Sblocca Cantieri = Sblocca Corruzione (perché non bastava)

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Sbocca Cantieri o sblocca malaffare? Di sicuro la creazioene dell’ennesima area grigia nel rapporto pubblico-privato.

Il 6 giugno, mentre il dibattito pubblico del paese si avvitava sui minibot [dannosi e da evitare come la peste, il perché qui: link] il Senato ha approvato il DDL “Sblocca Cantieri”, ovvero la conversione in legge del Decreto Legge 32/2019 del 18 aprile 2019Disposizioni urgenti per il rilancio del settore dei contratti pubblici, per l’accelerazione degli interventi infrastrutturali, di rigenerazione urbana e di ricostruzione a seguito di eventi sismici”.

Nella sostanza si tratta di un maxi-emendamento ad articolo unico che va a riformare il Codice degli Appalti (D. lgs n 50/2016), le cui norme vengono considerate dal legislatore, come “freni” al rilancio del settore.

Il DDL passa ora alla camera dove deve esser convertito in legge entro il 17 giugno.

Nota positiva: lo Sblocca Cantieri realmente “sblocca” l’attività edilizia legata alla Pubblica Amministrazione. Nota negativa: il come lo rischia di favorire criminalità, clientele politiche e corruzione, come sostiene anche il Presidente dell’Autorità anti-corruzione Raffaele Cantone.

I motivi sono sostanzialmente due: uno normativo e l’altro politico.


Sblocca… Cantieri?

Partiamo dai primi. Al comma 6, il DDL “sblocca” i finanziamenti per la progettazione di nuove opere, anche qualora questi fossero limitati alla sola progettazione delle stesse. Al Comma 7, si vanno a “sbloccare” le gare di appalto per opere il cui finanziamento esiste su carta – provvedimento legislativo –  ma le cui risorse non sono state ancora erogate.

Come dice l’avvocato Rocco Todero a Radio 24, “avremo progetti senza cantieri e bandi senza soldi”. In sostanza due commi “propagandistici” che sbloccano in assenza di soldi per permettere al legislatore e/o all’amministratore di annunciare: “abbiamo fatto, abbiamo avviato, etc” nel perfetto stile del prima l’annuncio poi si vedrà.

Il vulnus normativo peggiore arriva dopo e riguarda gli obblighi dichiaratori delle imprese subappaltanti, ovvero quelle imprese che lavorano per conto dell’impresa appaltante nel realizzare parte dell’opera o fornire materiali e servizi. Con la normativa vigente, queste imprese possono compiere solo il 30% dei lavori e l’azienda appaltante ha l’obbligo di comunicare all’appaltatore a quali aziende intende rivolgersi prima della gara. Il motivo è semplice: permettere alla PA di indagare se tali aziende secondaria hanno i requisiti tecnici, economici e legali – certificazione Antimafia – per lavorare. Con lo “Sblocca Cantieri”, la soglia di subappalto viene alzata al 40% e l’obbligo dichiaratorio sparisce: l’azienda appaltante non dovrà più comunicare alla PA a quai aziende subappaltare.

Tali controlli, pur se plausibili (viviamo in Italia), vengono intesi dal legislatore attuale come un rallentamento per la realizzazione dei lavori in quanto rendono l’iter burocratico più complesso. Il problema è che le anni di indagini, sentenze e condanne dimostrano che proprio nelle operazioni di subappalo annidano le infiltrazioni mafiose, per esempio nelle società di movimento terra o di fornitura.

Se prima era possibile limitare il campo, ora sarà (quasi) totalmente impossibile.



Il problema  politico

L’ulteriore vulnus arriva dalle norme che disciplinano l’affidamento di lavori la cui soglia di finanziamento risulta inferiore alla direttiva comunitaria, ovvero 750mila per le forniture e 5 mln per la costruzione. Si tratta di un vasto sottobosco di lavori fra cui rientra, e su questo si concentra la nuova norma, i lavori pubblici degli amministratori locali.

La normativa attuale ha la trasparenza come norma basilare per gli appalti, infatti solo lavori sotto la soglia dei 40mila euro è ad affidamento diretto, mentre dai 40mila ai 250mila euro c’è la procedura negoziata con pubblicazione del bando.

L’emendamento cambia tali soglie e rende meno trasparenti i processi. L’affidamento diretto viene elevato fino a 150mila euro (209mila per i servizi/forniture. Dai 150mila ai 300mila si procede con procedura negoziata senza alcun bando lasciando all’amministratore pubblico la libertà di invitare direttamente almeno 10 operatori economici (sempre che siano presenti sul suo territorio, se no si va a conoscenza). La medesima procedura, con un numero diverso di possibili operatori economici (ovvero le ditte appaltanti) verrebbe applicata anche a tutti gli altri appalti sotto il milione di euro.

Il combinato disposto delle suddette norme è il seguente: minore controllo su chi compie i lavori (da qui l’allarme antimafia), velocizzazione di nome (per via dei lavori che possono “partire” senza soldi), mancata trasparenza per tutti gli appalti sotto il milione di euro (da cui arriva l’allarme di Cantone).

Qui si innesta il discorso politico, ovvero l’aumento della discrezionalità della Pubblica Amministrazione, e nella fattispecie dell’amministratore locale ove si concentra la maggior parte di questi lavori. L’aumento della discrezionalità significa cha da un regime normato si passa all’affidamento al “buon giudizio” dell’amministratore.


In pratica dalla certezza delle regole si passa all’affidamento alla “onestà del buon amministratore”. S il tuo comune ha amministratore onesti e pignoli, tutto bene, se così non è, invece, si creano piccoli “cerchi magici” – o, se volete, oligarchie territoriali – fra ditte e politici, senza possibilità di controlli reali. Vero, rimangono i controlli della magistratura se e quando si notano degli illeciti, ma intanto, allargando la discrezionalità della PA si è ingigantita quell’area grigia di rapporti pubblico/privato dove si annida il malaffare italiano.

Magari, en passant, si sbloccheranno anche i cantieri, anche se per quello servono, come sempre, soldi. Tema che – assieme alla Grandi Opere – non è trattato nel cosiddetto “Sblocca Cantieri”.


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