Putin o put-out? I problemi della Russia fra Europa ed economia.

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Economia stagnante, disaffezione politica e un’Europa molto meno filo-russa (Italia esclusa): Putin e i problemi della Russia.

Qualcosa si è inceppato in Russia dove il livello di popolarità del pubblico nel presidente Vladimir Putin continua a diminuire, come testimoniano i dati del centro statistico VTsIOM : nella settimana fra il 20 e il 26 maggio, l’indice è sceso al 30,5%, il livello più basso dal 2006. Una disaffezione al potere centrale che è più forte nei grandi centri urbani: da anni i dati di affluenza elettorale nelle due città principali, Mosca e San Pietroburgo, città natale di Putin, sono sotto il 35%.

Il direttore di VTsIOM Valerij Fedorov, forse per evitare di far infuriare il Cremlino, ha spiegato che il sondaggio era impostato a domanda aperta, in cui i singoli intervistati erano chiamati a indicare liberamente i politici di fiducia. In caso di domande “chiuse”, invece, dove gli intervistati sono chiamati ad esprimere la fiducia nei confronti dei singoli politici, il livello di fiducia in Putin registrato è comunque del 72,3%.



Putinomics is dying?

Sebbene ancora molto alto, il gradimento personale di Vladimir Putin non è più granitico come un tempo e i motivi dietro questo trend negativo non vanno cercati all’estero, dove il Cremlino è un major player globale, ma nelle dinamiche di politica interna russa. Confrontato con i suoi ‘rivali’, Cina, USA e Unione Europea, Mosca rimane, un nano dal punto di vista economico e lo è anche – e soprattutto – di fronte anche ai singoli stati membri della UE.

Il PIL russo è di soli 1,578 miliardi di dollari, inferiore non solo a quello tedesco – 4,029 miliardi – ma anche a quello britannico, francese, italiano e solo 100 miliardi sopra a quello spagnolo. A parità di potere d’acquisto (PPA), inoltre, la Russia è al 48esimo posto al mondo per PIL pro-capite superata, fra gli altri, da Polonia, Ungheria, Rep. Ceca, Portogallo e Italia.

Dal punto di vista generale, dopo anni di crescita superiore alle aspettative – grazie soprattutto alle spregiudicate politiche petrolifere messe in atto dalle compagnie di Stato – nel 2019 l’economia russa ha cominciato a stagnare.

Le cause, secondo l’analista di BCS Global Market Vladimir Tikhomirov sono a) minori consumi, b) aumento dell’IVA del 2% e c) un rallentamento nella spesa militare. Il quadro, continua Tikhomirov, non è dei migliori perché a fronte della stagnazione, l’economia russa rimane strettamente – se non esclusivamente – legata agli investimenti statale in totale assenza di investimenti dall’estero e della fuga delle compagnie straniere già operanti nel paese.

A livello macroeconomico, poi, la Russia è appesa al gancio delle esportazioni – specie nel campo degli idrocarburi – mentre importa praticamente tutto dalla Cina. Ogni variazione a ribasso del prezzo del petrolio, quindi, scatena forti preoccupazioni in quel di Mosca. In quest’ottica, inoltre, colossi nazionali del gas come Rosneft finiscono per giocare un ruolo fondamentale non solo nel campo economico, ma anche nella politica.


Fornerovsky?

Questi dati sembrano indicare una prosecuzione del trend negativo riguardanti i salari, già scesi nel 2018 di un ulteriore 0,2% e, in totale, del 8,3% dal 2013, di un ulteriore 1%. Se a questo uniamo il fatto che circa 19.2 mln di russi, il 13.4% del totale, vivano sotto il livello di sussistenza, si capisce che qualcosa, in Russia, non vada tanto bene.

Il paese, inoltre, stando ai dati della Banca Mondiale, spende ancora troppo poco per salute ed educazioni. Tutti dati che impattano in maniera considerevole sulla qualità di vita dei cittadini, i quali fanno fatica a digerire la riforma delle pensioni varata quest’anno dal governo centrale.

Per evitare di arrivare al collasso economico – parole usate dallo stesso Putin – il governo ha, nel 2018, un innalzamento dell’età pensionabile da 60 ai 65 anni, ritenuto da molti sproporzionato rispetto all’aspettativa di vita russa (66 anni, rispetto ai 79 dell’Europa). Una sorta di “Fornerovsky”, pensata, però, più per battere cassa e rimodulare una voce di spesa pubblica senza toccare le altre (una su tutte, quelle militari) che per reale pianificazione a lungo termine.

La riforma, inoltre, esclude tutti i membri delle forze di sicurezza del paese. Nonostante i tentativi del Presidente di mascherare tale operazione – “la cosa più semplice per un governo sarebbe non fare nulla” – e scaricarne la responsabilità sul “gemello diverso”, il primo ministro Dimitri Medvedev, è a Putin che la gente pensa in relazione alla misura.

Questo ha influito, e non poco, sull’opinione pubblica russa che ai tempi si riverso in strada per protestare contro la riforma e che si sono assommate a quelle per i diritti civili delle opposizioni.



Putin e i memoriali

La risposta di Putin – repressione a parte – è quella di incrementare ancora di più gli investimenti pubblici con l’obiettivo di una crescita pare al 3% entro il 2021. “I progetti sono divisi in 13 aree” dice l’economista Scott Johnson, fra cui “180 memoriali alla guerra e l’aumento della velocità dei treni merci del 28%”. Il problema, nota lo stesso Johnson, è che “mancano dettagli cruciali su come i progetti maggiori verranno finanziati e come questo aiuterebbe l’economia” [investimenti pubblici non coperti, previsioni di crescita non confermate, aumento dell’IVA… ricorda qualcosa, NdR]

Un progetto da 5 mld di dollari a Sakhalin, come una linea ad alta velocità fra Mosca e Kazan, sono già stati cancellati dai funzionari pubblici mentre dal Cremlino, in puro stile ex-sovietico, spingono per risultati rapidi ed evidenti.

Il problema, argomentano al Fondo Monetario Internazionale, e che gli obiettivi di crescita legato al piano infrastrutturale sono fin troppo ottimistici: in assenza di miglioramenti all’ambiente imprenditoriale, il piano potrebbe garantire una crescita dello 0,5%, molto lontana dal 3% sognato da Mosca.

Soltanto che migliorare “l’ambiente imprenditoriale” significherebbe diminuire il raggio d’azione delle aziende di Stato e degli oligarchi legati al Cremlino. Ogni ulteriore commento riteniamo sia superfluo.


La UE di Macron

Forse è proprio per contrastare la fragilità domestica che si spiega – almeno in parte – l’assertività russa in politica estera. Dall’Ucraina alla Siria alla Libia e al Venezuela, la strategia adottata da Putin – un refrain comune a molti politici – è di ‘esternalizzare la tensione interna vendendo, de facto, ai cittadini più colpiti, la propria grandeur geopolitica.

In fondo Putin è ancora uno dei tre uomini più potenti della terra e la sua recente alleanza commerciale con la Cina sembra rafforzarne il ruolo a fronte di una presidenza americana sempre più mercuriale, ma anche qui qualcosa sta cambiando.

I risultati delle Elezioni Europee non sono stati propriamente esaltanti per il Cremlino. Mosca, com’è ovvio per la sua postura geopolitica, avrebbe tutto l’interesse possibile verso un’Unione Europea indebolita e sfibrata, mentre le urne hanno de-facto bocciato i movimenti sovranisti ed “euroscettici” pro-Russia che invece hanno registrato un calo generale mitigato solo dall’affermazione della Lega e del MoVimento 5 Stelle.

Invece di confrontarsi con un Europarlamento e una Commissione debole, Putin si dovrà scontrare con una Commissione guidata da una tedesca, Ursula vod der Leyen fortemente europeista e molto critica sia con Trump che con Putin. L’Europarlamento, intanto, è retto da una maggioranza dove grande peso ce l’hanno i (post)liberali di RenewEU (190 seggi su 750), ovvero Emmanuel Macron che di difetti ne avrà tanti, ma non quello di essere filorusso. Macron è il vero vincitore delle elezioni europee e la nomina del liberale belga Charles Michel a Presidente della Commissione ne è la dimostrazione.

Non filo-russo è anche il premier spagnolo Sanchez, leader dei socialisti e – come si è visto nelle recenti trattative – divenuto il miglior alleato di Macron al punto da aver “guadagnato” la nomina di Josep Borrell come capo della diplomazia europea. Neanche a dirlo, Borrell è notoriamente anti-russo.



Quello che era stato finora il grande plus della Russia, ovvero avere a che fare con una UE – quella Juncker – debole e asfittica, sembra essersi concluso, come finito è il periodo della grande esplosione economica interna del paese. Un campo, quest’ultimo, in cui Putin ha sempre dimostrato una certa debolezza [se non vera incompetenza, NdR].

In conclusione, in un quadro interno ed estero in forte cambiamento, Putin e la Russia devono capire cosa fare da grande, anche perché sul presidente incombe il fardello anagrafico. Per la Costituzione, infatti, quello in corso dovrebbe essere l’ultimo mandato per lui qualora decida di fare un’altra “staffetta” con Medvedev – lasciando a lui lo scranno più alto per un mandato – si ritroverebbe in età un po’ troppo avanzata per tornare al Cremlino da presidente.

Articolo originariamente pubblicato dall’autore su il 24, riedito su il Caffè con la collaborazioe di Simone Bonzano.

Credits immagine: opera derivata diffusa sotto “Fair Use” (Freibenutzung) – quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale


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