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Russia, Cina e USA: quella voglia di un nuovo ordine a spese della UE

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Russia, Cina e USA hanno una cosa in comune: usare la UE per i loro interessi nazionali. Un sacrificio verso un nuovo ordine mondiale.

Il mondo, inteso come quello industrializzato, sembra avere una strana, ed infausta, nostalgia per periodi più semplici, come la Guerra Fredda e i “fantastici” anni 80.

Si tratta di un fenomeno globale di cui il neo-reganiano Trump e il tradizionalista Putin rappresentano i (peggiori) esempi.

Un fenomeno di cui l’Italia fa parte, come dimostra questo crescente neo-Craxismo pro-svalutazione ed anti-contemporaneità chiamato, comunemente, sovranismo.

Solo che dietro non c’è solo il rimpianto dei “gloriosi” anni 80, delle spalline o dei Duran Duran, ma un progetto che mira a riconfigurare gli equilibri di potere del mondo fra USA e Cina, con la partecipazione straordinaria della Russia. Comprensibile visto che il terreno di conquista è, come sempre, l’Europa.


La reazione

Per capire meglio il fenomeno, però, è importante partire dal principio.

Trump, Putin, Salvini e le politiche stataliste del MoVimento 5 Stelle sono la punta dell’iceberg di una reazione tradizionalista/sovranista che ha radici lontane.

Essa nasce come risposta – ai tempi, chi vi scrive era un No-Global – alternativa ai fenomeni dell’internazionalizzazione del commercio (la “rivolta dei popoli contro il turbocapitalismo mondialista”, cit.) e diventa poi un rifiuto alla commistione culturale che deriva non solo dalle migrazioni, ma dall’iper-connessione del mondo contemporaneo.

Una negazione della realtà già passata che genera cambiamento e, con esso, dubbio, insicurezza e perdita dei punti di riferimento.

Come dell’identità culturale o dello “Stato-Nazione”.


La crisi dello Stato-Nazione

La globalizzazione spaventa perché allontana idealmente i centri direzionali dal “popolo” ed intimorisce perché crea un sistema di contrappesi economici e politici complessi.

Conseguentemente, a entrare in crisi è lo “Stato-Nazione” che nasce sotto la promessa di favorire gli “interessi nazionali” del paese e, di conseguenza, della comunità che lo abita, quello che diventa popolo sovrano.

La globalizzazione rende il “sistema Stato” obsoleto e sostituisce il mercato interno a quello globale e questo sia per le merci che per le persone. Ne risulta la polverizzazione del tessuto produttivo e intellettuale nazionale che nel pre-WTO, era considerato il focus della vita della persona “normale”.

Il resto, il mondo “internazionale”, era lasciato alle “grandi multinazionali”, ai “potenti”, ai “mercati”.

“Ma è ancora così” diranno alcuni. Non è vero.


Maschere


Il mondo di una volta…

Un tempo, per un giovane laureato italiano, l’orizzonte primario del suo futuro era l’Italia stessa. I “cervelli in fuga” (una definizione che andrebbe abolita) erano i fisici o i matematici che andavano negli Stati Uniti o in altri paesi europei. Una prospettiva che si è invertita quando il mondo “al di là delle Alpi” è divento più vicino grazie alla maggiore interconnessione della comunità scientifica e la trasmissione delle idee. Un mondo che investe sia in Università che in R&D, ricerca e sviluppo, ovvero più fondi per la ricerca e più lavoro.

Stesso discorso per le merci. Rimanendo in Italia, per tutti gli anni 70-80 il gruppo Fiat poteva non innovare e non investire in ricerca perché aveva il quasi totale monopolio del mercato interno. Come molte altre aziende, Fiat si è accontentata di questa situazione, facendo credere ai proprio lavoratori (dipendenti e indotto) che quel sistema potesse reggere per sempre.

Solo che, alla fine è arrivato il WTO ed il bluff è stato scoperto.


Il mondo odierno…

Ora, a decenni di distanza, vediamo che i mercati primari, per molte aziende, non sono quelli locali, ma quelli stranieri, basti vedere il peso del mercato tedesco per tutto il settore dei semilavorati meccanici italiani.

A cambiare è la connessione politico-economica che non è più, o non solamente fra, per esempio, Lombardia e Liguria, ma fra la Provincia di Bergamo ed il Giappone, fra quella di Treviso e la Cina. Quelli sono i mercati di arrivo o partenza delle merci, lì  nasce il fatturato ed il lavoro di un’azienda e del suo indotto.

Si può discutere se il modello occidentale sia una reale fonte di progresso (in parte, almeno finché non diventare un modello ecologicamente sostenibile), ma la realtà è che il WTO ha portato all’allargamento della “ricchezza” del pianeta al di fuori delle mura dell’Occidente: esattamente quanto successo in Cina, Vietnam e India.


Rinunciare a qualcosa

Nel farlo, ogni Stato del vecchio sistema a trazione occidentale ha dovuto rinunciare a qualcosa. Gli Stati Uniti al proprio manifatturiero, sostituito dalla Silicon Valley e dalla finanza. I paesi europei alla propria “sovranità nazionale” confederandosi, o cercando di farlo, nell’Unione Europea.

Proprio noi europei abbiamo assistito ad un processo di agglomerazione naturale e razionale basato sul principio del “da solo uno stato di 50-60-70-80 milioni di abitanti non può produrre quanto uno di 1 miliardo”.

Il problema è che alcuni stati hanno visto arrivare questo cambiamento (Germania e Olanda per esempio), altri hanno fatto spallucce nascosti dietro una classe politica ed una imprenditoriale poco lungimirante.

E noi elettori? Troppo impegnati a guardare Drive-In e ballare in discoteca per accorgersene.


Spazio Europa


Il nuovo (vecchio) ordine mondiale

Perché vi ho fatto questa lunga introduzione? Perché capire il WTO e l’evoluzione mondiale degli ultimi 20/30 anni è fondamentale per capire cosa sta succedendo nel mondo, perché l’Unione Europea è sotto attacco da USA/Russia, perché la Cina è un alleato pericoloso e qual è il ruolo dell’Italia in tutto questo.

Partiamo dalla UE. In qualunque modo la si voglia giudicare, l’Unione Europea rimane uno dei principali player economici mondiali. Essa rappresenta un mercato di mezzo miliardo di persone e il 27.87% della ricchezza globale oltre che con un livello di esportazioni pari a quello della Cina.

I numeri sono la sua forza, quella che gli permette di “imporre” all’esterno le proprie normative produttive e commerciali. Non è un caso che la UE venga descritta come il “principale soggetto normativo mondiale”, ed è proprio per questo che è sotto attacco.


La visione USA

Donald Trump ha un obiettivo, anche abbastanza chiaro e dichiarato: riconfigurare il WTO in maniera favorevole agli Stati Uniti. Ovvero di limitare la crescita della Cina e mantenere il proprio primato mondiale.

Questa è la visione dei think tank conservatori e alt-Right che considerano il rallentamento dell’espansione commerciale cinese, l’unico modo di procrastinare l’inevitabile confronto con il gigante asiatico.

Demolire il WTO significa anche restaurare la posizione imperiale degli Stati Uniti limitandone il reach, ma potenziandone l’efficienza. Un paradigma totalmente opposto a quello multipolare di Clinton e Obama.

Allo stesso tempo, lo stesso processo serve per ricondurre gli europei a più miti consigli e “tagliare le gambe” alla potenza regolamentatrice della UE in quanto contraria ai principi neoliberisti e anarcocapitalisti del Presidente. Soprattutto, questo minerebbe l’indipendenza geopolitica degli europei che rimangono, nell’ottica USA, paesi NATO e la naturale naturale sponda oltre-atlantico della sfera di influenza statunitense.


L’Iniziativa cinese

La Cina ha preso da anni una strada ben precisa, quella di creare un proprio sistema di diffusione delle sue merci e dei suoi prodotti che sia “proprietà diretta” del governo cinese. Un piano prettamente ordoliberista.

In Africa, dove Pechino investe miliardi ogni anno, i suoi progetti sono condotti, infatti, da ingegneri cinesi con manodopera cinese per aziende cinesi. Stesso discorso per la “Belt and Road Initiative (BRI)” del Presidente, quasi a vita, Xi Jingping, che altro non è che un progetto neocolonialista su infrastrutture a co-partecipazione cinesi.

Progetti molto cari che producono tonnellate di debito.

I risultati sono evidenti in Tajikistan, il quale ha rinunciato a 1.158 km2 di territorio conteso con la Cina per farsi cancellare il debito. O in Sri Lanka che, per lo stesso motivo, ha ceduto a Pechino il porto di Hambantota ed ancora in Zambia, che, per gli stessi motivi, ha ceduto un aeroporto e la società elettrica nazionale.

Motivi per cui Nepal, Pakistan, Malesia e Myanmar hanno tutti rinunciato o ridimensionato progetti legati alla BRI.



Le mire cinesi

Ci sarebbero poi anche le Maldive che hanno dovuto cedere intere isole ai cinesi o la Cambogia ed il Laos, casi che hanno spinto l’FMI a lanciare l’allarme sul rischio debito connesso al progetto di Xi.

Ma questo sono solo tappe intermedie perché il fine del BRI è il principale mercato estero delle merci cinesi: l’Europa. Mire che sono anche geopolitiche: cosa c’è di meglio, per raggiungere un accordo di spartizione del mondo con gli USA, di avere come alleati commerciali i paesi della NATO?

Non a caso sull’adesione alla BRI esistono forti resistenze interne ai 27, tranne che per due paesi: la Grecia, alla ricerca costante di investimenti nel paese e il Governo sovranista italiano.

Solo qualche giorno fa, infatti, Luigi Di Maio si augurava che l’Italia, e i suoi porti, sia il primo paese europeo ad entrare nel BRI del “Presidente Ping”.


Il punto di vista della Russia

A completare il quadro c’è il rivale regionale della UE: la Russia di Vladimir Putin.

Il ragionamento russo è molto semplice. Nel nuovo mondo bipolare che potrebbe configurarsi, la Russia, da sola, rimarrebbe una potenza dimezzata forte solo di un grande esercito e di tonnellate di idrocarburi (grazie a Rosneft e Gazprom).

In questo, la UE è sua rivale diretta perché come soggetto economico diminuisce il potere di contrattazione economico della Russia nei confronti dei paesi membri. In qualità di soggetto politico difende delle posizioni liberali e internazionaliste che sono contrarie a quelle bipolari moscovite.

Per Putin, infatti, la UE dovrebbe “destrutturarsi autonomamente” lasciando spazio alle “nazioni”. Un passo propedeutico al varo, come dice Dugin, di un nuovo patto “euroasiatico” fra “Bruxelles” e Mosca, che poi è la tesi di buona parte dell’establishment filorusso occidentale.


L’Italia in mezzo

In questo complesso scenario, l’Italia è la tempesta perfetta, perché è fortemente indebolita da 30 anni di quel pessimo autogoverno di cui parlavamo sopra.

L’alto debito e la pessima strutturazione dello stesso la rende estremamente fragile ai refoli dei mercati. L’alta spesa pubblica la rende affamata di investimenti e la “percezione” della contemporaneità è alterata da 30 anni di governi, da Craxi a Conte, che hanno individuato (Prodi I a parte) nell’Europa il capro espiatorio perfetto per nascondere l’inadeguatezza loro e del sistema Italia.

Siamo noi la pedina usata da Putin, Trump e Xi per ridisegnare l’ordine mondiale e lo facciamo con quello stolto autocompiacimento di chi pensa di essere più furbo.

Solo che ne a Trump ne a Putin interessa molto del salario del lavoratore di Pescasseroli e a Xi interessano solo i porti e le strade del paese.

E a noi sembra interessare solo continuare a guardare indietro, verso gli anni 80.


Letture consigliate


il Caffè e l’Opinione

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma è stato uno dei più brillanti politici italiani. Se mi dicessero di votare ora, implorerei Odino di darmi il dono della preveggenza. Se mi chiedono di dove sono, sono nato lì, ma ho vissuto anche là e là, e anche laggiù, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio perchè sono di Genova. Se mi chiedono dove vivo, rispondo: fai tu, ma fra Berlino e Torino.

Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva (Star Trek compresA). Gra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic e i Lakers, SEMPRE. Come mi definirei? Un nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto di scrivere per passione.

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Simone BonzanoNicola Tinebra Recent comment authors
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Nicola Tinebra

Grazie, in genere sono sostanzialmente d’accordo con le vostre analisi e lo sono anche in questo caso, non sono d’accordo pero con l’accostamento di Trump a Regan, magari Trump fosse un secondo Regan, purtroppo e solo un bullo che sta danneggiando seriamente tutti ed in primis gli Stati Uniti, e lo stesso vale per l’accostamento tra i nostri attuali ineffabili governanti e Craxi. Buon lavoro