Salvini ed il governo Conte: il premier nascosto – #Fine parte I

Salvini, Conte, Governo

L’Italia ha un Premier, Giuseppe Conte, retto da una diarchia (Movimento 5 Stelle – Lega). Eppure, guardando questi primi 4 giorni, appare sempre più evidente che la linea politica, dietro la retorica del ‘Cambiamento’ la detti Matteo Salvini.

Martedì 5 giugno, Roma,  palazzo Madama. Il Presidente del Consiglio Prof. Giuseppe Conte sta finendo il suo (lungo) discorso al Senato della Repubblica. Sono quasi 70 minuti che Conte parla. La voce sempre più roca che tentenna e si incespica su un testo che sembra non ‘sentire proprio’.

L’opposizione, al richiamo di Conte di essere ‘leali’, protesta e mentre il Premier si stizzisce, alla sua destra si vede il Ministro del Lavoro annuire, mentre a sinistra il Ministro dell’Interno, sornione, sorride. Conte conclude fra gli applausi dei suoi ministri, soprattutto di quei due: i due leader della maggioranza parlamentare, Luigi Di Maio (Lavoro e Sviluppo Economico) e Matteo Salvini (Interno).


Il discorso di Conte

Nel corso dei 71 (interminabili) minuti in cui ha parlato, Conte è sembrato un Premier depotenziato, un semplice ‘garante’ insediatosi a Palazzo Chigi onde controllare che il ‘Contratto di Governo‘ venga applicato nella piena convergenza delle due forze interessate. Tale posizione in bilico fra istanze leghiste e quelle pentastellato, sono sfociate così in un discorso palesemente ‘cerchiobottista‘ in cui il neo-Presidente del Consiglio, ha più volte ribadito sia i temi cari a Salvini (lotta al ‘business dell’immigrazione’ ed agli scafisti, il rafforzamento della legittima difesa, più soldi per la sicurezza) sia quelli più vicini al M5S, quali la lotta alla corruzione, il lavoro, la previdenza sociale, il conflitto di interessi (senza, ovviamente, citare il rapporto fra la Srl Casaleggio Associati ed il Movimento 5 Stelle).

Almeno di questi temi si è parlato a lungo, con dovizia di particolari, lasciando, però, il resto a semplici slogan, sia leghisti che pentastellati, come se la campagna elettorale non fosse mai finita. Così, lo spread torna ad essere l’arma usata dagli ‘speculatori finanziari’ per ‘tarpare le ali’ all’Italia e la sua ‘ritrovata sovranità’. Allo stesso modo, la Russia torna ad essere un partner da sostenere perché ‘ha consolidato negli ultimi anni il suo ruolo internazionale in varie crisi geopolitiche’. Per questo, conclude Conte fra gli applausi della Lega, Roma tenderà una mano a Mosca chiedendo che le vengano levate le sanzioni internazionali.

Fra attacchi agli scafisti ed alla ‘Casta politica’, Conte trova tempo per ricordare il brutale omicidio di Soumana Sacko, il  bracciante e sindacalista maliano ucciso a San Ferdinando in Calabria su cui ancora pesa il mutismo del Ministro dell’Interno. Pochi istanti, tanto dovuti quanto tardivi, macchiati dall’ennesimo appello alla legalità dei migranti, a sottolineare, qualora ce ne fosse bisogno, la centralità del del Contratto.


La guerra fredda

Un premier notaio a governare la retorica ‘Cambiamento’, ma l’Italia è, come dice Conte, governata da un ‘Contratto di Governo’ o no? Il dubbio è naturale per chiunque si sia soffermato ad osservare quanto successo nei primi quattro giorni di governo. Prendiamo il caso del Ministro per la Famiglia e le Disabilità Lorenzo Fontana in quota Lega. Appena insediatosi, Fontana si è prodotto in una tirata anti-gender contro le famiglie arcobaleno che non ha suscitato la minima reazione né del Movimento 5 Stelle, né nel premier Conte. Il medesimo silenzio si è poi ripetuto per le esternazioni di Salvini sulla Tunisia (‘un paese che ci invia galeotti‘), la telefonata con Orban (‘noi e l’Ungheria di Orban cambieremo le regole europee‘) o il silenzio dell’attuale Ministro su caso Soumana Sacko.

Così, mentre gli economisti leghisti si affannano a dire la loro sull’economia (considerato in quota Lega, pur se guidato da un tecnico come Giovanni Tria), nessuno di loro accenna alle iniziative del super-Ministero del Lavoro e Sviluppo Economico, trasformato da Luigi Di Maio nel nuovo centro operativo pentastellato.

Quello che si è andato a creare è un’insieme di silenzi politici propri non di un’alleanza programmatica, ma di una pace armata fra due soggetti avversari, ma alleati con un unico scopo: governare riducendo al minimo i rischi collaterali per il proprio consenso elettorale. L’obiettivo è il governo poiché queste sono le aspettative dell’elettorato: produrre un ‘Cambiamento’. Sarebbe da ingenui pensare, però, che Lega o M5S considerino questa alleanza come il migliore degli scenari possibili.

Difatti, Salvini avrebbe preferito tornare alle urne il prima possibile, capitalizzando la propria ascesa personale e scommettendo sulla vittoria decisiva (più del 40% dei consensi) del Centrodestra. Stessa volontà è certamente transitata anche nei vertici del Movimento 5 Stelle, cercando lo scontro totale con la Lega e sperando di racimolare abbastanza voti da andare al governo in solitaria. Alla fine, il rischio di andare a votare subito, magari trasformando le elezioni in una campagna ‘Euro Sì / Euro No’ (come conseguenza del pasticcio sul nome di Paolo Savona, ci torneremo), ha portato i due contendenti verso quel compromesso che è il governo Conte.


Il compromesso e lo scontro

Dietro la retorica del Cambiamento, infatti si nasconde il compromesso. Le due posizioni chiave in un’ottica europea, Esteri ed Economia, sono stati affidati ad Enzo Moavero Milanesi, già Ministro del governo Monti e poi del governo Letta, e Giovanni Tria, economista vicino a Brunetta e lontano dal gruppo dei ‘No Euro’ di Siri, Bagnai e Borghi. Paolo Savona è stato spostato in un Ministero più ‘sicuro’, le Politiche Comunitarie.

Lo stesso programma economico indicato al Senato da Conte (lotta alla corruzione, riforma del diritto fallimentare e taglio del debito) non sono altro che le tre linee guida presenti ogni anno nelle raccomandazioni della Commissione Europea al Governo italiano. Tale ‘messa in sicurezza’ del Governo, unita al patto di desistenza fra i due partiti, ha creato due soli snodi di potere politico reale: il Ministero del Lavoro e Sviluppo Economico ed il Ministero degli Interni.

Fra questi due dicasteri si gioca la partita politica e propagandistica dei due ‘vice-Premier’ e la corsa è partita subito, immediatamente dopo il giuramento, a ritmo serrato. Luigi Di Maio invita i ‘riders’ del delivery gastronomico promettendo salari minimi e tutele sociali, Salvini risponde attaccando scafisti e promettendo più rimpatri. Il leader dei cinque stelle promette di mettere al centro dell’attività di governo il Reddito di Cittadinanza, quello della Lega incassa l’appoggio di Vienna e Budapest ‘per ridisegnare l’Europa’ e ‘riformare la politica d’asilo europea’.


Salvini contro Di Maio

Sulla carta una dialettica paritaria, ma i due leader partono da situazioni diverse con prospettive future contrastanti. Di Maio, pur essendo il ‘Capo Politico’ del Movimento, guida un partito fluido, camaleontico, in cui esiste anche Alessandro Di Battista, il quale è candidabile alle prossime elezioni, al contrario del Ministro del Lavoro, almeno finché non cambiano le regole. Il suo orizzonte è quello di questa legislatura, in cui il Movimento deve conseguire qualche risultato da rivendere alle prossime elezioni. Questo, lo si voglia o no, verrà misurato in ‘quantità di lavoro creato’ e nel raggiungimento o meno del Reddito di Cittadinanza o simili. Il tutto partendo dal principio, decisamente populista, che il ‘lavoro’ si possa creare per decreto.

Matteo Salvini ha meno problemi. La Lega è saldamente in mano sua e gli avversari interni (Maroni e Zaia) sono ancora troppo legati al ‘Nord’ per poter insediare la leadership del neo-Ministro. Il suo orizzonte è, ovviamente, di passare dal Viminale a Palazzo Chigi e per farlo punta tutto sul Ministero dell’Interno per ‘arginare l’invasione dei migranti’. In questo ambito, Salvini punta più alla ‘percezione del pericolo’ e alla creazione di una ‘narrazione’ del Ministro sceriffo in contrapposizione al ‘business dell’immigrazione’: ONG, scafisti, criminalità, eccetera. Il suo esempio? Viktor Orban e l’Ungheria.

Pur fiancheggiato dall’estremo attivismo social del Movimento 5 Stelle ed i suoi aderenti, Di Maio non può competere con Salvini nell’ambito della comunicazione politica. Il Segretario Federale della Lega è riuscito, negli anni, ad affiancare alla propria attività politica, quella dell’influencer politico portando coniugando il culto della personalità proprio del Berlusconismo al presenzialismo social proprio del Renzismo. Soprattuto, al contrario di Di Maio che è ‘secondario’ rispetto al Movimento, Salvini ha condensato questo consenso su se stesso più che sul partito.

La maggior libertà di azione fornitagli sia dal Partito che dal ruolo ministeriale ha messo Salvini in pole-position per divenire il’Premier nascosto’ di questo governo. La telefonata con Orban atta a ‘concordare’ un’alleanza ‘per cambiare l’Europa’ è un atto di politica estera, non interna. Il supporto arrivato dal governo popolar-nazionalista di Sebastian Kurz in Austria può essere limitato alle politiche sui migranti, ma diventa un’altra vittoria di Salvini. Così come il ‘No’ alla riforma del Trattato di Dublino che ha riscosso l’appoggio di Angela Merkel, svelta a riconoscere che l’Italia ‘sia stata lasciata sola ad affrontare l’emergenza migranti’ (rifiutando ogni ipotesi di taglio del debito italiano). Nel silenzio-assenso di Luigi Di Maio ed in contumacia di Giuseppe Conte.

Intanto, mentre Conte incassa la fiducia al Senato. 171 favorevoli e va domani alla camera per l’ultima fiducia.

Di Maio annuisce, Salvini, sornione, sorride: per lui la corsa a Palazzo Chigi inizia in discesa, da leader nascosto dietro la retorica del ‘Cambiamento’.


Letture Consigliate

Ovvero cosa vi consigliamo di leggere se vorreste approfondire alcuni temi dell’articolo:

  • di Simone Cosimi, un bell’articolo-reportage sui rischi del modello Orban: Wired Italia
  • Casaleggio, populismo e Movimento 5 Stelle: Financial Times e The New York Times
  • di Jacopo Barigazzi, il commento al discorso di Conte: POLITICO
  • Mario Draghi e il supporto (involontario) alla crescita del populismo italiano: POLITICO

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma è stato uno dei più brillanti politici italiani. Se mi dicessero di votare ora, implorerei Odino di darmi il dono della preveggenza. Se mi chiedono di dove sono, sono nato lì, ma ho vissuto anche là e là, e anche laggiù, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio perchè sono di Genova. Se mi chiedono dove vivo, rispondo: fai tu, ma fra Berlino e Torino.

Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva (Star Trek compresA). Gra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic e i Lakers, SEMPRE. Come mi definirei? Un nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto di scrivere per passione.

Commenta!

avatar
  Subscribe  
Notificami