Salvini, i migranti e le storture del Senato: così muore lo Stato di diritto

Salvini, migranti

Fra Mar Jonio e Xi Jingping, Salvini ed il Governo dimostrano di esser lo specchio di un’Italia concentrata sul proprio ombelico.

Generalizziamo: siamo un paese di egoisti, di cinici e di cerchiobottisti. Non solo, siamo pervasi da una furia iconoclasta contro tutto ciò che percepiamo come élite (fosse anche il vicino che si è comprato l’auto nuova) e il nostro sport nazionale condiviso è la dietrologia, quello per cui tutto succede solo e soltanto perché qualcuno lo vuole.

Da noi, la giustizia colpisce i politici perché eterodiretta e a orologeria; le manifestazioni popolari – soprattutto degli altri paesi – sono organizzati dai poteri forti; l’economia si basa sulle decisioni di pochi e i motivi delle crisi sono sempre colpa di altri (Germania e/o Eurocrati). In sostanza, per un italiano, tutto capita perché qualcuno – e quel qualcuno è sempre l’élite – vuole così.

Compressi in questo schema mentale auto-mutilante, il barcone che naufraga al largo delle coste della Libia non è l’ennesimo caso di naufragio di una tragedia che, oramai, si consuma perlopiù nel silenzio mediatico, ma non sarebbe altro che un “caso” costruito a tavolino allo scopo di danneggiare il Ministro dell’Interno Matteo Salvini il giorno del voto sull’autorizzazione a procedere sul caso Diciotti al Senato.


Tutto un complotto

L’accusa arriva dalla stesso Ministro del buonsenso, anche perché, dai, il leader della ONG Mediterranea è l’ex-disobbediente Luca Casarini, lo stesso del G8 di Genova: è OVVIO che sia tutto inscenato al tavolino!

Ovvi, perché senza ONG e Guardia Costiera, non vediamo tutti gli altri naufragi. Ovvio, perché i libici fanno gli gnorri. Ovvio, perché i cadaveri rimangono muti. Ovvio, perché non ascoltiamo le testimonianze di chi, ai lager libici, è sopravvissuto.

Così diventa OVVIO che la Libia sia quel “porto sicuro” che il Governo – per la prima volta – riconosce su un suo documento ufficiale. Poco importa che ci sia ancora la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo che dice il contrario e ci sia anche il recente report di Medici senza Frontiere dal centro di raccolta di Sabaa, vicino a Tripoli. Sabaa è solo uno dei centri libici dove sono rinchiusi più di 650.000 migranti, di cui un terzo minori.

Luoghi spesso senza il benché minimo di spazio e senza risorse visto che, documenta MsF i detenuti mangiano ogni 2, 3 giorni, i nuovi anche quattro e i migranti sono rinchiusi come animali in celle senza latrine, pressati come lattine.

Detto questo è OVVIO che quel report sia così negativo: lo hanno scritto quelli di MsF, gli stessi di Aquarius, quindi complici degli scafisti anche loro come Casarini e compagnia (da sottolineare Mediterranea e Casarini siano sotto accusa per favoreggiamento all’immigrazione clandestina, accusa che ricadde anche su Aquarius, ma da cui la ONG venne poi assolta).

Forse un giorno Salvini dichiarerà che i migranti non sono altro che un complotto dei poteri forti (Soros, Boldrini, Eurocrati, etc.) per destabilizzare l’Ital… ah, lo ha già detto.



Il rischio anti-diritti

L’Italia del 2019 sta riscrivendo la Costituzione, e lo fa, come sempre, in silenzio a botte di casi e “soluzione” casarecce di matrice parlamentare.

Il fulcro è nella relazione che il Presidente della Giunta per l’autorizzazione a procedere del Senato Maurizio Gasparri sul caso Salvini-Diciotti. Nel difendere l’operato del Ministro e del Governo, Gasparri ha sostenuto, nel concreto, che “il fine giustifica i mezzi”, anche quando in ballo ci sono articoli del Codice Penale e della Costituzione.

Se l’obiettivo, infatti, è “la salvaguardia dell’interesse pubblico”, tale interesse può prevalere sia sullo stato di diritto che sulle norme costituzionali. Nello specifico, quindi, bloccando lo sbarco dei 177 naufraghi presenti sulla nave Diciotti ad agosto, Salvini (e Toninelli) non avrebbe agito per meri fini personali, ma nell’interesse di tutti i cittadini italiani. Per questo, chiosa Gasparri, il reato di sequestro di persona non sussisterebbe in quanto l’interesse nazionale verrebbe prima di ogni cosa, anche dell’articolo 13.

La questione non è di lana caprina perché l’articolo 13 sancisce che “non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziarie nei soli casi e modi previsti dalla legge”. Tradotto vuol dire che solo i magistrati possono bloccare lo sbarco di naufraghi da una nave, non il Governo anche se tale sbarco può essere visto come “reato di immigrazione clandestina”.

Salvando Salvini, il Senato ha così avvallato la versione di Gasparri. Da oggi, quindi, la salvaguardia dell’interesse nazionale – migranti o meno – viene prima di tutto, anche dei diritti e delle libertà civili sancite in Costituzione e questa decisione è ora un precedente votato da una delle due assemblee elettive espressione della sovranità popolare. In futuro – senza cadere in casi estremi, ma attenendosi alle dichiarazioni dei politici al governo – l’interesse nazionale potrà portare a limitare la libertà giudiziaria e/o quella di stampa o la il diritto alla privacy dei cittadini italiani.

Che male c’è? Se pensate che la Patria e la Nazione vengono sempre prima dei suoi cittadini, siatene felici, in fondo questo era il senso del Patriot Act USA dopo l’11 settembre ed è quello che già succede in Ungheria e in Russia.

Se invece pensate che prima vengono i diritti e poi il resto, allora è il momento di chiedersi: ma che sta succedendo? Siamo realmente disposti a rinunciare ai nostri diritti per…? Infatti, perché – propaganda a parte – c’è stato il caso Diciotti?



Salvini: prima i voti, poi la Cina

Xi Jingping è a Roma per firmare il Memorandum of Understanding (la firma reale avverrà però fra Lifeng e Di Maio) più altri 29 accordi commerciali e politici con l’Italia per un giro d’affari, stimato, di 7 mld di euro. Dopo le polemiche successive all’annuncio del Governo, sono spariti gli accordi sulle telecomunicazioni, quel 5G che disturba gli USA. Sono diminuiti gli accordi fra le imprese, ma sono rimasti quelli che coinvolgono i porti di Genova e Trieste, con tutti i rischi annessi e connessi (quelli di cui parliamo qui) anche se sono in molti a sottolineare un pressapochismo non da poco della compagine di governo.

La delegazione cinese (sono 500) dopo la visitta italiana partirà alla volta della Francia, dove verranno firmati molti accordi di collaborazione e cooperazione atti a migliorare i rapporti economici fra Parigi e Pechino, solo che i francesi lo faranno senza firmare alcun memorandum, senza aver mai dovuto ritirare annunci come ha fatto il governo italiano e ben consci del fatto che, la Cina, rimane un “competitor commerciale” ed un “rivale sistemico” dell’Europa.

Loro, gli odiati francesi, ci hanno messo un po’ di testa e di riflessione. Noi, da bravi italiani, ci siamo lasciati andare ad annunci rutilanti – quasi tutti rimangiati – degni dello stato di confusione in cui versiamo.

La dimostrazione arriva dal Vicepremier Salvini il quale, poche ore prima dell’atterraggio di Xi Jingping a Roma, il Ministro ha dichiarato a Radio 24 che non sarà al Quirinale per il pranzo con il Presidente Cinese, ma in Basilicata per la campagna elettorale. Perché far credere ai possibili elettori lucani che loro siano più importanti di Xi Jingping viene prima di  curare gli interessi del sistema paese. Non ci vuole tanto, basta dimenticarsi di essere il vice-Premier, di essere un Ministro (e gli riesce benissimo), far finta di interessarsi alle regionali lucane per una settimana e, infine, urlarlo ai quattro venti.

Forse l’accordo di governo fra Lega e 5 Stelle prevede realmente che Conte e Di Maio si smazzino la politica internazionale (con tanto di cornetti portafortuna, visto il pressapochismo che circonda tutta la questione cinese) e che Salvini non stia mai a Roma, ma in campagna elettorale.


Intanto Danilo c’è

A fronte della personalizzazione della vita politica del paese, cresce nei vostri due scribi il pessimismo. Meno male che c’è il Ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, un ministro che entrerà nella leggenda per la sua innata capacità di dire gaffe.

L’ultima è già leggenda. In un’intervista a Tg2 Motori, Toninelli rivendica l’importanza della motorizzazione elettrica, tanto da rivendicare la scelta di rimpiazzare la propria auto blu con una elettrica oltre a varie norme per agevolare l’uso delle vetture ecologiche.

Poi ammette, candido e ingenuo, di aver appena comprato una Jeep Compass… diesel.

“Dottoressa, so che non rimedierò a questo errore”, ha detto Toninelli dopo la gafffe. Ma no, Ministro, oramai sono nove mesi che ti rendi protagonista di gaffe anche assurde (tunnel, selfie con ponti crollati, etc.). Guardando il lato positivo si può dire che, almeno, è coerente… nell’essere incoerente.


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