La crisi di Ferragosto: perché al peggio non c’è mai fine

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Come ancora si riesca, in Italia, a prendere sul serio la politica a fronte della Crisi di Ferragosto, rimane un mistero.

Quella che passerà alla storia come la “Crisi di Ferragosto” ha un nuovo personaggio: Romano Prodi, fresco ottantenne, che sul Messaggero lancia la coalizione “Orsola” fra PD e M5S (con un pizzico di Forza Italia) per “una maggioranza costruita attorno a un progetto di lunga durata” nella “prospettiva dell’intera legislatura”.

Progetto a cui starebbe lavorando il vicesegretario del PD Andrea Orlando. Dall’altro lato ci sarebbero il Presidente della Camera Roberto Fico e il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Vincenzo Spadafora. Questo, almeno, secondo le indiscrezioni de La Stampa.

Tutto fatto dunque?

Assolutamente no. Sempre La Stampa ci comunica che Matteo Renzi sarebbe contrario a tale coalizione, preferendone una di scopo a breve termine (primavera 2020) che eviti l’aumento dell’IVA e porti il paese ad elezioni. “Quando il Paese rischia, le Istituzioni vengono prima delle ambizioni. Votando a ottobre, l’Italia va in recessione. Prima si pensi ai risparmi delle famiglie, poi alle correnti dei partiti” dice l’ex-Premier su Twitter.



PD sì o PD no?

Sul lato opposto, intanto, i propositi bellicosi della Lega sembrano essere rientrati con Matteo Salvini che rilancia la maggioranza gialloverde, ma senza l’attuale premier Conte con cui i rapporti sono (apparentemente) compromessi. “O Governo o voto” dice il Ministro, ovviamente su Facebook perché gli uffici stampa non sono più di moda.

Beppe Grillo, redivivo, battezza – sempre su Facebook – Zingaretti come unico possibile alleato, ma Di Maio (ergo la Casaleggio Associati), riportano vari quotidiani, tentenna. Intanto, sempre secondo La Stampa, il Senatore Luigi Paragone si scopre “pontiere” e avvia il dialogo col sottosegretario leghista Claudio Durigon allo scopo di salvare la maggioranza.

Non manca Alessandro Di Battista che, su Facebook (anche lui, ma tant’è) denuncia il “Ministro del Tradimento” Salvini e si augura, se mai si tornasse con la Lega, che gli interlocutori siano altri, mentre il suo nome fa capolino nelle liste dei ministri di un ipotetico esecutivo giallo rosso (assieme, peraltro, a Minniti e Enrico Letta).

Nel frattempo, anche Liberi e Uguali, il cui gruppo parlamentare sopravvive all’implosione del cartello elettorale, starebbe anch’esso trattando con i 5 Stelle per sostenere un eventuale esecutivo M5S-PD-LeU.

Intanto, nel paese e sui social, i vari schieramenti di elettori/tifosi litiga, insorge e commenta. C’è chi, dal 5 Stelle, preferirebbe tornare con Salvini invece di andare con i “Piddini-Piddioti” e chi, stesso schieramento, preferisce spammare l’hashtag #SalviniTraditore accompagnandolo a una pioggia di meme confezionati ad hoc contro il Ministro dell’Interno.


Le sorti progressive del paese

Sul lato dell’opposizione, abbiamo chi si oppone ad ogni alleanza con quelli che, a tutti gli effetti, hanno votato il Sicurezza bis, difeso la chiusura dei porti e salvato Salvini sul caso Diciotti, fra cui Carlo Calenda, il quale minaccia anche la scissione. Altri, invece, immaginano per il PD un destino “a là” Salvini, ovvero lo svuotamento del 5 Stelle da sinistra e un boost elettorale simile a quello avuto dalla Lega in questi 14 mesi. Altri ancora, vedono nell’unione fra i due la nascita di un Governo senza difetti, in cui la “competenza” democratica ovvierebbe alla palese “inesperienza” del MoVimento mentre le istanze sociali di quest’ultimo andrebbero a ricondurre il PD sul sentiero del socialismo.

Più che un governo, l’esecutivo giallorosso diventerebbe una sessione di psicoterapia di gruppo.

Intanto, tutti aspettano martedì 20 agosto quando, finalmente, Conte andrà in Parlamento a riferire. Se ci arriverà come Premier in carica o dimissionario, non è dato saperlo, anche perché ipotizzare che la decisione – e ci perdonerà “l’avvocato del Popolo” – sarà personale significa ignorare la storia di questo governo e il ruolo strategico giocato da Rocco Casalino a Palazzo Chigi.

Senza dimenticare che c’è anche la Presidenza della Repubblica e che, nel caso non si fosse notato, la “famosa” sfiducia annunciata urbi et orbi da Salvini non è calendarizzata in Senato, ergo, non sarà oggetto di voto: ovvero, stiamo parlando di una crisi… di nervi.


La crisi collettiva di Ferragosto

Il combinato disposto di questo immenso caos di Ferragosto, è che più che una Crisi di Governo, l’Italia si è ritrovata fiondata in una vera e propria crisi di nervi in cui, da una parte, c’è il “tradimento” di Salvini, dall’altra l’impeto emergenziale di chi è disposto a fare ogni cosa pur di “fermare Salvini” e le elezioni. Anche accettare che gli stessi che ora si ergono a baluardo dello Stato di diritto – Trenta e Conte – hanno votato solo due settimane fa il Sicurezza bis e non basta una lettera aperta – su Facebook, perché pare che il Governo non abbia altro sistema di comunicazione – per cancellare 14 mesi di “porti chiusi”, il caso Diciotti, e il fatto che solo un mese fa, Di Maio menzionava Soros come “pilota” delle migrazioni dall’Africa atte a portare manodopera a basso costo nel paese.

O forse basta visto quanti italiani sono pronti a rinunciare alla lotta alla post-verità (marchio di fabbrica della Casaleggio) e ignorare il populismo-sovranista del M5S perché “c’è da salvare il paese”. Cito, a questo proposito, un passo dello stupendo libro di Ece Temelkuran “Come abbiamo perso il paese, sette passi dalla Democrazia alla Dittatura” riferito alla Turchia del 2007:

“Beh, dolcezza, prima facciamo fuori quei bastardi nell’esercito e poi facciamo fuori Erdogan”
“Ma come, con quale supporto, con che poteri?!”
“Se così naif mia cara: questa è politica, si fanno alleanza e faremo nuove alleanze”.

Sappiamo come è andata a finire, eppure, in Italia, tantissimi sono pronti a sdoganare a sinistra MoVimento 5 Stelle regalandoci un quadro elettorale frazionato in tanti diversi sovranismi sanzionando la sconfitta definitiva della liberaldemocrazia nel paese.



I partiti squassati

Dietro “l’emergenza democratica” si nascondono anche logiche di sopravvivenza politica.

Il PD è un partito ancora molto debole. Renzi, prima dello scoppio della crisi, era dato in uscita ed aveva fatto trapelare la notizia che in autunno sarebbe nato il suo partito “Azione Civica”. Invece si è trovato a gestire la crisi in prima persona approfittando della debolezza politica di Zingaretti, non presente in Parlamento e lì rappresentato da una maggioranza di rappresentanti “renziani”. Numeri che cambierebbero drasticamente in caso di elezioni anticipate, lasciando Renzi senza rappresentanza qualora Azione Civica non concretizzasse entro il 2020. Allo stesso modo, nessuno può dire quanti PD – uno? due? tre? – si presenterebbero alle elezioni.

Liberi e Uguali, come già detto, non esiste più da parecchi mesi e resiste solo come gruppo parlamentare per evitare il gruppo misto e con la legge attuale le varie componenti di LeU finirebbero fuori dal Parlamento.

Forza Italia, che ha più o meno gli stessi parlamentari della Lega, si ritrova in una situazione simile a LeU. Il partito è già de facto scisso fra Berlusconi e Toti con quest’ultimo che ha già pronto simbolo e alleanza (Lega). Andare ad elezioni significherebbe andare al Governo e mettere Berlusconi in pole-position per il Quirinale, ma anche perdere parlamentari, cosa non auspicabile per un partito moribondo, ma con ancora forti potentati locali.


L’errore di Salvini

Alla luce del “pentimento” delle ultime ore, sembra sempre di più che Salvini abbia fatto scattare la crisi o per a) ottenere più peso politico nel governo (leggasi: trasporti, economia e difesa) e capitalizzare il suo “successo” alle Europee e/o b) confidando in un governicchio di scopo di 4-5 mesi atto a svincolare l’aumento dell’IVA.

In pratica, nel secondo caso, Salvini scommetteva sul fatto che il PD avrebbe spinto, per evitare l’IVA, sulla stretta di bilancio, permettendo a lui – quello de “la Manovra 2020 è già fatta” – di presentarsi alle elezioni come il “salvatore della patria” ingiustamente relegato all’opposizione nonostante il consenso popolare.

Così facendo, però, ha sottovalutato la volontà dei 5 Stelle di non lasciare il Parlamento e quella del PD di evitare le elezioni. Andare all’opposizione per due/tre/quattro anni non è un’opzione perché perderebbe la sua fucina di voti (il Viminale) e andrebbe ad indebolirsi, fino a sparire, a livello internazionale (quindi anche agli occhi della Russia). Inoltre si troverebbe sotto accusa da parte del Nord, quindi Maroni e Zaia, per non aver portato a casa l’autonomia differenziata.

Il suo “Ricatto di Governo” al 5 Stelle si basa sul “senza di me non governate, quindi tiro la corda” facendo anche leva sull’inettitudine politica della controparte. La crisi ha dimostrato a Di Maio (e alla Casaleggio Associati) che esiste un “piano B”: l’Orsola tanto cara a Prodi.

Nel paradosso di Ferragosto, ora i rapporti di forza della maggioranza sarebbero più equilibrati, ed è per questo che, umilmente, penso che il prossimo governo potrebbe essere, di nuovo, gialloverde. Magari senza Conte, magari senza Salvini stesso. Le indiscrezioni sembrano dire altro, ovvero che il M5S abbia “scaricato Salvini” a 48 ore dalle comunicazioni di Conte. Che vuol dire? Tutto e niente, potrebbe essere l’ennesima manovra per “trovare un nuovo interlocutore nella Lega (Giorgetti)” o il primo passo verso una mozione di fiducia verso Conte con automatico cambio di maggioranza verso il PD o, semplicemente, l’inizio del nuovo “contratto di Governo” con il centrosinistra.



Intanto, mentre il popolo di tifosi litiga e i politici cercano una soluzione scartabellando il manuale Cencelli e il Risiko, la realtà del paese rimane ignorata. Una domanda, in particolare, non trova risposta e la fa, magistralmente, l’economista della LUISS Veronica De Romanis quando chiede a Renzi, su Twitter:

“Senatore dica COME intende finanziare 23 mld per IVA e 18 mld privatizzazioni mancate necessari per calo debito. Più disavanzo? Margini flessibilità sono ristretti: il suo Governo li ha praticamente esauriti. Restano, quindi, taglio spese o aumento tasse. Lei cosa vuole fare?”

Già come vorrebbe Renzi risolvere il problema Renzi? E Di Maio? E Salvini? E Zingaretti?

Un’ottima domanda, peccato che sembri non fregare nulla al paese.

 

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