Propaganda-crazia e la fine del paese: la mossa di Salvini

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Salvini va all’incasso, ma il problema vero non è solamente politico, bensì culturale: Salvini è solo il prodotto della nostra crisi.

L’ha fatto, Matteo Salvini ha deciso di forzare la mano e di capitalizzare il suo consenso elettorale dopo un “tira e molla” che gli ha permesso di far passare il Decreto Sicurezza e vedersi sbloccata – almeno su carta – la TAV.

La Lega ha così presentato la mozione di sfiducia a Giuseppe Conte, il Premier nullo, e il suo leader ha annunciato che si candiderà per avere “pieni poteri” dal popolo per “salvare il paese”. Il tutto condito da una nota emozionale “mi mancano i miei figli”, anche se era con loro fino a dieci minuti prima.

Se queste prime dichiarazioni sono l’anticipazione di ciò che ci aspetterà, sappiamo che il Governo Salvini – se si andrà ad elezioni – sarà una costante forzatura propagandistica e costituzionale, un continuum fatto di strappi a là “Sicurezza bis” condito di propaganda nazionalpopolare.

Un mix fra Russia, Ungheria e Turchia.


Si andrà alle elezioni?

La domanda è lecita, perché se seguiamo la linea Salvini, il dubbio non si pone, ma di mezzo c’è il Parlamento e il Presidente della Repubblica. In mezzo c’è la “politica”, ovvero le seguenti possibilità:

  • che una parte della maggioranza attuale – i 5 Stelle – si spacchi e insieme a Forza Italia e Fratelli d’Italia formino un Governo Salvini;
  • che il MoVimento 5 Stelle – guidato non da Di Maio, ma da uno fra Fico e Conte – dia vita ad un Conte bis con il PD, con quest’ultimo che accetta “per evitare lo sfascio del paese” che poi è il Governo di Tregua proposto da Mattarella nel 2018 che tornerebbe alla luce con 16 mesi di ritardo;
  • un governo tecnico “salva conti” sospinto da aumento dell’IVA previsto nel 2020 e il rischio spread con appoggio esterno di MoVimento, PD e parte di Forza Italia (ovvero i non-Totiani) guidato – nome a caso – da Cottarelli;
  • elezioni.

Solo nel primo caso il Documento di Pianificazione e Bilancio verrebbe fatto dal Governo Salvini, ma il caso non sussiste perché la Lega vuole elezioni il 20 ottobre, il giorno in cui, riporta il MEF, va presentato in Parlamento il DPB.

Ecco infatti la scaletta (grazia a l’Aspide):

  • entro il 27/9 presentazione al Parlamento del NaDEF;
  • entro il 15/10 documento programmatico di bilancio;
  • entro il 15/10 invio DPB a commissione UE;
  • entro il 20/10 va presentato in Parlamento il ddl di bilancio;
  • entro il 31/12 va approvata legge bilancio.

Neanche in caso di elezioni, quindi, Salvini si troverà a fare la Manovra perché, sottolinea Costantino De Blasi di Liberi Oltre, “fra discussioni sulla fiducia, consultazioni, convocazione delle liste, voto, insediamento del nuovo parlamento, nuove consultazioni, incarico, formazione del governo si arriverà serenamente a dicembre: non più in tempo per preparare la legge di bilancio”.



Il Governo Salvini

Analizzato il dato politico contingente, andiamo avanti e sforziamoci di immaginare l’eventuale esecutivo leghista. Del governo Salvini prossimo venturo sappiamo praticamente già tutto, perché ne abbiamo appena vissuto una versione beta attraverso la diarchia con Di Maio. Sappiamo, però, che sarà sicuramente peggio dal punto di vista della politica estera quando un leghista o un “fratelliditaliista” sostituirà l’ectoplasmico Moavero Milanesi (Crosetto?).

Sappiamo che qualunque sia la composizione, un leghista prenderà il posto di Trenta, Toninelli e Tria, ovvero difesa, infrastrutture e economia con quest’ultimo che potrebbe andare in mano ad uno dei Pescaracas, forse allo stesso Bagnai, con Borghi al posto di Laura Castelli.

Sappiamo che Giorgia Meloni prenderà il posto di Salvini al Viminale e che il “il volto buono della Lega”, Giorgetti, verrà usato come “token” presentabile in Europa o come Commissario o come Vice-Premier da mandare a Bruxelles quando – e succederà spesso – Salvini non ci vorrà andare.

Sappiamo che, almeno di smottamenti tellurici forti, sarà il Governo che sceglierà il prossimo Presidente della Repubblica (Mattarella scade nel 2022, a metà della prossima eventuale legislatura), a cui la Lega, ad oggi arriverebbe anche governando molte regioni italiane.

Sappiamo che, per la reiterata presenza di Bagnai-Borghi e altri anti-Euro, sarà un governo che manderà in panico i mercati anche perché, se questi 14 mesi ci hanno dato un’idea, tutta la sua azione in Unione Europea si giocherà sul “o mi date ciò che voglio o esco dall’Euro”.

Un gioco al massacro, Brexit docet.


Propaganda Zero

Come Ungheria, Russia e Turchia, la politica reale, ovvero i fatti e i provvedimenti, diventeranno secondari alla “narrazione degli stessi”: alla propaganda di Stato (RAI di Marcello Foa) a cui si aggiungeranno i giornali filo-governativi (Libero, Giornale e affiliati, La Verità) fino ai social. Una versione “on steroids” di quanto portato avanti dal responsabile comunicazione del Ministro dell’Interno, Luca Morisi, novello Goebbels perché teso, come il tedesco, a presentare il proprio “leader”, il “Capitano”, come una rock-star, il salvatore delle patria, il F…

Non scherzo, fra il 1932 e il 1933, nel tentativo – riuscito – di portare Hitler al governo, Goebbels orchestrò una campagna elettorale ultra-mediatica in cui il leader nazista, in viaggio per il paese, veniva accuratamente filmato in perenne stato di adulazione delle folle grazie ad un accurata scenografia e posizionamento delle telecamere. L’obiettivo era di convincere l’elettorato che la scelta era già stata fatta: Hitler era il “patriota salvatore della patria”.

Basta vedere le immagini lanciate da Morisi ieri sera a Pescara, Salvini che avanza in un corridoio di folla preceduto da una telecamera in movimento, per capire l’analogia. Ali di folla, leader osannato… e riprese fatte con telecamera posta a 1 metro da terra così da far vedere la prima fila di persone e non il resto.

Sul podio, Hitler lanciava strali contro comunisti, contro gli anti-patrioti, gli stranieri (ai tempi i lavoratori africani della Ruhr “manopera a basso costo importata dai capitalisti”), gli zingari e, infine, l potere finanziario globale, i Soros di allora, sottolineando come la patria, la nazione, dovesse svegliarsi e che solo lui, il leader poteva “salvare il paese”.

Una volta che il Governo sarà in mano a un politico che esprime a parole, atti politici e sceneggiate un pensiero populista, nazionalista e statalista proprio del postnazismo – il nazismo senza pangermanesimo – con un tocco di cafonaggine che piace tanto al popolo italiano, questa propaganda diventerà la nostra vita quotidiana.

Nel 2019, come fu nel 1933 in Germania (e nel 1922 in Italia).



La colpa è nostra

Tranquilli, non nascerà così il secondo Impero Italiano, ma uno Stato autoritario anti-liberale come, appunto, sono la Turchia di Erdogan, l’Ungheria di Orban e la Russia di Putin. Uno Stato in cui il potere politico si unisce a quello economico secondo il principio dell’oligarchia, dello statalismo e del corporativismo. Cosa che, in un paese in cui circa l’80% del valore aggiunto del PIL è direttamente o indirettamente in mano allo Stato, risulterà piuttosto facile.

Ora – e dopo – cerchiamo le colpe di questo sfacelo. C’è chi accusa chi ha votato questo o quello, chi non ha votato o chi ha votato non pensandoci quando, invece, dovremmo fermarci un attimo e capire che Salvini non è un alieno calato da Marte, ma è il frutto di 20 e più anni di Berlusconismo, di 40 e più anni di statalismo ossessivo, di 60 e più anni di media asserviti al potere, di 80 anni di Repubblica dominata dallo scaricabarile (“non è colpa mia, ma del capitalismo, dell’Europa, della Cina, del Giappone, della Germania”).

Salvini è il semplice risultato di come una parte cospicua, direi maggioritaria, della cultura e delle società italiana percepisce la realtà, compresa una larga fetta di italiani che non lo vota e non lo voterà mai. Perché il problema non è contingente, Salvini non è la cosa peggiore che è capitata al paese in assoluto, ma la cosa peggiore che è capitata al paese fino alla prossima cosa peggiore.


Il problema degli italiani

L’Italia vive in una realtà nazionale dominata da un mix deleterio di massimalismo socialista/populista, nazionalismo statalista, conservatorismo nazionale, democristianesimo cerchiobottista e moderazione criptofascista del “lasciamoli fare” e di “tanto è tutta colpa del liberismo”.

Un atteggiamento trasversale che rimane l’unico vero trait d’union della nostra Storia politica nazionale: la partitocrazia come sistema feudale, il Partito e il Leader sopra tutto e tutti.

A morirne è stata la mai nata liberaldemocrazia italiana. Per anni, infatti, ogni forza politica e relativi elettori ha sparato ad alzo zero contro ciò che caratterizza una liberaldemocrazia efficiente generando, alla lunga Salvini, Renzi, Berlusconi, Fini, Bossi, Craxi, D’Alema, Bersani, Di Maio, Zingaretti, Di Battista, Conte etc.

La lista è lunga:

  • la Bossi Fini mai ridiscussa;
  • il decreto Minniti che ha legittimato la propaganda salviniana;
  • la riforma e liberalizzazione della RAI mancata;
  • le altrettanto mancate – e, quando fatte, fatte male – liberalizzazioni atte a sovvertire monopoli di categorie (ovvero il corporativismo);
  • il teorema dorato del pseudo- keynesismo continuo e costante (si cresce solo a botte di spesa pubblica, perché il privato, in un paese di arruffoni, è arruffone, sempre, così dice il popolo);
  • il primato assoluto dello Stato e della sua emanazione “popolare”, i Partiti;
  • l’incapacità degli intellettuali di rompere il circolo vizioso di un paese in cui l’ideologia viene trattata come tifo da stadio;
  • l’incapacità di dare diritti certi alle comunità LBTQ+, agli immigrati, ai seconda generazione, e alle donne, con la polemica anti-abortista sempre attiva;
  • il non aver mai avuto la forza di riformare il mercato del lavoro attaccandosi ad una visione del mondo propria degli anni 70, così la riforma mancata si è fatta non ufficialmente, non tramite il precariato, ma con l’abuso di partite IVA, sostituti a basso costo – e alta ignavia politica – di una riforma mai fatta.


Tutto questo conta perché la balla che un paese scivola nel fascismo solo per ignavia, rimane, appunto, una balla. Un paese diventa fascista (o nazista) quando la narrazione popolare lo porta a questo: quando il fascismo diventa solo quel piccolo passettino naturale da fare in un contesto civico che l’ha già accettato.

Per questo il problema culturale è oggi centrale. Dire che “manca la sinistra” “manca questo o quest’altro” non ha senso. Sperare che un Governicchio o Governone ci salvi, neanche, perché posticipa l’inevitabile.

I demagoghi nascono e fioriscono laddove manca cultura individuale e dove il politico da funzionario statale atto a governare, diventa “signore”, “messia”, “salvatore”, “portavoce del popolo”, “Capitano”, “Duce”.

 

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