I politici social sono la fine della politica – il Caffè Scorretto

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Basta poco, un social media manager abbastanza spudorato in un paese che non si informa per nascondere l’aumento dell’IVA e il caso Siri.

Versione pasquale del Caffè Scorretto in cui gli autori, Simone e Ru, mettono in scena, con abile retorica e capacità divinatorie, cosa succederà nel paese nei prossimi mesi in terra italica in tono leggere e nei modi dell’arte satirica.

Indugiando, e non poco, nell’ottimismo l’hanno sottotitolato: “eutanasia di un paese, breve storia dello sfracello dell’Italia”. Recitano, interpretando loro stessi, Luigi Di Maio, Matteo Salvini, Giuseppe Tria e Nicola Zingaretti. Partecipazione straordinaria, quanto non richiesta, di Giuseppe Conte, avvocato.

Gli autori non si prendono alcuna responsabilità qualora quanto da essi raccontato divenisse realtà. Questo detto, rompiamo gli indugi, si alzi il sipario, entrino in scena gli attori: è ora di cominciare la rappresentazione.


Prologo, il 2018

Non ricordiamo che notte fosse, se buia e tempestosa o placida e luminosa. In realtà non sappiamo neanche se fosse realmente notte o solo un tardo pomeriggio annaffiato dalla Spritz. Quel poco che ricordiamo del 30 dicembre 2018 è l’approvazione a ranghi serrati e temi concitati dalla Legge di Bilancio per il 2019, la “Manovra del Popolo”.

Un monumento alla concretezza politica, la prima manovra che, realmente, rispettava le promesse elettorali, qualunque esse fossero. Un miracolo nella storia di questo piccolo paese di 60.000.000 di abitanti, nono paese industrializzato al mondo, membro del G8, del G20 e dell’OCSE, soprattutto, grande esportatore: per la prima volta nella sua centenaria storia, partitie e politici che avevamo promesso agli elettori ogni ben di dio al costo di squassare i conti del paese, mantenevano la parola data e squassavano i conti del paese col sorriso sulle labbra e scevri da ogni ragionamento su quisquilie tipo, “e fra 2-3 anni come facciamo?”.

Un sogno ad occhi aperti per un popolo che pur di negare la soluzione più ovvia possibile – l’aumento della produttività – si inventa ogni possibile teoria alternativa, dallo stampare moneta, al minibot, alla patrimoniale, all’azionariato atto ad espropriare, ma senza dirlo, il risparmio privato per mettere in sesto le casse statali.


L’art. 2 della Manovra del Popolo

La nostra storia comincia in quel 30 dicembre e da quel foglio vergato da mani esperti in azzeccagarbuglismo in cui tutti i provvedimenti possibili son stati nomati e, allo stesso tempo, posticipati a date future nel “cronoprogramma”. Un documento deliberatamente fondato su calcoli errati e rivisti appena possibile già nel DEF di aprile, anche se solo in parte – mancano i dati reali sulla crescita del debito – per arrivare alle prossime elezioni – maggio – senza troppi stress di sorta.

Si sa, l’italico popolo sovrano avversa lo stress quanto la matematica e la lettura, come tale compito di un buon Principe, pardon, Governo è quello di coccolare, blandire e ipnotizzare le masse. Che poi con i social è anche più facile. Perché qualcosa da nascondere in quel documento c’è: l’aumento dell’IVA. Stando, infatti, alla “Manovra del Popolo”, art. 2, l’IVA in Italia aumenterà – futuro indicativo – nel 2020, nel 2021 e via via nei successivi anni allo scopo di limitare l’innalzamento del debito strutturale al contestuale aumento della spesa pubblica per “Reddito di Cittadinanza” e  “Quota 100”.

Ma questi, ovviamente, sono tecnicismi che al governo e, come tale, al popolo italico non interessano: che sarà mai un po’ di spesuccia pubblica in più all’anno e relativo aumento dell’IVA per gli anni a venire per un paese che ha subito gli effetti del tremendo “neoliberismo”? Quello costellato di costante aumento della spesa pubblica dal 2012 ad oggi e della pressione fiscale?

(<Simo’ ma quello non è neoliberismo> <Lo so Ru, non è neanche liberismo, ma tutti lo chiamano così, che ci posso fare?> <Hai ragione>)



IVA per tutti

Per mesi la propaganda di Governo è stata unanime: “l’Iva non aumenterà, mai e poi mai”. L’ha promesso Salvini, lo ha promesso Di Maio, lo ha promesso, per quello che conta, anche l’avvocato Conte e anche Tri… ah no, lui non lo ho mai fatto. Lui avanza l’idea che forse, in fondo, tanto male non sia, “riduremmo l’Irpef” e poi l’Iva è una tassa simpatica e si può evitare facilmente, basta non comprare nulla.

Giammai l’Iva crescerà… solo che poi gli stessi nostri eroi, Di Maio e Salvini, e anche Conte, per quello che vale, votano il DEF 2019 che ha, fra i suoi assunti del “piano tendenziale”, l’aumento dell’IVA per il 2020.

Oddio, e ora?

“Troveremo soluzione alternative”, si affrettano a dire dal Governo, sempre più risoluti, quasi arditi nel prometterlo… senza saper spiegare “COME”.

Per la prima volta, forse perché scuote più le egoistiche coscienze un aumento dell’IVA che un barcone di migranti, il popolo italiano sembra ridestarsi dalla letargia, almeno sui social network. Anche perché dopo quasi 5 mesi dalla Manovra si cominciano a vedere le magagne del Reddito di Cittadinanza e qualcuno subodora che gli ordinativi sono fermi e l’occupazione ancora arranca. Lo sottolineano gli organi indipendenti (come l’upB), i media – non tutti, per alcuni il focus è ancora Renzi – riportano, i social – non tutti, per molti il focus è ancora insultare una ragazzina di 15 anni – amplificano: non è che senza correzioni di rotta su una Legge di Bilancio che non tiene conto di tante cose (l’inversione demografica, la depatrimonializzazione del paese, la stagnazione della produttività) il debito di un paese che non cresce da 30 anni, collassa?

Non è che abbiamo tirato troppo la corda?

Problemino: questo Governo e questa maggioranza non possono cambiare rotta in nessun modo senza rimangiarsi 12 e più mesi di propaganda anti-tecnici, anti-sensatezza fiscale, indicando debito e parametri come invenzioni da “eurocrati”, propaganda liberal-liberista etc.

Problemone: non può neanche tirare dritto ed essere al timone quando bisognerà riparare la nave, se no gli italici imboniti dai fiori di loto potrebbero risvegliarsi e capire di chi è la colpa del disastro.

Urge una strategia d’uscita.


I social al salvataggio

Grazie a dio nel paese non c’è penuria di casi e scandali giudiziari ed amministrativi (financo social), eventi che, nelle mani dei social media manager del Governo divengono potenti armi di distrazione di massa: ah, che fortunati siamo ad avere un gruppo di influncer al Governo!

In pochi giorni:

  • Salvini attacca il MoVimento 5 Stelle su Raggi e la situazione a Roma;
  • Di Maio attacca la Lega sul caso Siri, la corruzione e i sospetti di legami con la mafia;
  • Salvini risponde bloccando mezzo mondo, dall’inutile norma Pernigotti a quella Salva Roma – genialmente parte del Decreto Crescita;
  • Di Maio scatena la propaganda sui social “indovinate chi frena per non prendersi la propria responsabilità su Roma”, chi “ferma la norma Pernigotti” etc;
  • Tutti e due attaccano il PD perché non si sa mai.

Imbeccati, partono i retroscenisti che da “fonti anonime interne ai palazzi” scrivono di elezioni a luglio, ottobre, novembre, magari il giorvedì di novuglio del 20,379. Appaiono editoriali, si pubblicano documenti: il Governo è vicino alla rottura, ma, nota bene, per motivi politici, giudiziari fosse anche solo perhcé si stanno allegramente sulle balle, ma nessuno citi l’economia, quella va, ridente, sprezzante dei flutti recessivi – colpa degli altri – ardita e ardimentosa.

Non si rompe sulle politiche economiche, perché il piano è di liberare i rispettivi partiti dal fardello di governare il risanamento delle finanze. Tale responsabiltà cadrà sul governo successivo come quelle del dissesto del Berlusconi V e della maggioranza PDL-Lega, caddero su Monti e la maggioranza emergenziale PDL-PD che lo sosteneva.



Colpa di quell’altro

Sarà colpa di ——— (Cottarelli? Monti?), incidentalmente di Mattarella, ma soprattutto dell’Europa che ci “costringe” a non fare deficit e debito, le soluzioni che questo paese preso in ostaggio da vaneggiamenti sovranisti, vede come unici strumenti per portare alla crescita e all’occupazione. Inutile fermarsi e spiegare, che l’Italia ha sempre fatto leggi di bilancio in deficit, che ha sempre aumentato la spesa pubblica – tranne con Monti – e che proprio il più grande e recente aumento di tutti – Berlusconi V – ci spinse nel baratro di una disoccupazione a due cifre. Un baratro da cui, unici in Europa pur sfondando sempre i parametri, non siamo ancora usciti.

A quel punto avremo due scenari: elezioni anticipate o governo tecnico.

Nel primo caso, Conte passerà da essere avvocato a semplice passacarte e Tria non potrà far altro che imbastire una Legge di Bilancio identica al DEF 2019 con aumento dell’Iva e, se la UE farà sentire il suo peso, un bel po’ di tagli, tanto la colpa se la prende Bruxelles, mica Salvini e Di Maio. Ci troveremo a sperare che un Governo, uno qualsiasi, entri in carica e produca una nuova Manovra, mentre, tanto per essere un po’ più ridicoli, la UE ci guarderà e si chiederà se ci ricordiamo che dovremmo sempre nominare un nuovo Commissario italiano fra le scrollate di spalle dei politici nostrani: ma tanto siamo sovranisti e si f***a la UE!

Nel secondo caso, qualcuno, dovrà pur governare il paese nel momento del bisogno e prendersi la responsabilità di dare voti ad un governo tecnico o semi-tecnico. Quel qualcuno, per esclusione, sarà il PD di Nicola Zingaretti, che ha ancora, fino a prova contraria, il secondo contingente parlamentare. E con chi mai sosterrà il Governo? Ma con il MoVimento 5 Stelle per la soddisfazione di Cacciari, Travaglio, Scanzi, Emiliano, Boccia e Salvini stesso, il qaule, cellulare e panzerotto in mano, potrà lanciare per mesi strali contro un parlamento che smonta Quota 100 e contro il 5 Stelle che, “per non rischiare le elezioni”, si allea con il PD e si “inchina all’Europa”.

La Lega dei 49 milioni, la Lega dei due “economisti” da social – Borghi e Bagnai – la Lega di Siri indagato per corruzione in un contesto che sembrerebbe paventare il rischio di collusioni con la mafia. La Lega che è corresponsabile della Manovra del Popolo e, con esso, di tutti i danni a breve e lungo termine di essa (leggasi Quota 100).

La Lega dove un abile Social Media Manager, Luca Morisi, riesce a far dimenticare, con un abile tweet su Salvini, l’aumento dell’Iva, il dissesto economico e il caso Siri a buona parte del paese.

Sipario.

Fine.

Buona Pasqua.


Notre Drame

Lo squallore in cui è caduta parte della popolazione italica è emerso durante la tragedia di Notre Dame. Sui social, alcuni prodi connazionali hanno prima indicato fantomatici complotti atti a “distogliere l’attenzione dai Gilet Gialli”, altri si sono scaraventati sulla gioia dei Jihadisti ed altri, forse i più numerosi, facessero spallucce sostenendo che, in fondo, la Francia e Macron se lo meritano un bel disastro per “i casini combinati in Libia”.

Fra tutte le sovrane boiate, una ha attirato la nostra attenzione: il responsabile vero del disastro sarebbe il neoliberismo, reo di togliere soldi allo Stato – interpretiamo – e di legare al mercato “il patrimonio artistico e la memoria” dell’Europa (crisitiana).

Permettetemi una risposta concisa:

Notre Dame, proprietà dello Stato francese; spesa pubblica su PIL della Francia, 56.4%, pressione fiscale della Francia in relazione al PIL, 48%; in entrambi i casi trattasi dei valori più alti nella UE.

Dove sarebbe il neoliberismo?

 

Le vignette pubblicate sono di Ru, i testi di Simone Bonzano – quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale


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