Sovranismi contro: l’economia Turchia vacilla e il conflitto Trump/Erdogan

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Quanto sta succedendo fra Usa e Turchia è il paradigma di cosa sia uno scontro fra opposti sovranismi. Un conflitto che è geopolitico, ma soprattutto economico e che raccoglie in sé il peggio di questo “nuovo ordine mondiale” sponsorizzato, fra gli altri, proprio da Trump e Erdogan.

Sovranismi contro: da una parte abbiamo il “primatismo politico ed economico statunitense” dell’America First, dall’altra il centralismo autoritario/sovranista del Sultano Erdogan. In mezzo, ignorata, la realtà globale, i mercati e, soprattutto, la popolazione turca.

Una storia interessante che ci insegna qualcosa, ma, nel narrarla, andiamo per gradi e partiamo dagli Stati Uniti.


Noi Trump e gli USA

Il piano Trump è semplice. “America First” che nello specifico si traduce in “gli USA fanno la pace con la Russia e l’Iran, voi alleati state buonini e rispettate le consegne se no arriva la mazzata”. Un esempio del “muscolarismo” in politica estera dimostrato per fruizione interna, dalla Casa Bianca in Corea del Nord.

Politicamente, è un ritorno alla geopolitica di Ronald Reagan ed Henry Kissinger, quella del mondo diviso in “noi, gli USA”, “voi che state con noi” e “tutti gli altri”, solo che l’applicazione è fatta su scala tripolare, con la Cina che affianca la Russia oltre all’esistenza di un variegato nugolo di potenze regionale.

Per gli USA questo si traduce nel tenere legati a sé i propri alleati, evitare bilateralismi (degli altri) e gestire i temi caldi (Iran, Corea del Nord, Siria), a tre con Russia e Cina. Gli altri devono stare nei ranghi, la Turchia come UE, Germania e Italia, ma questo è materiale per un altro articolo (spoiler: nuova serie, “Fortezza Europa/Spazio Europa, da ottobre).


USA e Turchia

Nella logica statunitense, la Turchia di Erdogan rientra nel novero degli alleati traditori, quelli che non rispettano le sanzioni comminate all’Iran e che cercano di avvicinarsi, come membri NATO, alla Russia. Una situazione non dissimile da quella della Germania (legata alla Russia da una serie di accordi bilaterali sul gas) e, in prospettiva, della nuova Italia del “Cambiamento”.

A questo si aggiunge la questione siriana, dove la Turchia è schierata contro i Curdi alleati degli USA agendo in coordinamento con Mosca e Teheran.


Il capro espiatorio

Nel tentativo di riallineare Ankara a sé, a Washington serviva un capro espiatorio: il pastore, e cittadino statunitense, Andrew Brunson detenuto dal 2016 dalle autorità turche con l’accusa di spionaggio, terrorismo e colpo di stato. Una rappresaglia, come quella degli altri 50 cittadini occidentali sotto stato di fermo nel paese.

Ostaggi del regime per ottenere concessioni politico-economiche agli alleati.

La soluzione di Washington sono state le sanzioni: l’aumento dei dazi sull’acciaio e l’alluminio turco, il blocco all’accesso agli istituti finanziari internazionali, all’acquisto degli F35 e, infine, il blocco degli asset finanziari negli Stati Uniti del Ministro della Giustizia Abdulhamit Gul e di quello dell’Interno Suleyman Soylu.

Il risultato l’indebolimento della Lira Turca (-44% sul dollaro da inizio dell’anno, attualmente una Lira vale 0,15 Euro), l’aumento dell’inflazione, passata dal 7,2% del 2015 al 15,9% del 2018, e la crisi monetaria.

Per questo, Donald Trump e le sanzioni USA, sono sotto i riflettori, anche giustamente, ma questo non deve nascondere che il vero responsabile rimanga il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan.


Erdogan e la crisi

Come notato da molti economisti, per un’economia solida le sanzioni statunitensi sarebbero un problema, ma non certo una condanna a morte. La Russia, per quanto colpita dalla crisi, non ci sta affondando, tantomeno l’Europa e la Cina colpite dai dazi USA. La Turchia, della crescita a 7%, quella che può battere moneta propria, invece sì.

Crescere, infatti, non è tutto, soprattutto quando tale crescita non viene supportata, per deficienze strutturali e politiche, da misure economiche atte a evitare il “surriscaldamento”.

Erdogan arriva al potere nel 2003, all’inizio di un processo di crescita a livelli cinesi che porterà a far nascere una classe media, a quadruplicare il PIL pro capite ed il suo governo, nel 2005, a chiedere l’accesso alla UE.


Erdoganomics

La ricetta è semplice. Tenere bassi i tassi di interesse per favorire i prestiti all’imprese, gli investimenti esteri ed il boom dei consumi il tutto agevolato dalle nuove, faraoniche, infrastrutture: il tunnel sotto il bosforo, il nuovo aeroporto di Istanbul, il canale artificiale fra Mar Nero e Mar di Marmara.

Lavoro e consumi quindi, ma i debiti delle imprese turche con l’estero arrivano a quota 340 miliardi di dollari. Allo stesso tempo sale a 53% la percentuale del debito “non sovrano”. In poche parole: debolezza strutturale.

Il tutto per ricette economiche tipiche dei sovranismi monetari di 30/40 anni fa che poco hanno a che fare con la realtà produttiva e sociale contemporanea.


Sovranismi, hybris e nepotismo.

Le responsabilità di Erdogan sono evidenti. Egli stesso ha sempre usato la crescita come usa arma elettorale, l’espressione della sua saggezza e lungimiranza politica arrivando.

“Quando il popolo prova difficoltà a causa della politica monetaria, chi ritiene responsabile? Il Presidente, per questo dobbiamo dare al popolo un Presidente che abbia influenza nelle politiche monetarie” le sue parole, nonostante i moniti della comunità internazionale e degli analisti, inascoltati.

I risultati? La crisi attuale.

Ma non c’è solo hybris personale e sovranismo. Un altro errore di Erdogan, comune a molti politici autoritari, è stato il sostituire i tecnici economici “non allineati alle idee del governo” (le stesse parole usate dal nostro, di governo, riguardo a Tito Boeri e Giuseppe Tria), con politici di fiducia. Come il nuovo Ministro del Tesoro e delle Finanze, Berat Albayrak al posto dell’esperto, e internazionalmente apprezzato, Naci Agbal.

Albayrak ha zero esperienza in campo economico, ma è leale ed allineato: ha sposato la figlia di Erdogan.


 


La perdita di sovranità dei sovranismi

Per ora, Erdogan chiede, aiuto all’estero: alla Cina, alla Russia di Putin ed ai paesi del Golfo, Kuwait e Qatar con cui esistono già alleanze militari, financo all’Europa.

Questi si stanno già traducendo in prestiti sotto condizione, di solito concessione o accordi commerciali speciali. Mosca è pronta a scendere in campo, come ha fatto in Venezuela, il Qatar ha già preparato un pacchetto di aiuti per 15 miliardi di Euro e la Cina, nella persona del portavoce del Ministero degli Esteri Lu Yi, si è detta pronta a sollevare Ankara “all’attuale difficolta economiche”.

Anche la Germania, il secondo paese più esposto al debito turco dopo il Regno Unito, ma prima degli USA, è scesa in campo. La Cancelliera Merkel, più volte attaccata proprio da Erdogan, si è detta infatti pronta a rafforzare i legami fra i due paesi.

Sono soluzioni provvisorie che si traducono in accordi sbilanciati e cessioni di asset nazionali e che portano, solamente, alla perdita di quella sovranità tanto agognata. Eppure Ankara le preferisce a cercar di risolvere la querelle con gli Stati Uniti, aumentare i tassi di interesse e, in misura estrema, cercare l’aiuto dell’IMF, perché?


Il vicolo cieco dei sovranismi

Si tratta di un vicolo cieco. Per un Presidente il cui potere si basa sul proprio carisma, cedere alle pressioni di Washington o, in alternativa, cambiare rotta economica significherebbe incrinare la propria immagine di “patriota”. Un culto professato da un esercito di cittadini/elettori e rafforzato su una rete di affaristi/imprenditori legati personalmente ad Erdogan, i primi a “godere” delle politiche esclusiviste del presidente.

In Erdoganistan che il Capo possa aver sbagliato, non solo è impossibile: è rischioso, soprattutto quando a marzo ci sono le elezioni a Istanbul, la prima città del paese, la capitale commerciale e la casa di Erdogan.

Per questo, è importante sviare l’attenzione del ‘popolo’ dalle reali cause, comparando. per esempio, le sanzioni USA al fallito golpe del 2016. Il nazionalismo, consorte di tutti i sovranismi, per domare le masse, creare un nemico esterno (i “mercati”, anche qui parole che sentiamo anche in Italia) allo scopo di nascondere i propri errori e continuare ad assicurare supporto al Presidente.

Il tutto grazie all’aiuto, involontario di Donald Trump ed il suo cieco “America First”.

Ecco quindi che lo scontro fra due opposti “sovranismi” finisce per danneggiare entrambi e dare forza ad altri. Da una parte Erdogan che, nel tentativo di salvare la propria immagine “sovranista”, finirà per cedere tale sovranità ad altri (spoiler: Cina). Dall’altra Trump che, per rinsaldare il primato globale statunitense, sta spingendo un alleato nelle braccia dei propri rivali.


Letture consigliate

  • un’analisi della crisi turca e del ruolo degli Stati Uniti: New York Times
  • le non tante colpe di Trump: Indipendent
  • il giorno più lungo della Lira turca: Guardian
  • la tempesta perfetta: POLITICO
  • la crisi turca dal punto di vista dell’economia: Bloomberg

 

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma è stato uno dei più brillanti politici italiani. Se mi dicessero di votare ora, implorerei Odino di darmi il dono della preveggenza. Se mi chiedono di dove sono, sono nato lì, ma ho vissuto anche là e là, e anche laggiù, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio perchè sono di Genova. Se mi chiedono dove vivo, rispondo: fai tu, ma fra Berlino e Torino.

Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva (Star Trek compresA). Gra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic e i Lakers, SEMPRE. Come mi definirei? Un nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto di scrivere per passione.

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