Speciale Elezioni 2017: il voto pro-Europa dell’Olanda – il Caffè del 16-3-2017

 Mark Rutte, riconfermato Primo Ministro dei Paesi Bassi. Foto:  Jos van Zetten  Licenza:  CC 2.0

Mark Rutte, riconfermato Primo Ministro dei Paesi Bassi. Foto: Jos van Zetten Licenza: CC 2.0

Il populista euroscettico Geert Wilders aumenta – di poco – il proprio contingente parlamentare, ma i veri vincitori delle elezioni olandesi sono i partiti pro-europa, in particolare la Sinistra Verde che potrebbe entrare nel prossimo governo liberale. Frana lo storico Partito Laburista e mentre ancora imperversa la crisi diplomatica con la Turchia, alla Tweede Kamer arriva anche DENK, partito progressista, pro-europa ed anti-razzismo fondato da due politici di origine turca.

Nell’ultimo anno, complici la Brexit, l’elezione come presidente degli Stati Uniti di Donald Trump e gli attentati in Francia e in Germania, i Paesi bassi si sono trovati incastrati in una campagna elettorale permanente. Da una parte il governo liberal-laburista guidato dal Primo Ministro Mark Rutte, deciso sostenitore dell’Europa, dall’altra la voce del dissenso Geert Wilders, l’euroscettico anti-Islam promotore della Nexit, l’uscita dell’Olanda dall’UE. Lo scontro si è concluso nella nottata di mercoledì 15 marzo, quando i primi risultati hanno certificato la vittoria dei liberali di Mark Rutte.

I due contendenti. Pur perdendo 8 seggi – ne aveva 41 nel 2012, ora ne ha 33 – il Partito Liberal Democratico (VVD) di Rutte si conferma il primo partito del paese staccando Geert Wilders ed il suo Partito della Libertà (PVV) che guadagna solo 5 seggi salendo a 20: poco per un partito che era considerato, ancora ad un mese dalle elezioni, un possibile vincitore. Nonostante questo, Wilders canta vittoria, sottolineando l’aumento dei parlamentari e dichiarandosi pronto a partecipare ad un governo a guida liberale. Tale opzione non viene condivisa da Mark Rutte, memore dell’ultima alleanza con Wilders, il quale provocò la caduta del suo primo governo e le elezioni anticipate del 2012. Smaltita la sbornia elettorale, il confermato Primo Ministro si è messo subito al lavoro con l’obiettivo di riuscire a creare una coalizione stabile. Il VDD, infatti, ha perso il proprio attuale alleato di governo (il partito laburista (PdvA) passato dai 38 seggi del 2012 ai 9 del 2017), ma vorrebbe dare forma ad una colazione centrista con i popolari e i liberal-sociali in modo da lasciar fuori Wilders ed il suo PVV.

Il voto europeista. Stando ai risultati, quella che doveva essere l’inizio della fine dell’Unione Europea – l’affermazione dei populisti euroscettici in uno dei paesi fondatori – ha visto, al contrario, la vittoria dei partiti europeisti, fra cui i cristiano-democratici del CDA, i liberal-sociali del D66 e i verdi del GroeneLinks (GL). Il CDA – insieme al PdvA uno dei protagonisti della storia contemporanea del Regno dei Paesi Bassi – sale dai 14 seggi del 2012 ai 19 del 2017 preponendosi come principale alleato del VVD. Lo stesso numero di seggi  lo ottiene l’altro possibile alleato di governo, il D66 – partito progressista ispirato ai “liberal”, la sinistra americana – che ottiene il miglior risultato della propria storia grazie, soprattutto, ad un programma volto alla creazione di un’Europa federale e una maggior cooperazione fra i partner europei. 

La crisi a Sinistra e la vittoria dei Verdi. A sinistra – come detto – il PdvA è stato punito dagli elettori per la partecipazione allo smantellamento del welfare state olandese compiuto dall’ultimo governo Rutte. Di questa emorragia di voti non ne approfitta il Partito Socialista (SP) – il quale perde un seggio passando da 15 a 14 – bensì la sinistra verde di GL che guadagna 10 seggi, passando dai 4 del 2012 ai 14 attuali. Il partito –  guidato dal trentunenne Jesse Feras Klaver, olandese di sangue marocchino ed indonesiano – ha fatto dell’europeismo il centro del proprio programma, cercando di attirare il voto di chi, in Olanda, vuole riformare l’Europa dall’interno in senso più federalista e meno centralista. Tale programma, unito all’impegno a favore del rafforzamento dello stato sociale con la creazione di lavori sovvenzionati dallo stato e il taglio dei costi del lavoro, ha permesso a GL di raccogliere sia buona parte degli elettori laburisti disillusi sia – soprattutto – il voto dei giovani che ha contribuito all’affluenza più alta degli ultimi trent’anni: l’81%.

Da segnalare, in un paese in cui il dibattito politico si è focalizzato anche sull’accoglienza agli immigrati, l‘entrata in parlamento con tre seggi del partito DENK, fondato da due politici olandesi di origini turche, che presentava un programma d’ispirazione progressista, europeista e a favore dell’immigrazione.

Le reazioni. Per il riconfermato Mark Rutte le elezioni del 2017 sono state “una festa per la democrazia” in cui gli elettori olandesi hanno detto un chiaro NO “al populismo”. Esemplare a proposito, il tweet  di Julius van de Laar, lo spin doctor responsabile delle campagne presidenziali di Barack Obama. Egli, collegandosi alle elezioni di aprile in Francia e quelle di settembre in Germania, ha pubblicato una foto di Geert Wilders, Marine Le Pen e la tedesca Frauke Petry accompagnato da un semplice commento: “uno è andato, ne mancano due”.

Euforici i partner europei. Peter Altmaier, portavoce del cancelliere tedesco Angela Merkel, ha sottolineato come gli “Olandesi siano dei campioni” per “il grande risultato” conseguito contro il populismo. Il sentimento è condiviso anche dall’ex-Primo Ministro svedese Carl Bildt, membro dell’International Crisis Group (ICG), che parla di una ormai manifesta “ondata anti-Trump in Europa”. “Questo ci suggeriscono” spiega Bildt ” le presidenziali austriache [dove hanno trionfato i verdi] e, in maniera più forte, la sconfitta di Geert Wilders nelle elezioni olandesi”. Dalla Francia arrivano i commenti entusiastici del candidato indipendente Emmanuel Macron e del Ministro degli Esteri Jean-Marc Ayrault, mentre il Presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni sottolinea come la sconfitta della “destra anti-Unione Europea” in Olanda metta le basi per il rilancio della stessa UE.

Il pericolo Francia. Nonostante il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker sottolinei come il voto olandese debba essere “d”ispirazione per tutti”, il pericolo per l’Europa non è finito. Secondo quando sostiene Mabel Berezin, studiosa dei movimenti politici illiberali alla Cornell University, la sconfitta di Wilders non andrebbe letta in chiave europea, ma solo nazionale. Wilders, da vent’anni in parlamento, sarebbe una “parte integrante del panorama politico olandese” e non un elemento “della nuova ondata populista europea” come Frauke Petry, Marine Le Pen o Nigel Farage. Per la professoressa Berezin bisogna aspettare le elezioni presidenziali francesi del 23 aprile: solo quando si vedrà il risultato raggiunto da Marine Le Pen in quel contesto “si vedrà la vera consistenza del movimento populista” che attraversa il continente. 

Nel frattempo, i Paesi Bassi – e gran parte dell’Europa – tirano un sospiro di sollievo.


Per approfondimenti:

– su Geert Wilders e la sua politica: Formiche

– l’analisi del Washington Post sulle elezioni olandesi: The Washington Post

– come vincere perdendo: POLITICO

sulla nascita del populismo olandese: Counterpoint

– la dichiarazione della Turchia sull’inizio della Guerra Santa in Europa: The Indipendent

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma uno dei più brillanti politici italiani. Se mi chiedono di dove sono ondeggio fra Torino e Genova, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio. Fra Berlino e Torino, ricordando Genova. Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva e fra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic. Come mi definirei? Un Nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto il giornalismo (per passione).

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