“I demoni di Salvini”: cosa si nasconde dietro gli slogan della Lega

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Con “I demoni di Salvini”, Gatti ci fa vedere che dietro il becerume sovranista della Lega si nasconde qualcosa di peggio, il postnazismo.

Di Matteo Salvini si parla tanto, sia perché l’uomo è instancabile nella ricerca della ribalta – positiva o negativa non interessa – sia per la naturale propensione nostrana al culto del leader – da una parte – e al macchiettismo sull’avversario – dall’altra.

Una tendenza esasperata dai social – basta guardare il quantitativo di meme sul personaggio – che ha finito per sfumare le sfumature fra influencer e politico opinon leader.

Così, in mezzo a crisi internazionali e un’economia da sempre traballante finiamo a parlare di culatelli, TikTok, fidanzate e qualsiasi cosa la Chiara Ferragni della politica italiana dice o fa. Si parla di tutto, tranne che di politica, ovvero dell’ideologia che si cela dietro ai suoi slogan.

Perché sotto i vari prima gli italiani, porti chiusi, compro italiano a difendiamo le tradizioni, meno tasse, quota 100, flat-tax, c’è qualcosa di cupo, orrendo e pericoloso. Qualcosa che lo stesso Salvini o non comprende appieno o preferisce ignorare abbagliato dalla chimera del potere.

Per “I demoni di Salvini” del giornalista Claudio Gatti (qui il link), questo qualcosa ha un nome ben preciso ed una genealogia profonda: si chiama postnazismo, ha radici lontane e una forte presenza, neanche tanto nascosta, nella Lega.



Le basi del postnazismo

Per molti usare il termine “nazismo” in qualsiasi sua accezione nel 2020 è assurdo, se non direttamente allarmistico, esagerato, troppo. 

Non lo è.

La teorizzazione nazionalsocialista classica – quella hitleriana – si è sicuramente conclusa con la fine del Terzo Reich, ma quello non era che un ramo della galassia nazionalista e populista. Una meno geograficamente localizzata e capace di mescolare politica e misticismo, fascismo e conservatorismo, trans-nazionalismo e etnicismo.

Teorie che riprendono il misticismo nazista transnazionale delle SS, quelle degli “ariani” non tedeschi come la divisione Charlemagne o l’Italia che abbandonano i tratti pan-germanici a favore di un pan-fascismo europeo, basato sulla “razza europea”, nazionalista, conservatore e tradizionalista, come quello immaginato dall’italiano Julius Evola

In questa visione, l’Europa è la culla della civiltà umana, assediata da popoli inferiori – gli immigrati – e dall’imperialismo liberal-capitalista, come professavano i membri della Jeune Europe fondata dal belga Jean Thiriart, lui stesso un ex-SS.

Le SS torneranno come esempio per un altro teorico del postnazismo, il francese Alain De Benoist, considerato il filosofo delle “nuova destra” e riferimento sia per la alt-Right americana che continentale.


Dalle idee all’ideologia

Evola, Thiriart, De Benoist, sono nomi che dicono poco al pubblico odierno, così come i riferimenti alle SS possono sembrare allarmistici, esagerati, lontani dalla realtà o, se presenti, confinati a una piccola minoranza di fanatici raggruppati in piccoli circoli, ma anni luce lontani dalla politica nazionale, giusto?

No. Dall’etnopluralismo di De Benoist, nasce l’idea “dell’Europa dei popoli e delle nazioni”, che rifiuta tutte le conquiste liberaldemocratiche: i diritti dell’uomo, la democrazia rappresentativa, l’uguaglianza. 

Dal rifiuto dell’egalitarismo e dei diritti dell’uomo a favore di quelli del sangue, della tradizione e della preservazione dell’omogeneità culturale, arriviamo al modello anti-liberale della Führer Democracy di Orbam o ai “pieni poteri” evocati da Matteo Salvini.

Dal nazionalbolscevismo dei fratelli Strasser si arriva con Thiriart e poi con il russo Alexander Dugin a consacrare la Russia a baluardo contro il meticciato mondialista e Putin quale supremo protettore della razza e delle tradizioni europee.

Bufale come il piano Kalergi, diventato poi, piano Soros, ovvero la “sostituzione etnica” che sarebbe perpetrata dal “grande potere finanziario e globalista” nascono in ambiente postnazista. Dove rimangono anche vecchie idee, come l’antisemitismo o l’asservimento dell’economia alla grandezza della nazione.


I demoni di Salvini

Da qui nascono slogan diventati socialmente mainstream, come il “Prima gli Italiani”, il vedere l’imprenditore globalizzato come un traditore o il sovranismo economico.

Grazie a “I demoni di Salvini”, Claudio Gatti ci racconta proprio come queste idee siano sopravvissute e poi espanse in Italia fino a fare capolino nella propaganda politica di quello che, sondaggi alla mano, sarebbe il primo partito italiano, la Lega. 

Una storia che parte da piccoli circoli culturali piemontesi e lombardi, da riviste come Orion e che poi, come raccontato anche in questo articolo, si espande a vari circoli – come il Talebano – movimenti politici, giornali e, grazie alla comune critica a globalizzazione ed economia liberale, arriva anche a contagiare parti estreme della sinistra.

Gatti documenta il tutto come un viaggio attraverso la storia recentissima dell’Italia, dagli anni 70 ad oggi, fino ai primi contatti fra la destra post-nazista e la Lega Bossiana dove entrano due figure fondamentali per la continuazione di questa storia: Borghezio e, soprattutto, Savoini.


La Padania e Savoini

Gatti non inventa nulla, ogni suo passaggio è strettamente documentato e il fact-checking è abbastanza immediato. Molto dell’inchiesta di “i Demoni di Salvini” gira attorno a Savoini, l’ex-portavoce del leader leghista, ex-responsabile della pagina culturale de La Padania e al centro del russiagate italiano.

Una storia che non parla solo di “giochi” politici, ma, tanto, di comunicazione. Tramite l’attività di riviste di nicchia, come Orion appunto, le idee postnaziste sono percolate in strati sempre più ampi di popolazione: piccole gocce sono diventate pozzanghere sempre più grosse. In questo La Padania ha giocato un grandissimo effetto e nella pagina culturale, Savoini la faceva da padrone.

Rileggendo alcuni articoli o interviste pubblicate in quel periodo, si vedono già i crismi del leghismo salviniano: la grande finanza europea all’attacco delle tradizioni, i migranti e la difesa delle tradizioni italiane. Una stupenda mappatura di come negli anni, la base culturale leghista – un tempo più federalista, in alcuni tratti addirittura liberista – è stata trasformata prima in tradizionalista, poi in sovranista e infine in nazionalista, un passo alla volta.

Più volte volte la parte nordista del partito ha ritardato tale processo, come, ricorda Gatti, con il ritorno, voluto da Bossi, della Lega nel Cdx o negli anni di Maroni segretario.

Solo che alla fine, le idee nazionaliste sono riuscite a prendere il sopravvento, usando Salvini e il mutato clima sociale.


Salvini e i suoi demoni

Salvini, come Gatti cerca di dimostrare nel libro, non è mai stato estraneo alle idee dell’estrema destra come dimostra la sua estrema vicinanza ad alcuni Ultras del Milan o le sue amicizie dei tempi del liceo.  Eppure il capitano non sarebbe animato da idelogie postnazista, ma dall’aver capito che quelle idee potevano diventare il suo passaporto per Roma e la leadership nazionale

Un giudizio che ricalca quello che i pionieri dell’infiltrazione avevano nella Lega stessa: un grande vuoto post-ideologico riempito di concetti alla rinfusa e animati dal desiderio di arrivare al potere, una preda perfetta per le forti teorie della destra radicale.

La crisi del 2011, la caduta delle certezze della globalizzazione e la paura che questa cancelli le differenze culturali annullando le nazioni è normalmente considerato il momento in cui le idee sovraniste e postnaziste cominciano a diffondersi. E quel momento, in Italia, coincide con la crisi della Lega bossiana e, nel cdx, di Berlusconi. 

Qui comincia la scalata politica nazionale di Salvini, ma al futuro leader della Lega serve un messaggio forte, qualcosa di diverso dal nordismo – per quello c’è Zaia – e qui entrano in gioco Savoini e le idee postnaziste.

Queste offrono a Salvini una retorica diversa da quella di Maroni, permettendogli di allargare i bacini elettorali leghisti fino al sud e al centro. Soprattutto, colloca la Lega all’interno di una rete di contatti che va dalla Francia alla Russia, il tutto grazie, appunto a Savoini e a vari suoi ex-camerati.



In conclusione, “I Demoni di Salvini” ha il grande merito di rendere palese, senza mezzi termine, il vero pericolo che si nasconde dietro il segretario leghista.

Perché va detto, è irrealistico pensare a Salvini come un novello Duce capace di occupare lo scenario politico italiano per 20/30 anni. L’uomo non ha le convinzioni di un Mussolini, né la preparazione di un Orban, né tantomeno l’intuito da faccendiere di Berlusconi. Salvini, come ha dimostrato qui, è un profittatore politico, un abile comunicatore, un influencer che, molto probabilmente, si schianterà quando avrà l’onere di governare.

Ma il problema non è lui, il problema sono le idee che diffonde e che non vengono contrastate dalla società. Non si può, infatti, attaccare Salvini su migranti o globalizzazione dicendo “sui migranti ha fatto meglio Minniti” o “la globalizzazione va rivista, magari cambiata, magari va limitata”.

Non si combatte il postnazismo attaccandone leader o proposte e coccolandone, allo stesso tempo, i serbatoi ideologici del consenso.

Non si combatte il populismo dicendo “lo faremo anche noi, ma meglio!”.

Magari così si sconfigge il leader, ma non le idee e quelle sono più resilienti di qualsiasi essere umano, come ci ricorda, appunto, “I Demoni di Salvini”.


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