Ricordare è conoscere e la conoscenza è libertà: Shoah, Regeni, cultura.

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Ricordare è vita, ricordare è sapere chi siamo e la conoscenza è quella che rende un paese, uno Stato ed un essere umano, libero.

74 anni sono passati dalla liberazione di Auswischtz in Polonia, eppure ricordiamo ancora ed ancora dobbiamo ricordare, perché la Storia ha un compito, dirci chi siamo, da dove arriviamo e quali errori non fare mai più.

Perché i 6 milioni di ebrei morti simboleggiano tutti i 15-17 milioni di morti delle idee di purezza etnica, morale e nazionale del Nazionalsocialismo: i Rom, i Testimoni di Geova i disabili, gli Slavi, i dissedenti politici e il vasto numero di “indesiderabili”, fra cui omossesuali e dissidenti religiosi).

Ricordiamo perchè la Shoah, come Porajmos, Medz Yeghern, Anfal e tutti gli altri genocidi senza nome, non si ripetano mai più.

Ricordiamo, soprattuttutto, perché eventi del genere nascono dalla propaganda e dalle credenze. La Shoah né l’esempio più eclatante perché essa è il frutto finale di secoli di pregiudizi, falsi storici (I protocolli dei Savi di Sion, caro Sen. Lannutti), diffidenza nei confronti dell’altro e di uso degli ebrei come capro espiatorio.

Sono il prodotto di regimi nazionalisti, a volte intrisi di fervore mistico-religioso e che hanno usato il “diverso” (Armeno, Ebreo, Rom, Curdi) e la sua esistenza come catalizzatore per distrarre il proprio popolo dai veri problemi. Gli Ebrei “erano la causa” della debolezza della Germania di Weimar e della sconfitta della Prima Guerra Mondiale esattamente come, ora, i “migranti che non possiamo più accettare perché siamo invasi” sono quella della debolezza di alcuni classi sociali europee.

Ricordiamo per non finire come quei tedeschi che, imboniti dalla propaganda, non volevano vedere lo sterminio, anche se questo avveniva a pochi metri da casa.

Per questo ricordiamo sempre il 27 gennaio, per non essere noi, stavolta, ad accorgerci della strage quand’era troppo tardi.


Sovranismi e fake news


Ricordare Regeni

Nella giornata della Memoria occore ricordare anche la tragica vicenda di Giulio Regeni, rapito il 25 gennaio 2016 e trovato morto il 3 febbraio al Cairo. Una morte di cui ignoriamo assassini, mandanti e moventi e s cui il Governo italiano (qualunque) ondeggia da anni fra richieste formali alle autorità egizie e i tentativi di proteggere gli interessi dell’ENI nel paese.

Perché è quello il problema, ovvero che la morte di un giovane connazionale non sia ragione sufficiente per far valere il proprio peso diplomatico. Comodo alzare la voce con Malta sui migranti o attaccare il partner europeo di turno se poi non si fa un’analoga azione quando di mezzo c’è un asset come ENI.

In questo contesto, annunciare “se entro tot mesi l’Egitto non ci dirà cos’è successo, ci saranno conseguenze” a favore di camera suona come l’ennesimo annuncio vuoto fatto per cavalcare l’indignazione delle masse italiane (quelle che ricordano Regeni perché glielo dice la TV/Facebook) a mero scopo propagandistico.

Ricordare Regeni serve anche a questo: a restare uno Stato e non diventare un enorme Like.



Il Franco che torna sempre

Della sonora bufala nota come “il Franco CFA è la causa delle emigrazioni dall’Africa” portata avanti da Di Maio e dai media amici (sia ‘l’indipendente’ Fatto Quotidiano sia ‘Night Tabloid’ della TV di Stato) abbiamo già discettato in “Bufale!”, di cui consigliamo la lettura.

Eppure, nonostante da giorni, siano presenti sul web analisi che spieghino al popolo sovranamente bue (cit. Mario Seminerio) come funzioni la Comunità Finanziaria Africana e la sua moneta, continuano sul web ad apparire improbabili riferimenti su come la Francia (e Macron che pare la governi dal 1945) sia l’unica, vera responsabile di ogni male africano.

Giusto ieri ne ho trovato uno su Facebook, SLD, ecco alcune sue chicche.

La Francia “faccia pagare il pizzo” ai paesi africani al punto da spingere i “Franco-Africani” a venire in massa in Italia. Loro, i francesi, sarebbero i cattivi perché noi accogliamo sì gli eritrei e i somali che vengono per studiare da sempre (e mi è anche andata bene, perché un altro, RB, mi cercava di convincere che “l’unica mezza colonia che avevamo” fosse la Libia), ma questo non giustifica il dover accogliere tutti gli altri “clandestini Franco-Africani”.

Messo di fronte al fatto che sono 30 anni che Somalia ed Eritrea sono in una situazione che non favorisce l’arrivo dei clandestini, SLD rilancia mostrandomi i dati di come solo il 13% degli immigrati residenti in Italia sarebbero eritrei contro il ben 19% proveniente dalla Nigeria e l’11% del Sudan! Aggiungendo, non scherzo, “la Nigeria, colonia francese”. Dopo avergli fatto notare che la Nigeria, come il Sudan, fosse britannico e che i dati da lui proposti includessero tutti gli stranieri in Italia, comunitari, europei ed asiatici compresi, la discussione è continuata, con sue figure barbine (“e le colonie tedesche allora?!?”, perse dopo la prima guerra mondiale, ndr) e si è conclusa con “la sorella della Boldrini” e “il cognato di Renzi”.

Per chiudere in maniera tombale la questione, vi allego il grafico con tutti gli arrivi in Italia nel 2018 documentati dall’UNCHR. In giallo sono segnati le ex colonie francesi con Franco CFA: sono 4 e coprono l’11.9% del totale, meno del 15,1% dalla sola Eritrea. Il totale sale a 5 se si considera la Guinea, ex-colonia spagnola, che adotta il Franco: solo allora si arriva al 15,6% che permette ai “Franco-Africani” di superare gli ex-italiani.

Ah, dimenticavo: prima di dire “la Tunisia”, ricordo a tutti di guardare una cartina e ragionare sulle distanze fra la stessa e la Sicilia.


Cultura e Banfi

Il caso SLD, come le solite, mai sopite polemiche attorno alla Giornata della Memoria, dimostra come l’Italia soffra di un deficit culturale imbarazzante. Non sapere che la Nigeria fosse britannica non è un problema per-se, ma lo è se perdi tempo per dirlo per internet prima di far un fact-checking, almeno per evitare la figuraccia.

Ci vorrebbe poco, tipo riportare la conoscenza e la preparazione a virtù, ma in un paese che sceglie Lino Banfi come “commissario UNESCO”, cosa dobbiamo aspettarci? Non ho nulla contro l’attore pugliese (di cui non ho mai apprezzato un solo film), ma contro il processo di scelta sì. Rispetto alla preparazione tecnica di Banfi sul tema del patrimonio culturale italiano, siamo sicuri non ci fosse qualcuno di più preparato?

Io ho un dottorato in Archeologia, che faccio? Il Commissario della FIGC?

Ma dall’altra parte che dobbiamo aspettarci? In poche ora abbiamo visto Banfi, “Povera Patria”, TV pubblica, diffondere un video zeppo di corbellerie e falsità sul “signoraggio” e il direttore di Rai 2, Freccero, difendere il programma con un “finamente un programma divulgativo di economia” (per un debunking dello stesso consiglio di vedere qui).

Questa è l’Italia che ha vinto no? Quella per cui conoscere le cose ed essere preparati significa basarsi sulle copertine o guardare un video su YouTube.


Il caffè scorretto

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