Il Mediterraneo di Vladimir Putin – il Caffè della Domenica del 17-12-2017

Politiche energetiche, armi e spregiudicatezza: così, fra gli errori statunitensi e l’assenza dell’Europa, Vladimir Putin sta ridisegnando il Medio Oriente attorno al Mediterraneo.


Sommario:

  • come Putin si sta espandendo nel bacino del Mediterraneo
  • l’angelo nero Sebastian Kurz
  • il Consiglio Europeo
  • la Brexit che non sarà

La Russia sul bacino mediterraneo

A nord, l’Unione Europea asserragliata nel suo cuore continentale, ad est il Medio Oriente post-ISIS, a sud, l’Africa delle Migrazioni e del post-Primavere Arabe: in questo modo si può leggere il bacino mediterraneo oggi.

Ma ci sarebbe un altro modo, una lettura che guarda ai nuovi assi geopolitici che nascono ad oriente, dalle steppe russe dove regna il moderno tzar Vladimir Putin.

Laddove l’Europa vede crisi regionali, la Russia vede la base area di Hmeimin e quella navale di Latakia in Siria, le basi navali ed aeree dell’Egitto di al-Sisi e tutto il litorale libico fra Tobruk e Bengasi sotto il controllo “dell’amico” Khalifa Haftar.

Un Mediterraneo dove l’Europa – nonostante i progetti di cooperazione in Africa – tenta di arroccarsi e dove gli Stati Uniti sono sempre più assenti. Un mare, dove passano i confini meridionali della NATO, quelli che si fermano fra le rotte dei disperati che cercano rifugio in Europa. Qui c’è l’anello debole dell’alleanza: quella Turchia che accetta tecnologia militare russa e si lega sempre di più al nuovo impero di Mosca.

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Gli errori statunitensi. L’espansione geopolitica di Mosca – di cui abbiamo già parlato dal punto di vista “economico” – è cominciata anni fa al seguito di quel fallimento tutto statunitense che fu la Guerra del Golfo o, meglio, il dopo guerra. Mentre l’esercito USA, infatti, rimaneva impelagato in una lunga guerra di attrito con l’Islamismo, a Washington si pensava a come “uscire” da un Medio-Oriente sempre più diviso.

In quel momento nacque la politica poi intrapresa da Barack Obama pro-Primavere Arabe e pro-Iran: un complesso quanto rischioso – alcuni diranno maldestro – tentativo di ribaltare il sistema “Medio Oriente”, ridisegnando rapporti di forza tanto consolidati quanto inefficienti.

L’idea era quello di una “democratizzazione” dal basso, supportando “il popolo” contro i dittatori. Il piano, almeno in parte, fallì, e nelle pieghe di quel fallimento Mosca si è inserita.

Il nuovo Medio-Oriente. La Russia è attualmente presente nella regione in diversi ruoli e, soprattutto, con un sistema di alleanze fluide, adattabili, che permettono a Putin, grazie ad un cinico pragmatismo politico, di sostenere al-Sisi in Egitto fianco a fianco con Riyadh, Assad in Siria assieme all’Iran e contro turchi e sauditi ed allo stesso tempo sedersi al tavolo con Erdogan per discutere della spartizione della Siria.

Esempio di questa “duttilità” geopolitica è stata rappresentata dal viaggio che il Presidente russo ha compiuto lunedì 11 dicembre fra Siria, Egitto e Turchia, non casualmente arrivato pochi giorni dopo la decisione della Casa Bianca di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele.

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La Siria di Assad. Prima tappa del viaggio è stata la base area di Hmeimin. Qui, di fronte alle truppe russe, Vladimir Putin ha annunciato la “vittoria” della coalizione russo-siriana su ribelli ed islamisti, un successo che non solo “ha salvato la Siria”, ma ha garantito la “sicurezza della Russia”.

Una vittoria che porta al ritorno delle truppe “a casa”, in parte. Sì, perché poche ore prima Putin siglava con Assad un accordo che mantiene Hmeimin sotto il controllo di Mosca per i prossimi 49 anni, un centro importante che rafforza la presenza di Mosca nel Mediterraneo orientale.


L’Egitto di al-Sisi e la Libia di Haftar

Lasciata la Siria, Putin ha raggiunto il Cairo dove ha incontrato il presidente ‘Abd al-Fattah al-Sisi, arrivato al potere grazie a Mosca e Riyadh.

Putin ed al-Sisi hanno sancito la riapertura dei voli commerciali, sospesi dalla tragedia del volo Metrojet 9268, ma non solo. I due presidenti hanno ratificato il piano per la costruzione della prima centrale nucleare del paese ad el-Dabaah con soldi (l’80%) e tecnologia proveniente da Rosatom.

Un giro d’affari di 30 miliardi di dollari che si vanno a sommare a quelli che arriveranno dallo sviluppo del mega-giacimento di petrolio di Zhor, che Rosneft gestirà sotto l’egida dell’ENI.

Accordi che aprono la strada alla cooperazione militare fra i due paesi – di cui si discute da due mesi – che concederebbe alla Russia l’utilizzo delle basi militari egiziane sul Mediterraneo, basi che Putin potrebbe usare per supportare, nella vicina Libia, il generale Khalifa Haftar.


La Turchia di Erdogan

Rafforzati i contatti nel sud del Mediterraneo, Putin è volato ad Ankara per incontrare Recep Tayyip Erdogan.

Al centro dei colloqui la situazione in Siria, con la promessa russa di evitare la creazione di un Grande Kurdistan, ma non solo.  Ben più significativo, per Mosca è stato l’accordo sulla cooperazione energetica: anche qui, come in Egitto la Russia fornirà alla Turchia la tecnologia necessaria per la costruzione della sua prima centrale atomica, ad Akkuyu.

Un accordo essenziale che va ad ampliare quel solco che ormai esiste fra Erdogan e gli altri paesi della NATO. Fra l’altro, la Turchia ha ribadito la sua intenzione di acquistare dalla Russia  due sistemi anti-missile, violando lo statuto della stessa Alleanza Atlantica.

Tre accordi fondamentali che vanno a rafforzare un blocco in cui gli Stati Uniti rappresentano una potenza sempre più marginalizzata fra i suoi alleati “tradizionali” – Israele, Giordania ed Arabia Saudita – e presente militarmente solo in Qatar e in Kurdistan siriano.

Quale sarebbe il piano finale. Il premio per questa attività non è solo il Medio-Oriente e le sue risorse petrolifere, ma soprattutto il controllo del Mediterraneo dove, fra l’altro transitano gran parte degli approvvigionamenti di idrocarburi per l’Europa.

Aumentare la propria presenza nella regione significa consolidare la propria posizione politica nei confronti dell’Unione Europea, costringendo il blocco – dove figurano quasi tutti  paesi della NATO, a più miti consigli verso Mosca.

Un ulteriore tassello che, unito alle tensioni sul “fronte orientale”, in quella che sembra sempre di più la vigilia di una nuova Guerra Fredda fra Russia ed Europa più che fra Washington e Mosca.

Per approfondimenti:

– il futuro della Siria: al-Monitor

– petrolio e Russia: il Caffè e l’Opinione

– su Putin e l’Occidente: The Guardian



 Sebastian Kurz, Cancelliere dell'AustriaFoto:  Bundesministerium für Europa, Integration und Äußeres  Licenza:  CC 2.0 Sebastian Kurz, Cancelliere dell’AustriaFoto:  Bundesministerium für Europa, Integration und Äußeres  Licenza:  CC 2.0

L’angelo nero Sebastian Kurz.

Trentuno anni, il più giovane “capo del governo” d’Europa, il “rinnovatore” dei Partito Popolare ÖVP e colui che ha “rotto” il meccanismo delle Grandi Coalizioni a Vienna. Tutto questo è Sebastian Kurz, “l’uomo nuovo” dell’Austria, ma anche l’angelo nero, colui che ha (ri)portato la FPÖ al governo.

Sono passati 15 anni dall’ultima partecipazione al governo della FPÖ. Erano i tempi di Jörg Haider ed il partito era noto per il suo conservatorismo nazionalista, tanto da attirare le sanzioni dei partner europei su Vienna. Da quel governo, e dal partito, Haider uscì nel 2002, condannando le posizione sempre più estremiste del partito e del suo delfino e nuovo leader Heinz-Christian Strache.

Lo stesso Strache che ha sempre indicato Marine Le Pen come sua prima alleata e che, mentre si chiudevano le trattative per il nuovo governo, volava a Praga per presenziare al summit dei leader dell’estrema destra. Qui il leader della FPÖ si è trovato accanto al populista olandese Geert Wilders e alla stessa Le Pen a denunciare come “la UE uccida l’Europa, diluendo la cultura tramite le politiche sui migranti, l’appiattimento delle diversità e la distruzione delle patrie nazionali”.

Del nuovo esecutivo Kurz, Strache sarà il Vice-Cancelliere con delega all’amministrazione e allo sport. Mentre a ai popolari andranno la Giustizia, tutti i ministeri economici e quello sull’Europa, ai nazionalisti andranno, fra gli altri, gli Interni, gli Esteri e la Difesa, per un totale di 6 ministri.

“Insieme per la nostra Austria”. Questo è il titolo del programma del nuovo governo, un papello di 183 pagine con prologo, preambolo e “principi guida” che spazia dall’Europa alla Sicurezza, dall’Uguaglianza al futuro dell’Austria. Durante la presentazione del programma Kurz e Strache hanno cercato di tranquillizzare i partner europei sulla volontà dell’Austria di rimanere aderente alle linee guida dell’Unione Europea.

Nonostante questo, forti sono le preoccupazioni sul futuro politico di Vienna: il paese rimarrà “parte” del blocco occidentale o si schiererà con i paesi orientali su posizioni “anti-migranti” ed “anti-integrazione”?

Questo è il rischio: un’Austria che, come ha proposto in campagna elettorale Strache, aderisca all’alleanza di Visengrad rafforzando il blocco orientale contro l’avanzamento del processo di integrazione e contro ogni “solidarietà” con Grecia, Spagna e Italia sul problema migranti.

Le prime indicazioni sembrano propendere verso Visengrad. Per Kurz, infatti, “le norme sulle quote obbligatorie per i rifugiati non sarebbero efficaci”, un’affermazione che fa eco a quelle di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, i paesi che si sono rifiutati di accettare i rifugiati sul proprio territorio.

Kurz andrà a Bruxelles martedì 19 dicembtre per incontrare sia Jean-Claude Juncker che Donald Tusk: in quella sede si saprà di più sul posizionamento dell’Austria nel panorama europeo.

Per saperne di più:

– Sebastian Kurz, le elezioni austriache e l’Europa dell’Est “illiberale” – il Caffè del 13-10-2017

– L’Austria che sceglie il nazionalismo, l’attentato di Mogadiscio e gli scontri di Kirkuk fra Kurdistan ed Iraq – il Ristretto del 16-10-2017


CO Cultura!

Dal Torino Film Festival: La Cordillera di Santiago Mitre – il Caffè al Cinema del 9-12-2017

Dal Torino Film Festival: Beast di Micheal Pearce – il Caffè al Cinema del 5-12-2017


L’Opinione

Non vorrei tessere le lodi della Germania, ma… – l’Opinione del 15-12-2017

La Germania ha tanti difetti.. ma qualcosa di buono ce l’ha veramente, e sono il primo ad esserene (poco) sorpreso.


Aspettando la Germania.

Si è svolto il 15 dicembre il Consiglio Europeo, un appuntamento tanto atteso quanto inconcludente, soprattutto da parte di chi, come il Presidente francese Emmanuel Macron avrebbe voluto dare il via al processo di riforma dell’Eurozona.

Un nulla di fatto invece, a causa, soprattutto della “instabilità tedesca”, ovvero la reiterata assenza a Berlino di un governo. Macron si è ritrovato senza alleati stretto fra la reticenza italiana ed olandese. A poco, oltre all’appoggio spagnolo, è servito anche l’assist del Presidente dell’Euroconsiglio Donald Tusk che ha proposto un summit “speciale” sulla questione per Marzo.

Lo stesso Tusk è stato al centro di una forte polemica quando si è espresso contro “le quote migranti” sostenendo la posizione del blocco orientale contro la politica migratoria dell’Unione Europea. L’esternazione di Tusk ha suscitato la rabbia di Italia, Spagna e Grecia oltre che di altri paesi del blocco occidentale, Germania compresa.

Per saperne di più:

Le riforme dell’Eurozona? Tutto fermo, aspettando la Germania – il Caffè del 16-12-2017


La Brexit che non sarà.

Secondo un sondaggio del tabloid The Mirror, se si votasse oggi, di nuovo, per la Brexit, il 51% dei britanici voterebbe per il Remain, un risultato che ribalta quello ufficiale di un anno fa.

Una notizia che fa da coronamento ad una delle settimane peggiori per il Governo di Theresa May, battuto a Westminster su uno dei provvedimenti principali provvedimenti “pro-Brexit”.

Contro i piani del governo, infatti, la Camera dei Comuni si è espressa a favore di un voto conformativo sull’accordo con l’Unione Europea quando questa sarà raggiunto, un passaggio parlamentare che rischia – nella peggiore delle ipotesi – di far saltare l’accordo all’ultimo minuto. A “tradire” il Governo, sette parlamentari conservatori pro-Remain guidati da Dominic Grieve.

Si complicano, così, sempre di più i piani britannici. Già in corso di trattative con l’Unione, Londra ha dovuto rinunciare ad alcuni dei principi iniziali della Brexit per poi aprire ad una soluzione “soft” per chiudere la fase uno dei negoziati e passare alla discussione dell’accordo commerciale.

Attendendo l’inizio delle nuove trattative a Gennaio, appare certa una cosa: qualunque cosa succeda, quando sarà, non si tratterà di una Hard Brexit.

Per saperne di più:

– Brexit: l’ammutinamento della Camera dei Comuni – il Ristretto del 14-12-2017

– Perché un accordo sulla Brexit è ancora lontano – il Caffè del 1-12-2017

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma è stato uno dei più brillanti politici italiani. Se mi dicessero di votare ora, implorerei Odino di darmi il dono della preveggenza. Se mi chiedono di dove sono, sono nato lì, ma ho vissuto anche là e là, e anche laggiù, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio perchè sono di Genova. Se mi chiedono dove vivo, rispondo: fai tu, ma fra Berlino e Torino.

Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva (Star Trek compresA). Gra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic e i Lakers, SEMPRE. Come mi definirei? Un nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto di scrivere per passione.

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