In difesa dell’Olanda, sì, proprio l’Olanda di Rutte che “ce l’ha giurata”.

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Recovery Fund: perché l’italia per una settimana ha sparato consapevolmente fango e monnezza sull’Olanda di Mark Rutte

L’Olanda di Mark Rutte non ha certo bisogno della mia difesa. Infatti, non sto scrivendo questo post per una mia malcelata simpatia per i Paesi Bassi, né perché a libro paga di qualche misteriosa organizzazione olandese.

Scrivo perché “difendere” l’Olanda significa ripercorrere l’immensa mole di immondizia informativa sfornata durante e prima del Consiglio Europeo contro gli olandesi permette di analizzare il funzionamento della nostra industria più efficiente: quella del fango, atta a generare la narrazione del paese, l’Italia, in perenne credito con l’Europa per colpa di un “generico nemico europeo” o “GNE”.

Perché il succo della campagna anti-olandese a cui abbiamo assistito è questo: dipingerci come piccolo paese vittima delle regole e delle prepotenze degli altri per nascondere la nostra incapacità/mancanza di volontà nel risolvere un problema o di accettare le nostre responsabilità.

Attenzione: questo post è bipartisan, anche se il bersaglio è il governo si noterà facilmente come il discorso è assolutamente valido anche per l’opposizione.


I “generici nemici europei”

Diventare uno GNE è molto facile, non serve neanche nominare l’Italia, facciamo tutto noi in casa. Come è accaduto per la Svezia, diventata GNE semplicemente perché non ha attuato la “chiusura totale all’Italia” e, nel farlo, non sono stati la Germania, hanno avuto morti e noi li abbiamo additati per sentirci meglio.

GNE sono stati anche l’Austria e la Grecia, corree di non voler riaprire i propri confini quando volevamo noi privandoci gli uni dei turisti tedeschi, gli altri di andare a Ios, Mykonos e Atene. Ma ci pensate che ‘poracci’?

La Germania è ciclicamente GNE, non importa per cosa, a volte perché crescono, altre perché decrescono, spesso perché “violano i trattati europei sul surplus commerciale”, una falsità che Giuseppe Conte ha avuto anche il coraggio di raccontare ai tedeschi stessi in un’intervista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung.

Come dimenticare la Francia, GNE perché rea, ai tempi della “crisi dei migranti” del 2018/19, di aver chiuso le frontiere consapevole che il sistema di “accoglienza” italiano tendeva a chiudere più di un occhio sull’uscita dal paese dei cosiddetti “dublinanti”?

Non importa quale sia il motivo: se alla propaganda italiana serve, allora, caro paese XXX diventerai anche tu uno GNE!


Come ti divento uno GNE

L’esempio francese torna utile per capire il funzionamento del GNE. Ai tempi, il Governo Conte I era all’apice della scelta, condivisa fra M5S e Lega, di chiudere i porti, criminalizzare le ONG e attaccare la UE perché “non ci aiutava”.

I grandi giornali italiani, G-I-U-S-T-A-M-E-N-T-E, si erano schierati contro tali politiche inumane e questo, per un partito, il M5S, sempre attento agli umori popolari stava diventando un problema. La soluzione è stata spostare il discorso dalla Libia alla Francia, dai migranti in pericolo in mezzo al mare all’Africa stessa.

Macron si opponeva alle proposte italiane? Bene, è anche francese e come tale “sta lì” a tanti italiani, che si usi il Franco CFA. Di Battista e sodali cominciarono a spiegarci (in TV, sul Fatto, sui social, etc.) che il problema era il Franco CFA, “strumento neocoloniale che alimenta il PIL francese […] crea povertà e spinge i migranti sulle nostre coste”. Che importa che gran parte dei migranti non vengano dalle ex-colonie francesi, la Francia è colpevole a priori di neocolonialismo e, come tale, l’Europa, correa di Parigi, deve aiutarci!

La questione, ovviamente, non aveva alcun senso, come spiegarlo alla rabbiosa opinione pubblica italiana e in pochi giorni ci siamo trovati dal discutere dei trattati internazionali violati ai massimi sistemi storico-geografici. E se si provava ad andare oltre, si parlava di Gheddafi, della Total, di Fincantieri fintanto che del (non) furto della Gioconda.

Schema classico del populismo: se il problema è A, io ti rispondo con B e mentre cerchi di spiegare B per tornare ad A, io intanto incalzo fino all’esaurimento nervoso dell’interlocutore. C

Come in Ungheria e in Turchia: siamo vittime, gli altri truffano, noi no perché siamo buono, forse anche un po’ tonti, di sicuro siamo state vittime, ora basta però!


L’Olanda e l’Italia

Se siete arrivati fin qui, avrete capito qual è il sottotesto di quest’articolo: per quanto proviamo a far finta di nulla, siamo uno dei paesi più populisti d’Europa.

Partiamo dalla realtà del confronto Italia-Olanda.

Da una parte abbiamo i Paesi Bassi, il principale contributore netto pro-capite e per reddito nazionale lordo della UE [NB: pro-capite, la Svezia è seconda, Danimarca quarta, Austria sesta, noi settimi; per RNL l’Italia viene praticamente dopo tutti i frugali, la Germania, la Francia e il Belgio]. Un paese il cui debito pubblico, è del 48,60% del PIL, non ha mai superato il 73% e la cui spesa pubblica è di 6 punti sempre inferiore a quella italiana, nonostante regga un sistema di welfare ben più forte del nostro.

Dall’altra ci siamo noi, un paese che storicamente finanzia a deficit ogni finanziaria arrivando a fare deficit per saldare il deficit dell’anno precedente. Siamo afflitti da una crescita stagnante e, storicamente, non rispettiamo i trattati europei e non solo quelli fiscali, siamo al primo posto per numero di procedimenti al Tribunale Europeo. Inoltre sono decenni che promettiamo riforme che poi non facciamo allo scopo di ottenere la flessibilità necessaria per fare altra spesa.

Un modo di fare che dava già fastidio all’Olanda e gli altri frugali quando i soldi sperperati erano solo quelli italiani, figuriamoci quando il rischio tocca anche quelli olandesi, che è poi il concetto alla base del debito condiviso su cui costruire il Recovery Fund.


Le ragioni olandesi

In questo quadro, l’Olanda, che mai si è opposta al Recovery Fund, comincia a contestare l’ammontare totale dell’importo (che in percentuale diventerà debito anche dei frugali), la ripartizione fra grants/prestiti (ovvero quanto di quel debito non dovrà esser rimborsato da chi lo chiede) e il meccanismo di controllo, ovvero se operare un controllo infragovernativo in contrasto con quello politico della Commissione, spesso, vedi Juncker, troppo accondiscendente verso i paesi non rigoristi.

Stava difendendo i propri interessi? Sì, come noi i nostri e, nel farlo, ha sollevato questioni come la governance UE e il sistema di verifica dei conti di indubbio valore. Sarebbe stato immensamente costruttivo dibattere di questo in Italia, invece abbiamo deciso di accendere la macchina del fango.


Il “paradiso fiscale”

Il punto di partenza è stato la questione dell’Olanda “paradiso fiscale” che “ci ruba tasse e imprese”.

Leggiamo a tal proposito, cosa ha scritto il vice-direttore del Corriere, Federico Fubini:

“Rutte vuole il mercato aperto e le sedi fiscali delle imprese degli altri Paesi del club, ma non intende finanziare il funzionamento del sistema, vuole una moneta globale, ma chiede un veto del suo parlamento sui programmi europei degli altri governi e non riconosce il lavoro della Commissione” [oddio sembra la descrizione dell’Italia, NdR].

In questo, continua Fubini, “l’Olanda di Rutte sarebbe una nuova Gran Bretagna” che “non vuole i costi, solo i benefici” della UE.

L’esempio pronto all’uso è FCA andata in Olanda per “pagare meno tasse”. Peccato che  la sede fiscale del Gruppo sia in Inghilterra e che in Olanda ci sia solo quella legale. Peccato che FCA, come tutte le società, operi nei paesi in cui ha stabilimenti/attività come società di diritto di quel paese e, quindi, FCA Italia produca, paghi le tasse, l’IMU, l’IVA e gli stipendi in Italia.

In nessuna realtà possibile, l’Olanda un paradiso fiscale. Non lo dico io, ma sia l’elenco ufficiale del Governo italiano, sia quello dell’Unione Europea che non ha i Paesi Bassi nell’elenco. Ci sono invece alcune sue dipendenze d’oltremare, ma quello è un problema sollevato anche all’interno del paese.

Semplicemente, l’Olanda è un paese che ha scelto una fiscalità pro-impresa. Come?

  • Tassazione sull’imprese:
    • OLA 20% fino a 200.000 euro di utili / 25% sopra i 200.000 euro.
    • ITA 24% + Irap 3.9% + addizionale regionale.
  • IVA:
    • OLA 21%
    • ITA 22%
  • Pressione fiscale:
    • OLA 39,2% del PIL
    • ITA 42% del PIL                    

Ma com’è possibile?

Eppure, dicono i critici, le entrate fiscali dalla tassazione dell’impresa in Olanda equivale al 3,05% contro l’1,75% dell’Italia! Rubano!!!

No, la differenza è nei dettagli. In Olanda, i profitti da partecipazioni in società controllate non sono tassati, in Italia subiscono un’aliquota del 26%. Oltre a quello, in Olanda per avviare un’attività ci vogliono 4 giorni contro gli 1-12 mesi dell’Italia, i processi fallimentari durano in media 1 anno rispetto a 5,3 anni dell’Italia e la durata media di un processo in generale è di 514 giorni contro i 1250 nostri.

Ci sarebbe anche una normativa sul lavoro ben fatta, ma non vorrei mettere troppa carne al fuoco perché il succo è che sì, l’Olanda sarà anche particolarmente aggressiva, ma puntarle il dito contro serve a nascondere le nostre deficienze.

Qui si vede tutta l’idiosincrasia della propaganda italiana. Da una parte abbiamo la critica ad un paese identificato come “rigorista” e “turboliberista” nonché truffaldino. Dall’altra, invece, ignoriamo che proprio quel sistema lì tiene in vita un welfare osannato dal M5S, dal PD e anche da Milena Gabbanelli, nota castigatrice dei “paradisi fiscali europei.

Anche questo sarebbe stato un bel argomento su cui discutere, ma no, l’Olanda è GNE, che fango sia.


Il fango su Rutte

La questione “paradiso fiscale” ha aperto le danze, ma durante il Consiglio serviva qualcosa di più, tipo difendere la posizione italica e, allo stesso tempo, esaltarne il leader, Giuseppe Conte.

Serviva spostare la mira e dall’Olanda passare al suo premier, Mark Rutte. L’avvio della macchina è stato di Conte:

“Caro Mark, capisco che tu abbia in testa solo le elezioni che a primavera ci saranno nel tuo Paese. E capisco pure che ognuno ha il suo Salvini”.

Frase a cui, fossi stato Rutte avrei risposto:

“Caro Giuseppe, tu le elezioni le hai a settembre, sono solo regionali, ma sai bene quanto il tuo governo rischi in caso di sconfitta in Toscana e Puglia”.

Da qui in poi, la stampa italiana è andata giù a valanga:

L’Olandese arcigno che l’ha giurata all’Italia” (La Repubblica), frase a cui manca un “Ehi, frate” per condensare il senso dell’articolo peraltro non distante da quanto scriveva anche il Fatto Quotidiano;

Il leader olandese pure nella vita privata è ossessionato dal controllo delle spese” (La Stampa) segue descrizione dell’appartamento di Rutte, della sua bicicletta, perché si sa che queste era il vero centro del dibattito al Consiglio;

E’ bastato il Rutto di un olandese” (Libero), parole di Paolo Becchi, sovran-leghista con un passato da pentastellato con blog sul Fatto Quotidiano;

Rutte vuole far pagare tutte le olandesi trombate dai vitelloni italiani in riviera?” (Dagospia);

“[Conte deve] purgare l’Olanda”, “L’Olanda ha deciso di assassinare l’Europa” (La Notizia, quotidiano vicino al M5S).

Il capolavoro è di Andrea Scanzi (il Fatto Quotidiano), di professione urlatore mediatico che su Facebook ha scritto:

“La trattativa con l’Europa è durissima perché i paesi rigoristi (cioè i sovranisti amici di Salvini e Meloni) preferirebbero vederci morti piuttosto che aiutarci sul serio”

Un semplice tocco del maestro e puff, il governo liberal-popolare olandese, quello popolar-verde austriaco e quelli socialdemocratici danese, svedese e finlandese sono tutti diventati “sovranisti amici di Salvini e Meloni”.


La domanda sorge spontanea: trasformare l’Olanda e Rutte nella seconda venuta delle piaghe d’Egitto, è servito alla trattativa?

No e non era l’obiettivo. Trasformare i Paesi Bassi in uno GNE serviva a nascondere sotto la retorica del “ci vogliono male” tutte le legittime preoccupazioni degli altri paesi sui nostri difetti strutturali e, soprattutto, glorificare la figura di Giuseppe Conte, ultimo baluardo contro l’orda sovranista e populista.

Ma l’altra, quella che inneggia al panzerotto e alla pizza, non quella impomatata con il fazzoletto nel taschino.

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