sanders, trump, buttigieg, democratici, iowa, elezioni, jacobin, sinistra, marta fana, salari, socialisti, socialismo, anti-sistema, capitalismo

Iowa e comunicazione politica: non ha vinto Bernie Sanders

Simone Bonzano Instanews Leave a Comment

No, in Iowa non ha vinto Bernie Sanders, per quanto questo non piaccia al Manifesto e a Jacobin. ha vinto Buttigieg che è la sorpresa.

Parliamo di comunicazione e politica, vi va?

Leggo sul Manifesto (“il caos democratico per fermare Bernie Sanders”) che Bernie Sanders sarebbe il vero vincitore delle primarie dell’Iowa, perché ha preso un maggior numero di preferenze nel voto popolare rispetto al candidato – più moderato – Pete Buttigieg.

Leggo, inoltre, che la sua indiscussa vittoria starebbe venendo occultata ad arte dal Partito Democratrico per boicottare “l’unico politico statunitense dichiaratamente socialista” allo scopo di favorire i candidati pro-establishment, come Biden e Bloomberg. Al punto da far convergere i fondi dei SuperPAC (comitati di spesa elettorale) sul New Hampshire per boicottare la campagna di Bernie Sanders.

Simile la versione della rivista Left (poi cancellata) e quella di Jacobin, rivista opinion-leader della sinistra USA, pubblicata anche in Italia, per cui ““Bernie ha ottenuto il maggior numero di voti in Iowa, che vuol dire che ha vinto” quindi “non credete ai giornalisti centristi e agli opinion-makers”, Bernie Sanders ha vinto l’Iowa, plain and simple”.

“Plain and simple” non è vero.



Inerzia e fondi

Per capire il voto dell’Iowa è doveroso contestualizzarlo. Dal punto di vista politico, l’Iowa è un “red-state”, uno stato repubblicano, ha una popolazione di 3,1 mln di abitanti (31° posto negli USA), elegge solo 6 grandi elettori e alle primarie democratiche hanno votato poco più di 181.000 persone. Sarebbe, quindi, irrilevante, ma, per tradizione, è il primo stato che vota per le primarie e questo cambia tutto.

Infatti, le campagne elettorali statunitensi, un po’ per l’assenza di partiti “europei”, un po’ per cultura, si basano – politica a parte – sull’immagine “vincente” del candidato e sull’inerzia dello stesso, il momentum.

La candidatura di Beto Rourke è finita nel momento in cui ha perso la corsa al Senato in Texas, mentre una prima scrematura dei candidati democratici è avvenuta via sondaggi, senza neanche aspettare l’Iowa. Segnare il punto equivale ad esistere ed esistere vuol dire attirare donatori e fondi siano essi i “miliardari” indicati da Sanders (che poi significa solo imprenditori, ma indicarli per censo più che per lavoro è parte della propaganda pauperista) siano piccoli donatori.

Oltre a questo, vincere uno Stato in un periodo concitato come quello delle primarie aiuta ad influenzare il voto degli Stati successivi. Per questo, nonostante dimensioni e scarso peso politico, l’Iowa è importante, come lo sarà il New Hampshire che voterà l’11 di febbraio e che, numeri alla mano, ha la metà degli abitanti di Roma.


Iowa bizantina

Detto questo passiamo a chi avrebbe vinto.

Il sistema di voto dell’Iowa, il caucus, è realmente complesso. L’elettore, che deve essere registrato come democratico, vota una prima volta per il suo candidato preferito. Se questo non supera una soglia di visibilità che va dal 25% al 15% a seconda dei numeri dei delegati di ogni circoscrizione (SDE), l’elettore può esprimere una seconda preferenza (second-choice vote) o per un candidato sopra la soglia o per un altro escluso in modo da fargli superare la soglia.

Gli SDE verranno distribuiti poi su base percentuale e andranno a votare, in seconda sede i delegati distrettuali da cui, infine, arriveranno i nomi dei 41 delegati alla convention democratica di quest’estate.

In pratica un proporzionale a doppio turno con sbarramento.

Per questo il voto popolare sbandierato da Jacobin e Manifesto non conta. Infatti, Pete Buttigieg ha ottenuto 43.195 voti contro i 45.826 di Bernie Sanders (25% contro 26,6%), ma 564 SDE (26,2% del totale) contro i 562 (26,1%) del senatore. Risultati che si spiegano con il riallineamento, che ha portato i voti di Klouchbar, Yang e Biden, ma anche Warren, sul più giovane dei candidati democratici.

“Pete Buttigieg ha fatto bene nelle periferie, nella parte rurale dello Stato, come nei centri manifatturieri, il suo messaggio di unità ha risuonato negli elettori” ha dichiarato Jeff Link, stratega politica indipendente dell’Iowa.

Unità e capacità di attrarre il voto dei “blue-collar”, il voto operaio che, nel 2016, è stato alla base della sconfitta nello Stato e in altri distretti industriali della vittoria di Trump.


PAC e SuperPAC

Questa parte dell’analisi, che si può ritrovare su POLITICO o il New York Times, manca da Jacobin che, seguito a ruota dal Manifesto, cerca di alludere ad un complottone anti-Sanders, citando il fallimento della app Shadow usata in Iowa come pistola fumante. La app, infatti, sarebbe stata sviluppata da due ex- staffers – professionisti e pagati – della campagna 2016 di Hillary Clinton, perché se si rifiuta la logica commerciale, è assolutamente normale che una giovane compagnia hi-tech si auto-infligga di un danno d’immagine enorme sul proprio prodotto.

Altro sintomo della cospirazione anti-Sanders sarebbero poi i finanziamenti e i SuperPac: altro argomento debole.

Attualmente il SuperPAC (che sta per comitato di azione politica e che agisce in maniera indipendente) più ricco che appoggia i democratici ha speso 5 mln di dollari. Il secondo 2, il terzo 1,7. Numeri importanti, ma che impallidiscono rispetto ai fondi a disposizione delle singole campagne che, ovviamente, siamo negli USA, sono debitamente registrati e resi pubblici.

Finora, la campagna Bernie 2020 avrebbe raccolto 107,92 milioni di dollari, a cui si aggiungono circa altri 17.000 dollari fra PAC e SuperPAC. Fra queste, le contribuzioni sotto i 200 dollari sarebbero il 55,75%, quelle superiori a tale soglia il 32,41% e comprendono donazioni da università (private), Alphabet Inc (Google), Amazon.com, Microsoft Corp, Apple Inc., US Army, US Navy, US Air Force, Boeing Co e IBM.

Pete for America ha raccolto, 75,42 mln di dollari a cui si aggiungono 6000 dollari di un PAC. I piccoli contributori rappresentano il 44,54% del totale, e i grandi il 55,35%. Anche qui, come per Sanders, troviamo Alphabet, Microsoft, Facebook, Apple, Comcast, un po’ di università, qualche compagnia hi-tech e qualche banca, ma ancano le forze armate.

Per fare un confronto, l’altra candidata “di sinistra”, Elisabeth Warren ha raccolto 81,29 mln con il 53 percento di piccoli contributori e il 345 di grandi contributori con comparto di donatori molto simile a Buttigieg. Biden arriva al quarto posto con una maggioranza di contributori del settore finanziario e bancario (e senza militari).


Sanders era favorito

Più che parlare di cospirazione, forse, sarebbe necessario ammettere che si parla più di Buttigieg che Sanders perché il primo ha fatto un ottimo risultato, nonostante il secondo fosse largamente favorito, esattamente come lo è in New Hampshire, dove si voterà l’11 febbraio.

Stando alle medie del 2020, Sanders in Iowa era accreditato di un 22,6% di preferenze, piazzandosi davanti a Joe Biden al 19,4% e a Pete Buttigieg al 15,9%. La vittoria di quest’ultimo è ancora più eclatante se si considera che a livello nazionale Biden continua ad essere il favorito nei sondaggi con il 26,1%, Sanders è al secondo posto con il 21,8% seguito da Warren, Bloomberg e, infine, solo quinto, Buttigieg al 7,5%.

Visto che stiamo già parlando di numeri, analizziamo anche i sondaggi generali che ci aiutano a sfatare il mito, presente su Jacobin e Manifesto, che solo Sanders possa battere Trump.

Premetto che ogni sondaggio sul voto presidenziale debba esser preso con le molle, il sistema dei grandi elettori e quello dei registered voters infatti, mal si sposa con il sondaggio sul voto popolare: già due volte in tempi recenti (Gore e Clinton), il vincitore del voto “popolare”, ha perso la presidenza.

Prendendo solo i sondaggi valutati A+ per metodo e attendibilità, risulta che per ABC news/Washington Post, fra la popolazione adulta, ogni candidato alle primarie democratiche batterebbe Trump, in particolar modo Bloomberg, Sanders e Biden. Meno netta la vittoria se si contassero solo i votanti registrati. Stesso risultato per il sondaggio del Marist College, in cui, però, Buttigieg sarebbe il miglior candidato prima di Sanders e Biden.

Per il NY Times, invece, Trump sarebbe in vantaggio fra i votanti registrati contro ogni possibile candidato democratico.

Come si vede, la situazione, anche qui è molto diversa da quella analizzata da Jacobin e Manifesto.



L’interesse di Jacobin a scrivere certe cose è palese. Il magazine è la voce della sinistra del partito democratico, i Democratic Socialist of America (fra cui Alexandra Ocasio Cortez), molto vicini a Bernie Sanders e al suo movimento Our Revolution.

In Italia, l’interesse per Sanders va letto nello stesso modo di quello suscitato da Corbyn: la volontà di indirizzare culturalmente la sinistra (nello specifico il PD) su posizioni più radicali e, generalmente, come è successo negli USA, favorire l’interesse verso modelli ed idee postmarxiste, marxiste o generalmente socialiste.

Tutto legittimo, ma non sembra anche a voi che negli USA, in Italia o anche in UK e Francia, l’unità del fronte anti-populista/sovranista sia molto labile, soprattutto a livello di opinon-makers e giornali? Difficile leggere Jacobin o, in Italia, Micromega, Left, alcuni editoriali di Repubblica o il Manifesto e non notare una certa tendenza a puntare il dito non solo vero il populista, ma sempre più spesso contro il possibile alleato sia esso socialista o liberal-democratico.

Una tendenza che, in UK, ha già portata alla polarizzazione (vedi qui) Johnson-Corbyn con conseguente debacle elettorale laburista e che negli USA rischia di consegnare a Trump il secondo mandato.


Il caffè e l’Opinione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *