Spagna Rossa e Italia confusa: la realtà dietro le elezioni politiche iberiche

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In Italia tendiamo a rapportare tutto alle nostre beghe politiche interne: è successo anche con la Spagna. Sbagliando.

Parlare di elezioni spagnole, in generale di ogni paese europeo, in Italia, è surreale. Ogni partito viene comparato alle sue controparti nostrane, magari forzandone programmi e idee alla ricerca, da una parte come dall’altra, di conferme e legittimazione.

Così, per il PD post-renziano la vittoria del PSOE diventa la più chiara dimostrazione che il progressismo liberale possa essere superato a favore di una politica da “sinistra”. Per filosofi commentatori come Cacciari, Sanchez dimostra che il “centrosinistra vince se fa il centrosinistra”, magari sposando idee massimaliste (leggasi “alleandosi col MoVimento 5 Stelle” nella visione del prof. Cacciari) idea condivisa, ma nei confronti di Podemos, dalla cosiddetta “sinistra-sinistra”.

Per la destra nazionalista, infine, il 10% di Vox certifica che il vento sovranista continua a spirare in Europea. Anche nella rossa Spagna. Su cosa si sia votato e di cosa sia, realmente, la Spagna sembra interessare a pochi, tanto, come ci narrano ogni giorno fior fiore di analisti da social, “tutto il mondo è paese”.

Peccato però, perché le elezioni spagnole, se analizzate per quello che sono, contengono interessanti spunti non tanto per i singoli partiti italiani (di cui può più o meno interessarci), ma per il paese stesso e i suoi abitanti.



I risultati e i sondaggi

A scrutini conclusi, il PSOE di Pedro Sanchez si è confermato primo partito del paese guadagnando 2 milioni di voti e passando così dal 22.7% del 2016 al 28.7 del 2019 grazie ai quali ha guadagnato la maggioranza relativa al Congresso (123 seggi in tutto rispetto agli 85 di 3 anni fa) e quella assoluta al Senato (121 su 208).

In crescita anche Ciudadanos (15,9%) di Alberto Rivera che guadagna 25 seggi (da 32 a 57) nonostante che sul partito sia pesata, e non poco, la decisione di sfiduciare il Governo Sanchez assieme a Popolari e Vox. Crescono, inoltre, tutti i partiti “nazionalisti”, in particolari la sinistra repubblicana catalana (ERC), gli autonomisti di JxCat e i due partiti baschi.

A destra, Vox entra in parlamento grazie al 10.3% guadagnando così 24 seggi, mentre frana pesantemente il Partito Popolar guidato dal ben poco carismatico Pablo Casado. Il PP che fu di Rajoy passa così 33% del 2016 al 16.7% perdendo 71 seggi (da 137 a 66). Cala, infine anche Unidas Podemos che passa dal 21.1% al 14.3% (da 71 a 42 seggi).

Senato a parte, Sanchez non ha i voti per un governo di maggioranza, neanche ricorrendo, come paventato dagli avversari di centrodestra/destra, al supporto di Podemos. Ce li avrebbe mediante un’alleanza, possibile, ma attualmente poco probabile, con Cs, o coinvolgendo i partiti autonomisti/nazionalisti.

Un problema? Non proprio, perché la tradizione politica della Spagna contempla la possibilità di governi di minoranza.


L’Affermazione di Vox?

Partiamo dal dato più sensibile e più commentato in Italia: la destra spagnola. Dalle elezioni andaluse ad oggi, l’ascesa di VOX è stata al centro delle attenzioni italiane interpretato, in accezione negativa o meno, come un segno dell’ascesa infinita delle destre nazionaliste europee.

C’è stato chi, come Salvini, il politico italiano più alla ricerca di conferme esterne (deve pur dimostrare ai suoi follower che l’Italia non sarà, come sarà, isolata in Europa), si è speso a mandare auguri, abbracci e bacioni al leader Santiago Abascal e chi, come (ahimè) Linkiesta, ha nominato Vox quale vero vincitore delle elezioni per cavalcare la “paura sovranista” dei propri lettori.

Non bisogna confodere Vox con la Lega, pur se entrambi sono esponenti dell’ultradestra. Vox, infatti, nasce come scisma nazionalista filofranchista, centralista e pervaso dal sentimento dell’Ispanidad del Partito Popolare, già a sua volta nato dal franchismo, quando questo, con Rajoy, ha accettato una visione meno centralista e più moderna dello Stato spagnolo. Come tale su molti principi le sue posizioni sono antitetiche a quelle del sovranismo nostrano e francese. In economia, infatti, Vox propugna principi neoliberisti e, in Europa, si avvicina molto di più all’euroscetticismo politico e riformista di ECR che a quello assoluto di EAPN.

Ponendo la crescita di Vox in questa prospettiva, la sua “ascesa” sembra più legata alla polverizzazione del PP – a cui contribuisce anche Ciudadanos, ma da parte dell’elettorato liberale, quello di Aznar – più che all’ascesa di sentimenti anti-Europei in Spagna.


L’economia e la Spagna

In fondo, per quale motivo gli Spagnoli dovrebbero mai schierarsi contro l’Unione Europea? Assieme a Portogallo e Irlanda, ma in misure inferiore della Grecia, la Spagna ha sofferto pesantemente prima la propria crisi immobiliare e poi quella del debito sovrano, ma dopo le riforme e il risanamento dei conti, stiamo parlando di un pese che cresce stabilmente sopra il 2% e con indici PMI migliori dei nostri.

Non a caso, osservando i programmi dei partiti spagnoli, Vox compreso, emerge che nessuno di loro mette in discussione né la UE né i suoi trattati. Non esistono contestazioni pubbliche e mediatiche del rapporto Deficit-PIL inferiore al 3% (Lega e M5S) o dibattiti televisivi sul fatto che il debito non esista (Lega e M5S) e che si possa usare l’inflazione come strumento per aumentare l’occupazione (Lega).

Non c’è neanche traccia di Minibot (Lega) o di BCE come “prestatore di ultima istanza” (concetto caro a Lega, M5S e PD). Non ci sono richiami a quella Voodonomics che l’Italia ha conoscituo ad opera dei vari Fassina, Bagnai, Borghi, Rinaldi, Byoblu, Fusaro e compagnia cantante.

Nei programmi dei partiti spagnoli si è parlato di investimenti per la crescita, di riforme fiscali – non c’è nessuna Flat Tax. Se vogliamo trovare qualcosa di radicale, dobbiamo pescare da Podemos, il quale proponeva il Reddito Minimo al 60% del salario medio e la settimana lavorativa corta. Di fare deficit per finanziarlo (M5S) o di imporlo via Unione Europea (proposta di Zingaretti e del M5S) non vi è traccia.

Se vogliamo vedere un discrimine reale nella politica spagnola non possiamo ricercare la polarizzazione italiana (e francese) fra Europa sì – Europa no, ma dobbiamo guardare ad altri temi, ovvero Ispanidad, centralismo, autonomie e riforma territoriale spagnola.

Dobbiamo guardare, quindi, alla Catalogna.


Ciudadanos, la Catalogna e il futuro

Per capire come la questione catalana sia stata centrale in queste elezioni, è doveroso partire dal risultato di Ciudadanos.

Nella sua natia Catalogna, Albert Rivera è stato pesantemente sconfitto prendendo poco più dell’11% dei voti e venendo superato sia dai secessionisti di ERC (24,59%) e quelli di JxCAT (12,05%), ma anche dagli autonomisti di ECP, la frangia catalana di Podemos (14,89%) e, soprattutto, dal Partito Socialista Catalano (23,10%).

Quest’ultimo fin dallo scontro Puigdemont/Rajoy si è schierato a favore dell’autonomia ed è stato così capace di raddoppiare i propri consensi.

Secondo molti analisti, inoltre, la performance nazionale del partito inferiore di 5/6 punti percentuali ai sondaggi di soli sei mesi fa è riconducibile proprio alla linea oltranzista nei confronti degli autonomisti. Forse, in prospettiva, questo sancirà il trionfo di Cs come erede moderno del PP, ma nel 2019 gli è costato sicuramente qualche voto.

La maggioranza degli spagnoli è favorevole, infatti, a continuare la riforma territoriale che risale ai tempi da Zapatero e completare così il già esistente federalismo spagnolo quale unico argine alle spinte indipendentiste delle Comunidad [per la cronaca il fronte indipendentista continua a non avere la maggioranza dei voti in Catalogna, NdR].



La sinistra e l’Italia

Alla luce del risultato reale delle elezioni spagnole, se proprio vogliamo trovare una qualche chiave di lettura valida per l’Italia le possiamo trovare proprio nel comparto economico.

Capire cosa sia Vox invita i giornalisti italiani, anche quelli bravi de Linkiesta, a non considerare l’ultradestra un fenomeno omogeneo e a non immaginare che la UE si stia popolando di tanti piccoli Salvini e Orban.

Ai politici e militanti liberali e progressisti, la vittoria del PSOE e la mezza affermazione di Cs dimostra che si può ancora vincere in Europa senza indugiare nel populismo economico. Basta avere un piano, fosse anche quello massimalista di Podemos.

A noi italiani, infine, il non indugiare dei partiti spagnoli su temi euroscettici, ci dovrebbe far capire che per far ripartire un paese è inutile cercare formule magiche o addossare la colpa a quello e quell’altro. Occorre essere realisti come popolo e come paese e farsi carico delle proprie responsabilità.

Gli spagnoli l’hanno fatto, gli irlandesi e i portoghesi anche, e noi?


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