Sardine, sardine ovunque, ma la politica capirà il messaggio?

sardine

Le sardine sono la novità che si oppone allo status quo, peccato che in questo paese tutto si muova solo per le elezioni.

Non è che in Italia manchino temi politici di cui parlare. Ci sarebbe la nuova Manovra o il dissesto idrologico del paese (non c’è solo Venezia, ma intere regioni – una su tutte, la Liguria – dove appena piove scatta l’allerta rossa anti-alluvione e… arriva l’alluvione). Ci sarebbe la crisi dell’Ilva, quella Alitalia e la questione libica, i rapporti con la Cina etc. Eppure, come sempre, l’attenzione dell’Italia si è già spostata verso le prossime elezioni: quelle regionali del 26 gennaio 2020 in Emilia-Romagna.

C’è sempre un’elezione e i risultati delle politiche – quelle che determinerebbero l’organo sovrano del paese, il Parlamento – contano sempre e solo fino alle prossime regionali. O alle comunali se si vota nelle grandi piazze o alle Europee.

Potessero varrebbero anche solo fino alle circoscrizionali, tipo quelle dei municipi di Rom.. ah, già, è già successo.


Sardine

Ad ogni elezione regionale c’è sempre un evento che finisce per monopolizzare l’attenzione. In Sardegna furono le proteste dei pastori, in Abruzzo le piazze salviniane (vere o presunte) e in Umbria i francescani e la messa contro Salvini.

In l’Emilia-Romagna è il turno delle sardine e… meno male. Mentre gran parte del paese, infatti, continua a dividersi per bande, le sardine hanno il merito di riportare le simpatie politiche – e, di conseguenza, i partiti – in secondo piano rispetto ai valori democratici.

Trattasi, infatti, di un movimento orizzontale, nato come flash-mob su facebook, locale e spontaneamente civile. Punti in comune di chi scende in piazza sono l’esser contro la destra sovranpopulista-identaria-tradizionalista-cattivista anche nota come Lega-FdI, nessun insulto né bandiere di partito.

E in un paese in cui gli ultimi movimenti (la Lega delle origini e il M5S) sono nati dai vari “ce l’abbiamo duro”, “terroni!”, “siete morti”, “servi” e  “vaffanculo” per poi arrivare a “Partito di Bibbiano”, “traditori” etc. le sardine sono una vera boccata di aria fresca perché chiedono solo una cosa: una democrazia non fatta di guerre di partito e di slogan.

Magari, un giorno, grazie a loro, potremmo discutere DI politica e non tifare LA politica.


ILVA, ancora e sempre ILVA

Domanda a bruciapelo: da dove nasce la nuova crisi dell’ILVA?

Non pensateci, rispondete d’istinto.

Se la risposta immediata non è l’abrogazione dello scudo penale da parte del Governo allora la propaganda politica, almeno con voi, ha già vinto. Sì perché di Ilva si parla su tutti i giornali, ma – anche grazie a ministri, leader di ogni parte politica e l’indefessa opera della magistratura – sembra che tutto sia nato perché a quei malandrini di ArcelorMittal l’accordo del 2018 non andava più bene.

Ammettiamo pure che, alla luce della crisi del mercato dell’acciaio e dei costi maggiori che il produrre in Italia e a Taranto comportano (questo lo sottolineano sempre in pochi, ma è un problema), il gruppo franco-indiano miri solo a ottenere i 5000 esuberi richiesti.

Ebbene, anche in questo caso se il governo, approvando l’emendamento dell’onorevole Lezzi, non avesse abrogato lo scudo penale promesso nell’accordo, ArcelorMittal non avrebbe mai potuto rescindere il contratto in essere e fermare, come sta facendo, gli impianti (cosa per cui sono iniziate le indagini della magistratura).

Poi possiamo discettare per ore se il piano industriale fosse più o meno valido e a che cosa miri Arcelor, ma il fatto che la nuova crisi nasca per colpa delle maggioranze Conte I e Conte II è innegabile.

Chiusa la questione.


Scudo penale

Usciamo dalla vicenda specifica dell’Ilva e lavoriamo di fantasia. Proviamo a immaginare come un imprenditore estero possa guardare l’intera vicenda. Facciamo finta che Tesla – per esempio, ma potrebbe essere Apple, Ferrero, Peugeot – pensi aprire la sua Gigafactory 4 [Elon Musk, ti adoro, NdR] in Italia. Ovvero, un investimento da 4 miliardi con un ritorno in termini di occupazione stimato attorno ai 10.000 nuovi posti di lavoro fra fabbrica e indotto.

La burocrazia è un disastro, ma ok, ci passa sopra. Riuscire a mettere d’accordo parti sociali, governo e tutto l’ambaradan politico italiano anche, ma ci passa sopra: il nostro imprenditore vuole andare avanti, l’Italia è un buon mercato – dice fra sé e sé – c’è il know-how, etc.

Solo che poi vede Ilva e nota che per il governo Gentiloni lo scudo penale andava bene. Che Conte I riapre le contrattazioni, ma firma e lo scudo è ancora lì. Poi dopo 6 mesi lo toglie, poi lo rimette, poi cambia maggioranza – di poco – e il nuovo governo (Conte II) decide di toglierlo di nuovo.

Risultato: in poco più di 2 anni, e a fronte un cospicuo investimento nell’ordine dei miliardi di euro per rendere moderno un impianto antiquato (e non certo per colpa di Arcelor), il governo italiano ha cambiato regole e patti cinque volte.

Come se non bastasse, colui che ha firmato l’accordo finale del settembre 2018, e che è anche leader politico del partito di maggioranza relativa, riesce a dichiarare che:

  • “faremo di tutto per OBBLIGARE Arcelor a restare”;
  • lo scudo è un “inaccettabile regalo agli imprenditori” come se a) questo fosse urbi et orbi e b) il dissesto dell’Ilva sia colpa di Arcelor (subentrata 14 mesi fa).

Per non farci mancare nulla, vengono aperti fascicoli d’inchiesta per “danno all’economia” (e comincia a pensare che un po’ di input politico, in parte della magistratura, ci sia), il ministro Boccia afferma che “se fosse stato un imprenditore italiano sarebbe già stato arrestato” e che, in Italia qualunque cosa succeda, che si tratti di un megagruppo industriale, di Taranto o di una piccola attività commerciale, il privato ha sempre torto.

A fronte di tutto ciò che farà il nostro imprenditore?

La risposta è fra le righe, ma intanto sappiate che Tesla la sua Gigafactory 4 la fa da un’altra parte e non dove-la-manodopera-costa-di-meno o dove lo Stato è debole, ma in Germania, nel Brandenburgo a pochi km da Berlino.


Liliana Segre: storia di un paese idiota

Liliana Segre è sopravvissuta ad Auschwitz e ha scelto di prendere il suo ruolo di senatrice a vita nello stesso modo in cui ha condotto la sua di vita, ovvero da testimone contro l’odio e il razzismo.

Un paese democratico composto di forze democratiche non dovrebbe dividersi sul suo nome. Non dovrebbe cercare di marginalizzarla, né ostracizzarla con un “ok, ma le Foibe?”. Non dovrebbe neanche strumentalizzarla proponendola come candidata alla Presidenza della Repubblica, perché sa troppo di mossa meramente propagandistica.

Ma noi siamo un paese profondamente idiota e dalla democrazia – quella vera di Montesquieu e Tocqueville – come dalla Storia, non abbiamo capito proprio nulla.

[Piccolo appello. Caro popolo italiano (e con questo nome mi riferisco a chi si riconosce nei valori costituzionali), non sarebbe ora di fare due conti con la Storia del novecento, sul ventennio come sugli anni 70, sulla Resistenza come sulle foibe?

Capite che bollando come “revisionisti” o “traditori” anche chi ci prova in maniera professionale – mi viene in mente il caso Pansa di oramai due decenni fa – finisca solo per rafforzare la destra (per esempio proprio con le Foibe)? Certo si tratta di argomenti complessi e sensibili, ma la memoria, la Storia, i testimoni e gli storici servono proprio a chiarire i fatti. NdR].


Ius Soli e regionali

Per il nuovo PD di Zingaretti è arrivato il momento di discutere dello Ius Soli ed è solo una semplice casualità che il tema venga ripreso mentre proprio mentre in gioco c’è il prossimo governo regionale di una “regione rossa”.

Come il 47% degli italiani, sono a favore dello Ius Soli (dati Demos & Pi) e come il 67% dei miei connazionali sono favorevole allo Ius Culturae. Per questo gradirei moltissimo che il PD ottenesse la loro approvazione, ma a) tutto dipende dal M5S, b) lo stesso PD avrebbe anche promesso di abolire i Decreti Sicurezza – che sono ancora lì – e c) il tutto sa di una manovra elettorale fatta, appunto, per le elezioni dell’Emilia-Romagna.

Uno potrebbe sperare che passata l’Emilia-Romagna, il Governo governi, ma poi ci sono la Calabria, il Veneto, la Liguria, etc.

Alle prossime elezioni!

Vignette di Ru // Testo di Simone Bonzano


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