Petrolio, Russia ed Iran: l’Arabia Saudita e la sua svolta – il Caffè della Domenica del 12-11-2017

 La mappa del Medio Oriente diviso fra interessi sauditi, iraniani, turchi e russi. il Caffè e l'Opinione

La mappa del Medio Oriente diviso fra interessi sauditi, iraniani, turchi e russi. il Caffè e l’Opinione

L’Arabia Saudita si trova incastrata in un conflitto regionale con l’Iran che sembra trovare un nuovo fronte: il Libano. Fra politica ed economia una battaglia per il petrolio che va dal Venezuela all’Oman e che ha come protagonista, anche Mosca.


Mosca, Teheran e Riyadh: il triangolo del petrolio

Tradizionalmente l’Arabia Saudita ha sempre scelto un ruolo geopolitico defilato, dietro le quinte, da mediatore. Forti dell’alleanza con gli Stati Uniti e del controllo sull’OPEC, l’organizzazione dei produttori di greggio, i monarchi sauditi non hanno mai sentito la necessità di “gettarsi nella mischia” ed infatti l’ultimo loro intervento militare risale alla prima Guerra del Golfo nel 1991. Da allora più niente, poiché preferiscono far parlare i soldi piuttosto che le armi.

Dollari e soft-power. Per capire questa “dottrina” basti guardare la Siria, dove i sauditi hanno finanziato vari gruppi di ribelli integralisti o l’ascesa al poter di al-Sisi in Egitto, supportata da Riyadh contro i “nemici” dei Fratelli Musulmani.

Nell’ultimo periodo, con l’embargo al Qatar e la guerra in Yemen, tale atteggiamento è cambiato e la causa è una: la sopravvivenza economica della Monarchia Saudita. Sembrerebbe strano parlare di sistema economico in crisi per il maggior esportatore mondiale di greggio eppure questa è la realtà del Medio-Oriente a fronte dell’avanzata iraniana e dell’aumento dell’ingerenza russa.

Tutto contro Teheran. Senza ombra di dubbio, l’Iran è il principale rivale politico dell’Arabia Saudita. Entrambi puntano ad avere un ruolo guida sulla regione ed entrambi hanno dalla loro gli idrocarburi, il petrolio per Riyadh, il gas per Teheran.

L’ascesa dell’Iran è iniziata dopo la seconda Guerra nel Golfo, quando è apparso chiaro che senza il gigante persiano, la pacificazione dell’Iraq sarebbe stata impossibile. L’Iraq, ovvero il principale cuscinetto fra le due super-potenze regionali, è entrato così nell’orbita geopolitica iraniana, creando un “confine comune” fra Riyadh e Teheran.

A questo si è aggiunto il supporto iraniano ai ribelli Houthi in Yemen, paese alleato di Riyadh, ed il rafforzamento dei rapporti con l’Oman e, soprattutto, il Qatar, ovvero direttamente in quel Golfo percepito da Riyadh come il proprio “cortile”.

Tutto questo mentre l’Arabia Saudita usciva sconfitta dalla guerra civile siriana, nella quale l’Iran (ed i Russi, ma su di loro torneremo fra un attimo) è riuscito a “preservare” l’alleato Bashar al-Assad. Le milizie ribelli, soprattutto quelle finanziate dai sauditi, sono sconfitte, e anche i Turchi (altri rivali politici dei sauditi) si sono ritagliati il proprio “protettorato” nel nord del paese.

    U.S. Government,  Selected Oil and Gas Pipeline Infrastructure in the Middle East

  U.S. Government,  Selected Oil and Gas Pipeline Infrastructure in the Middle East

Perché tutto questo? Alla base di questo conflitto trasversale c’è il petrolio, il pilastro su cui si fonda il potere saudita e l’obiettivo primario “dell’offensiva” iraniana. Oman ed Iran controllano, infatti, lo stretto di Hormuz, il medesimo tratto di mare dove passa il 20% del petrolio mondiale (18 milioni di barili al giorno) gran parte del quale di origine saudita. In quest’area il Qatar controlla gran parte del traffico di petroliere saudite che vanno verso lo stretto.

Anche lo Yemen fa parte di questa “guerra” del petrolio. Il paese si affaccia infatti sul Bab el-Mandeb, lo stretto che divide l’Oceano Indiano dal Mar Rosso, un canale dove transitano 3.8 milioni di barili di petrolio al giorno ed attualmente sotto il controllo di ribelli sciiti filo-iraniani.

Lo zampino di Mosca. Alla minaccia di Teheran, si aggiunge quella portata dal suo principale alleato politico: la Russia, la quale è silenziosamente entrata in conflitto con i Sauditi nella guerra del petrolio.

Grazie infatti ad una campagna di accordi a tappeto, gli ultimi con Libia, Iran, India, Venezuela e Kurdistan, la Russia controlla, di fatto, gran parte del petrolio mondiale. Ciò permette al Cremlino di avere l’ultima parola sui prezzi del greggio proprio a danno dell’OPEC guidata da Riyadh, che di fatto ha perso il controllo della sua principale risorsa economica.

Proprio dalla Russia potrebbe arrivare l’attacco al terzo outlet petrolifero saudita, il Canale di Suez. Nel dicembre 2016, infatti, Rosneft ha acquistato da ENI parte dei giacimenti petroliferi di Zhor, un forte investimento nel paese che controlla il canale e che preoccupa, e non poco, la monarchia saudita.

MBS. Di fronte a questo tipo di attacco, ai Sauditi serviva una reazione, che è arrivata nella figura dell’erede al trono Mohammed bin Salman. Il giovane principe è ora al centro delle cronache mondiali per l’epurazione dei vertici del regno o per i suoi piani di riforma dell’Islam saudita in senso moderato, ma la sua attività è cominciata nel 2015 quando è diventato Ministro della Difesa.

Sua, infatti, è la decisione di entrare militarmente nel conflitto yemenita e sua la volontà di indire l’embargo al Qatar nel tentativo di rinsaldare il controllo saudita sulla regione. Una dottrina nuova che punta, inoltre, a usare i proventi petroliferi per diversificare l’economia saudita, “aprirsi” agli investimenti esteri (risolvendo la dipendenza dal petrolio), ridurre l’assistenza pubblica ed aprire alla Green Economy. Suo, soprattutto, l’impulso a continuare la vendita del 5% di Aramco, la compagnia nazionale del petrolio saudita. 

Un’affare da alcune decine di miliardi di dollari, bloccato dall’opposizione interna di alcuni esponenti della corte saudita, gli stessi che preferivano un appoggio più “tradizionale” e meno attivista in politica estera. Non è un caso se proprio quegli esponenti “tradizionalisti” sono stati i primi ad essere arrestati nell’ultima settimana alla commissione anti-corruzione presieduta dallo stesso MBS.

Così, quello che appare come un golpe personale, diventa, nel contesto critico del Medio-Oriente, un passaggio politico radicale ancorché necessario all’Arabia Saudita per “svecchiarsi” e contrastare la pressione portata da Russia ed Iran.

Per saperne di piu:

– Islam moderato, robot e green economy: l’Arabia Saudita 2.0 di Mohammed bin Salman – il Caffè del 28-10-2017

– Rosneft ed il petrolio: come Putin tiene in piedi il Venezuela di Maduro – il Caffè del 9-11-2017


Il Libano nel conflitto Arabo-Iraniano.

Intanto, nel conflitto fra i due blocchi, si apre un nuovo fronte: il Libano. Durante una visita, l’11 novembre, nella capitale saudita, si è dimesso il Primo Ministro libanese Saad Hariri.

A causare le dimissioni, ha affermato l’ormai ex-Primo Ministro, “l’ingerenza iraniana nella politica libanese” che causa solo “disordine e distruzione” in Libano. In particolare Hariri si è scagliato contro “il braccio dell’Iran”, ovvero Hezbollah, organizzazione politica e forza paramilitare preponderante fra gli sciiti libanesi.

Da parte sua il movimento, assieme a gran parte degli analisti internazionali, ha percepito le dimissioni come un diktat saudita, come dichiarato dal leader di Hezbollah, Hasan Nasrallah,. Per il movimento sciita, inoltre, le dimissioni “forzate” di Hariri sarebbero la dimostrazione che Riyadh avrebbe dichiarato guerra al Libano. Getta acqua su fuoco l’Iran, ma da Teheran il Presidente Rouhani sottolinea come il paese cercherà in ogni modo di far prevalere il diritto e la sicurezza del Libano.

L’opinione di Hezbollah sembra essere confermata da al-Jazeera (media qatarino, qundi considerabile di parte se si parla di Arabia Saudita). Dal momento delle sue dimissioni, Hariri non ha ancora fatto ritorno in Libano, “detenuto”, sostiene al-Jazeera, agli arresti domiciliari. 

Perché? I Sauditi sarebbero contrari all’apertura di Hariri a Hezbollah e vorrebbero sostituirlo con un politico più duro verso la formazione sciita, e, per converso, l’Iran.

Le dimissioni aprono ora una crisi di governo che rischia di bloccare il paese nei mesi a venire. Per la costituzione libanese, infatti, il governo viene formato, come il Parlamento, su base confessionale, e guidato da un Primo Ministro sunnita.

Viste le accuse di Hariri, una delle principali figure del panorama politico libanese, il peso della scelta ricade proprio su Hezbollah, che dovrà trovare un politico sunnita con cui formare un governo.

Per approfondimenti:

– il Libano fra Sauditi e Iran: al Jazeera

le tensioni interne in libano: the Guardian


L’Opinione

Il problema dell’immobilismo europeo nasce dalla debolezza delle politica nazionali: come decidere il futuro dell’Europa in un continente bloccato in una campagna elettorale permanente?

– Il dilemma europeo – l’Opinione del 7-11-2017


Petrolio e Venezuela

Nella guerra del petrolio fra OPEC ,ovvero Arabia Saudita, e Russia, attraverso Rosneft e Gazprom, una degli obiettivi principali rimane il Venezuela del Presidente Nicolás Maduro.

Si tratta di un paese aderente all’OPEC e che possiede le maggiori riserve petrolifere del mondo. Certamente il petrolio venezuelano è difficile da estrarre, e di pessima qualità, ma questo non va ad inficiare la centralità del paese sudamericano per il controllo dei prezzi del greggio.

Approfittando della crisi economica che circonda il paese e, soprattutto, la compagnia petrolifera nazionale PDSVA, la Russia è scesa in campo accettando di ristrutturare, almeno in parte, il debito contratto dal Venezuela con Mosca. L’intervento segue quello più mirato operato dalla compagnia petrolifera russa Rosneft che aveva già contribuito a saldare i debiti di PDSVA in cambio di future concessioni sui campi petroliferi nazionali.

Per saperne di più:

– Rosneft ed il petrolio: come Putin tiene in piedi il Venezuela di Maduro – il Caffè del 9-11-2017


I terzi incomodi: Shale oil e USA

Accanto all’offensiva politica dell’Iran e quella “petrolifera” della Russia, la necessità dell’Arabia Saudita di difendere i propri interessi e, in prospettiva, di diversificare la propria economia è legata anche al caso “shale oil”.

Un rivale poco conosciuto dell’OPEC sono gli Stati Uniti, il paese che, con 9.2 milioni di barili al giorno, sta rapidamente affermandosi fra i maggiori produttori di petrolio al mondo. Alla base di questa crescita ci sarebbe lo Shale Oil, o olio di scisto, di cui gli USA sono fra i maggiori produttori mondiali e tramite cui Washington ha assunto un ruolo centrale nel controllo del prezzo del greggio.

Secondo l’OPEC, la produzione di olio di scisto (shale oil) statunitense starebbe aumentando oltre le aspettative raggiungendo i 7.5 milioni di barili al giorno per il 2021, il 56% in più rispetto alle stime dell’anno passato.

Questo permetterebbe agli Stati Uniti di dominare il mercato del greggio negli anni a venire, pompando nel mercato petrolio a basso costo destinato a far abbassare il prezzo del greggio a favore dei grandi consumatori, primi fra tutti gli USA, e a danno, appunto, dei paesi dell’OPEC, prima fra tutti l’Arabia Saudita.

Non a caso i 14 paesi OPEC hanno deciso il 28 settembre di tagliare la produzione del greggio in un tentativo di ritornare a “controllarne” il prezzo. Un’altra pagina nella complessa guerra per gli idrocarburi.

Per approfondimenti:

– shale oil e tight oil nel mondo: Petroleum Economist

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma è stato uno dei più brillanti politici italiani. Se mi dicessero di votare ora, implorerei Odino di darmi il dono della preveggenza. Se mi chiedono di dove sono, sono nato lì, ma ho vissuto anche là e là, e anche laggiù, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio perchè sono di Genova. Se mi chiedono dove vivo, rispondo: fai tu, ma fra Berlino e Torino.

Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva (Star Trek compresA). Gra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic e i Lakers, SEMPRE. Come mi definirei? Un nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto di scrivere per passione.