondo cui a causa del conflitto d’interesse un qualsiasi media non può (deve) pubblicare materiale in contrasto con le esigenze del proprio editore, diventa logico pensare che la stessa logica valga, quindi, anche per Sputnik, RT, e Ruptly. Anche se questo comportasse la diffusione di fake news.

Eppure, gli stessi network vengono ritenuti attendibili da chi ne fa le proprie fonti primarie per lanciarsi, sui social in improbabili difese del regime.


Combattere il mainstream

Ovviamente i tre outlet menzionati non rappresentano in toto il panorama mediatico russo. Infatti la stessa notizia può venire trattata in maniera totalmenete differente dai (pochi) media indipendenti russi.

Il problema è che quei tre sono stati concepiti per far breccia nel mercato estero, non in quello russo. Ed infatti l’80% del budget di RT, equivalente a circa 280 milioni di Euro, serve per alimentare il network estero.

Mediante questi “canali”, l’obiettivo del Cremlino è semplice: usare il soft power dei media – non avendo a disposizione quello “culturale” americano – o per creare una contro-narrativa o, in alternativa, insinuare il dubbio che il mainstream non dica la verità.


Il tweet incriminato sui “rapporti Daesh/USA” rivelatosi una bufala


Disinformazia sulla Siria

Veniamo ora a qualche esempio per capire come la disinformazia russa ha operato nel mondo delle news sulla Siria ed iniziamo dallo screenshot.

A novembre del 2017, il ministero della Difesa Russo diffuse sui suoi account Facebook e Twitter – in russo, inglese e arabo – immagini satellitari che offrivano la “prova inoppugnabile” della collaborazione tra Usa e Isis in Siria.

Tali fotogrammi ritraevano camion di miliziani di Daesh intenti a lasciare la località di Al-bukamal – nell’est del Paese – dopo aver recuperato armi e bagagli sotto l’occhio “benevolo” degli americani.

Il contenuto divenne immediatamente virale proprio grazie a Sputnik e RT. Partendo dalle segnalazioni di alcuni utenti, però, le immagini furono vagliate dalla piattaforma di giornalismo investigativo Bellingcat.

Risultato: si trattava di screenshot tratti da un videogame di strategia bellica chiamato AC-130 Gunship Simulator. Una fake news creata ad arte e pompata nel ventre molle del web grazie agli outlet di propaganda del Cremlino.


White Helmets

Un evergreen della disinformazia russa sulla Siria riguarda i cosiddetti “Caschi bianchi”, un’unità di protezione civile autorganizzata, candidati al Nobel per la pace nel 2018, che opera nelle zone fuori dal controllo diretto del regime.

Scott Lucas, professore di International Politics dell’Università di Birmingham e Editor-in-Chief di EA WorldView, ha sottolineato che, sebbene i Caschi Bianchi siano stati fondati in gran parte grazie ad aiuti stranieri (principalmente turchi), i membri sono per lo più comuni civili delle comunità siriane, che vanno da decoratori, panettieri a sarti e ingegneri.

Per il fatto di essere civili e documentare i loro interventi con video e fotografie, i White Helmets sono la nemesi dello story-telling russo-assadista. Come tali, ne sono diventati il principale bersaglio, additati di essere terroristi collusi con al-Qaeda o Daesh (come, per altro, tutti gli abitanti delle zone fuori dal controllo del regime) e di  produrre materiale falso mediante attori che si fingono vittime dei bombardamenti.

Accuse supportate dagli outlet russi,ma che sono state più volte confutate da esperti del settore, ma non basta perché e scientificamente provato che debunking e smentite hanno una diffusione decisamente minore rispetto alle bufale, tali pregiudizi sono ancora ben radicati, soprattutto sui social.


Il caffè


Piccoli blogger crescono

Un altro metodo di disinformazia usato dalla propaganda russa è quello di rilanciare e dare visibilità a blogger e figure molto popolari sul web che difendono il regime.

Persone come Vanessa Beeley, figlia di un diplomatico britannico, un’attivista canadese di nome Eva Bartlett, l’analista filo-Hezbollah Sharmine Narwani e Max Blumenthal, figlio dell’ex aiutante di Clinton, Sidney Blumenthal.

Carneadi per il grande pubblico, ma che divengono “star” grazie all tam tam propagandistico di RT, Ruptly, Sputnik e sodali, fra cui la già citata italo-russa PandoraTv.

Basti pensare che il video di un discorso di Eva Bartlett alle Nazioni Unite, in cui esaltava la riconquista di Aleppo da parte del regime a dicembre 2016, criticando i Caschi Bianchi con le solite accuse, è stato visto almeno 4 milioni di volte.

Il che, per una scrittrice non affiliata a nessuna organizzazione giornalistica ufficiale, è sbalorditivo.


Attacchi chimici

Tale macchina dà il meglio di sé quando si parla dei tanti, troppi attacchi chimici del conflitto.

Prendiamo solo i tre che hanno avuto più risalto mediatico per il sospetto utilizzo di sarin, un agente nervino vietato a livello internazionale e “più condannabile” rispetto a sostanze meno letali come fosforo e cloro.

  • Ghouta orientale, agosto 2013: accertato uso di sarin senza attribuzione di responsabilità da parte dell’Opac (Organizzazione internazionale per la proibizione delle armi chimiche).
  • Khan Sheikhun, aprile 2017: accertato uso di sarin e responsabilità attribuita inequivocabilmente al regime di Assad.
  • Douma, aprile 2018: indagini ancora in corso (ma il report preliminare ha già scatenato i sostenitori del regime)

Crimini che sono stati accompagnati sui media russi, da una, se non tutte, le seguenti “ricostruzioni”:

  • holliwoodiana: l’attacco è una messa in scena creata ad hoc dai ribelli (coi caschi bianchi attori protagonisti) per accusare il regime e spingere Usa e occidente ad intervenire militarmente.
  • nichilista: non c’è stato alcun attacco.
  • false flag: l’attacco c’è stato ma lo hanno compiuto i ribelli sotto falsa bandiera per accusare il regime.

Tre versioni non possono in nessun caso essere vere allo stesso tempo e che producono casi “tragicomici”, come quello del rappresentate russo all’Onu Vassilij Nebenzia che, dopo l’attacco di Douma, e riuscito a fondere la ricostruzione false flag e quella nichilista in un’unica frase.

In poche parole: c’è stato un attacco sotto falsa bandiera, ma non c’è stato alcun attacco.


Il film

Per suffragare di volta in volta l’ipotesi di false flag – e qui veniamo ai media russi – vengono usate ripetutamente le immagini

L’ultimo caso riguarda la campagna di Idlib, ultima enclave fuori dal controllo del regime e governata da ribelli filo-turchi – tra cui i jihadisti di Hayah Tahrir as-Sham (ex al-Nusra).

Ad agosto scorso Sputnik e RT, hanno lanciato e rilanciato notizie circa un fantomatico e imminente attacco chimico “finto” messo in scena dall’opposizione siriana per incolpare il regime.

Foto che, però, derivano da “Revolution Man” un film prodotto e patrocinato dal ministero della cultura del regime siriano, che parla di un giornalista straniero che si mette a fabbricare fake news in Siria.

Le immagini, come piegava allora Eugenio Dacrema (Ispi) in un’intervista a Formiche, mostrano attori, truccatori, ciackisti e personale di scena, intenti a mettere in piedi il set per un finto attacco chimico.

Insomma, altre fake news creata ad arte. Tant’è che poi non c’è stato alcun attacco.



False flag..di regime

Anzi, un sospetto attacco chimico ha colpito a fine novembre un’ area di Aleppo sotto il controllo delle forze di Damasco.

Secondo i media, l’attacco sarebbe stato effettuato mediante mortai da 120 mm usati per lanciare proiettili al gas clorino. Rimangono però dei dubbi.

Per Bellingcat, però, per sortire effetti devastanti c’è bisogno di grosse quantità di gas cloro, e i colpi d’artiglieria citati e fotografati dai media russi e di regime sarebbero troppo piccoli per poterlo fare.

Secondo Eli Lake di Bloomberg, per un report dell’intelligence americana – di prossima pubblicazione –  sarebbero state le forze lealiste siriane a creare un’operazione false flag allo scopo accusare i ribelli siriani di usare armi chimiche contro i civili ad Aleppo. Un false flag al contrario atto, più che altro, a rafforzare quel “dubbio” di cui abbiamo parlato ad inizio articolo.

Certo, l’intelligence americana non è la più imparziale delle fonti, ma basterebbe un intervento dell’Opac – fresca di mandato Onu per indicare i colpevoli dell’attacco – per chiarire la faccenda.

Peccato, però, che il regime di Damasco non abbia nemmeno fatto richiesta per un intervento dell’organismo internazionale.


Un adagio attribuito a Eschilo, e ripetuto a menadito in queste situazioni, recita così:

“In guerra la prima a morire è la verità”.

Senza dubbio, succede da ambo le parti, solo che a volte, vedi Sputnik, RT, Ruptly e tutti coloro che ne rilanciano i contenuti per ideologia più che amor del vero, per qualcuno questo è l’obiettivo.


Il Caffè e l’Opinione

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