Salvini, come Berlusconi, ignora la crisi in atto: finirà come nel 2011?

Salvini nega la necessità di una manovra correttiva: è in campagna elettorale perché dovrebbe dire la verità? Perché la crisi esiste veramente.

Matteo Salvini di economia ci capisce poco, molto poco. Esattamente quanto i suoi consiglieri economici, persone come il sottosegretario Armando Siri, scopertosi senza laurea, il sen. Alberto Bagnai, capace di cambiare idee sull’economia a giorni alterni, e l’on. Claudio Borghi, “inventore” del MiniBot e noto per i suoi continui richiami all’Italexit. “Economisti” – virgolettato è d’obbligo visto che solo Bagnai lo è – in costante bilico fra l’essere yes men e l’afflato ideologico.

O così, o Salvini ha deciso di seguire le orme di Berlusconi del 2011, quello che dichiarò “Crisi da noi? Ma se i ristoranti sono pieni!” aprendo involontariamente (e colpevolmente) la strada, 11 giorni dopo, alla nascita del Governo Monti.


Salvini a Radio Anch’io

Ai tempi, la colpa era del “cambio lira-euro” – un refrain ancora usato dai telesovranisti Dragoni, Bifarini, Rinaldi e Donato, per fare alcuni nomi – e della “moda passeggera di assaltare i Titoli di Stato” – cavallo di battaglia sia di Salvini che di Di Maio, ma lo spread è, mediamente, sopra i 250 punti da 8 mesi (ben oltre i benchmark inseriti in Manovra nel quadro macroeconomico).

Oggi come allora, dice Salvini a Radio Anch’io, “i problemi economici” sarebbero “a livello continentale e non sarà un periodo facile”. Soprattutto, ribadisce, “abbiamo votato meno di due mesi fa una manovra che deve ancora far vedere i suoi effetti”, parlare della Manovra Correttiva equivarrebbe a “parlare di nulla”. Un concetto ripreso sia dal Vicepremier Di Maio, sia dal Premier Conte e, parzialmente dal Ministro Tria (per cui sarebbe prematuro parlarne).

Siamo in campagna elettorale per la Sardegna, per le europee, forse già per l’Emilia Romagna, il Piemonte e chissò cos’altro, nel paese dove le elezioni non finiscono mi.

Così facendo, però e alla luce dei dati reali, il leader leghista sottovaluta il problema, dimostrando – se ce ne fosse bisogno – di non capire nulla di economia e di mentire sui dati “continentali”, esattamente come fece Berlusconi 8 anni fa.



L’Europa rallenta, l’Italia è in crisi

La crisi non è affatto “continentale”. Vero è che su tutto il continente aleggia un rallentamento economico dovuto alla contrazione dell’export verso la Cina e la crisi – l’ennesima – del settore automobilistico, ma, nonostante questo, la Germania (il penultimo paese della UE per crescita nel 2019) crescerà lo stesso al 1.1%, le altre maggiori economie europee, Francia e Spanga, rispettivamente al 1.5% e al 2.7%, mentre l’Irlanda – paese che era nei cosidetti PIIGS come noi, veleggerà oltre il 4%.

Noi, secondo le stesse stime, arriveremo allo 0.2%,- 0.8% rispetto a quanto stimato dal Governo a dicembre e 1.3% in meno rispetto a quelle – totalmente propagandistiche – del “balconcino”: dire che la crisi sia esogena invece che endogena non suona solo idiotico, ma proprio criminale.

Il rallentamento è continentale, ma “i problemi economici” citati dal Ministro, sono e rimangono sovranamente nostri. Una fossa che ci stiamo scavando da soli con una politica degli annunci votata alla ricerca del consenso elettorale e una generale sfiducia delle imprese nostrane rispetto alla legislazione in arrivo e i programmi  economici del Governo.


La crisi che c’è

L’Italia è entrata nel 2019 al seguito di un -0.1% di PIL nel Q3 e di un -0.2% nel Q4. La causa, sottolinea ISTAT non sarebbe – come più volte detto dalla diarchia governativa – la flessione della domanda estera – l’export è in ribasso, ma segna ancora un dato positivo – ma l’ennesimo collasso della domanda interna. Questo dato negativo – che colpisce gran parte del manufatturiero del paese e, ovviamente, i consumi – sta trascinando il paese nel baratro della crisi economica. Lo si vede nei dati della produzione industriale che ha visto un calo del fatturato a livello congiunturale del 3.5% e tendenziale -7.3%.

Anche nel migliore dei mondi possibili, il mero effetto trascinamento ci porterebbe all’ennesimo trimestre in negativo sempre più lontani dal target dell’1% di crescita annuale segnato nella manovra. “Numeretti” direbbe Salvini, peccato che sia proprio il target dell’1% – equivalente a circa 17 miliardi di euro – a sostenere l’intero mpianto della manovra.



I fondi mancanti

Se venisse confermata una crescita 2019 dello 0.2%, mancherebbero all’appello fra i 7 e i 9 mld di euro, risorse che vanno trovate subito onde evitare di fare portare il dato del deficit strutturale – ovvero il nuovo indebitamento al netto del quadro congiunturale – ben oltre quel 1% concordato con la UE.

Per farlo non è che è probabile, ma è necessaria una manovra correttiva di metà anno, ovvero successiva al Nadef di metà aprile. Manovra che è già prevista del documento approvato a dicembre. A giugno, infatti, il Governo dovrà reperire 2 mld a copertura dello scongelamento dei fondi a carico delle amministrazioni centrali, bloccati temporaneamente con la Manovra del Popolo (per ragioni di equilibrio fiscale). Nello stesso periodo, ci sarà anche la valutazione del tiraggio fiscale di RdC e Quota 100: se non performeranno come previsto [difficile, visto gli allarmi che arrivano dall’INPS e dall’ISTAT) toccherà muovere ulteriori nuovi fondi statali.

Ovvero, nuovi prelievi fiscali diretti e/o indiretti.

Come se non bastasse, per non farci mancare nulla, a metà aprile il governo dovrà metttere nero su bianco dove intenda trovare quei 23 mld che serviranno per evitare il primo degli aumenti dell’IVA previsto per il 2020.


Non si tratta di “numeretti” e di “stare a vedere quello che succede”, ma dei fondamenti di una decente pianificazione economica e buona amministrazione dello Stato per evitare di governare alla carlona. Perché questo sta facendo il Governo Conte, primo su tutti Salvini il quale sta puntando tutte le sue fortune politiche sul risultato delle europee di maggio. Non potendo andare in campagna elettorale con una spada di damocle da, almeno 9 mld di euro associata all’aumento dell’IVA, preferisce ignorare pronto – ipotizzo – a scaricare sull’Europa e i “burocrati europei” la colpa dei 23 mld da reperire per l’IVA e i 9 di correzzione.

Perché Salvini di economia capisce poco, ma ha un talento peculiare nello speculare sui disastri italiani. Se bastassero le parole a vanvera dei politici a fare l’economia, l’Italia crescerebbe al 150% periodico.

Per evitare tutto ciò ci vorrebbe realmente del buon senso, lo stesso che dovrebbe consigliare al Ministro che non sarà la UE e la politica a farci saltare, ma i mercati, perché uno Stato non funziona ad annunci e speranze. Una verità che Berlusconi tentò di ignorare nel 2011.

Governava con la Lega e c’è da chiedersi, Salvini avrà imparato la lezione?


Il Caffè e l’Opinione

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