Il caso Puigdemont – L’Europa e gli USA: i due giganti dai piedi d’argilla – il Caffè della Domenica del 5-11-2017

 Carles Puigdemont, la Catalogna ed il futuro. Foto:  muffinn  Licenza:  CC 2.0

Carles Puigdemont, la Catalogna ed il futuro. Foto:  muffinn  Licenza: CC 2.0

L’Europa ed i suoi problemi, fra un economia in crescita ed una politica, vedi il caso Catalogna, che ancora latita. Uno scenario che la rende un gigante dai piedi di argilla nei confronti, come gli Stati Uniti, della Russia. La nostra rassegna stampa


 

Sommario:

  • il caso catalano e le elezioni di dicembre
  • la crescita europea ed i dubbi sul futuro
  • il Russiagate e l’incontro Putin-Trump
  • il rischio delle nuove elezioni in Germania
  • la presa di potere di bin Salman in Arabia Saudita

 


Catalogna, Puigdemont e la magistratura spagnola

Per Oriol Junqueras, vice-Presidente del governo regionale catalano e leader della Sinistra Repubblicana (ERC), la campagna elettorale per le elezioni catalane del 21 dicembre è già finita. Per lui ed altri sette membri dell’ormai deposto governo catalano, è arrivata la custodia cautelare in carcere senza cauzione. Fra le accuse, ribellione e sedizione.

Rimane invece riparato a Bruxelles l’ex-Presidente della Generalitat, Carles Puigdemont. Insistendo nel definirsi l’unico “legittimo” leader della Catalogna, Puigdemont ha chiesto l’immediato rilascio dei suoi ministri alla Spagna e la fine “della repressione politica” in quello da lui ritenuto “un colpo di stato contro la Catalogna”.

“Perseguitato politico”. In merito alle nuove elezioni, l’ex-Presidente e leader del Partito Democratico Europeo Catalano (PDeCAT) si è detto pronto a scendere in campo alle prossime elezioni per portare avanti la campagna indipendentista. Una campagna da “perseguitato politico” che egli intenderebbe condurre, infatti, dal Belgio, almeno fintanto che il governo spagnolo “non gli garantirà un processo equo”, la stessa Spagna da cui è arrivata venerdì la richiesta di arresto ed estradizione.

Difficilmente, infatti, Puigdemont tornerà in patria prima delle elezioni. Per le regole europee infatti, l’ultima parola sull’estradizione spetta alla magistratura belga, la quale dovrà aprire un procedimento che potrebbe durare anche un mese e mezzo, giusto in tempo per arrivare alle elezioni.


 Santi Vila, il principale avversario, interno di Puigdemont. Foto:  Premsa SantCugat  Licenza:  CC 2.0 :

Santi Vila, il principale avversario, interno di Puigdemont. Foto:  Premsa SantCugat  Licenza: CC 2.0 :

Santi Vila e il travagliato fonte indipendentista.

Nonostante i richiami all’unità dello stesso Puigdemont, le prossime elezioni potrebbero sancire l’indebolimento del fronte indipendentista. La chiave sarebbe Santi Vila, ex-Ministro del governo regionale dimessosi alla vigilia del voto per l’indipendenza in contrasto con la linea dura portata avanti dal governo.

Vila è un esponente del PDeCAT, lo stesso partito del deposto presidente, ma, al contrario di Puigdemont, il suo obiettivo sarebbe un’indipendenza concordata con la Spagna. Se Vila, in assenza di Puigdmont, prendesse il controllo del partito, quest’ultimo si troverebbe su posizioni più affini a quelle di Cat En Comu (CeC), la branca catalana di Podemos a favore dell’autodeterminazione, rispetto alle posizioni più oltranziste espresse dall’ERC. Ricordiamo come CeC, al contrario degli altri partiti dell’opposizione sia sempre rimasta in aula, astenendosi, per la dichiarazione di indipendenza, un atteggiamento di dialogo che potrebbe garantirgli un ottimo ritorno elettorale

Da parte loro, sia ERC che l’estrema sinistra del CUP hanno accusato Puigdemont di aver gestito in maniera troppo “moderata” e aperta al dialogo con Madrid tutto il periodo post-referendario, togliendo forza al movimento popolare.

Per saperne di più:

– La rivoluzione d’ottobre catalana, il Rosatellum e la Brexit: cosa è successo – il Caffè della Domenica del 29-10-2017

– La Catalogna commissariata avrà il suo referendum e la Repubblica ceca: cosa è successo in Europa questa settimana – il Caffè della Domenica del 22-10-2017

– La Catalogna si dichiara indipendente: ed ora? Elezioni – il Caffè del 27-10-2017


 Il parlamento europeo. L'Europa si scopre più forte economicamente, ma il problema rimane sempre uno, la sua organizzazione politica. Foto:  European Parliament  Licenza:  CC 2.0

Il parlamento europeo. L’Europa si scopre più forte economicamente, ma il problema rimane sempre uno, la sua organizzazione politica. Foto:  European Parliament  Licenza:  CC 2.0

La crescita economica, i dubbi sul futuro

Secondo tutti gli istituti statistici europei, e a scapito degli scettici, l’ultimo trimestre ha confermato la consistenza della crescita economica in Europa e, soprattutto, nell’Eurozona.

Questa si attesterebbe su una crescita annuale attorno al 2.5%, un più 0.6% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. A fare da apripista, a sorpresa, è la Francia, la cui economia sembra aver ripreso a marciare dopo anni di stagnazione. Parigi, infatti, potrebbe arrivare a crescere del 2.2% a fine anno, un dato superiore a quello tedesco.

Il motore di tale ripresa sarebbe il rilancio del mercato interno con la flessione della disoccupazione in tutta l’area europea, Italia (+1,5%) e Grecia compresa. Proprio quest’ultima, alla luce della ripresa, ha annunciato la propria intenzione ad uscire dal programma internazionale quando questo andrà a scadenza a fine anno.

Un futuro roseo quindi, ma a fronte della sua rinascita economica, la UE continua a dover fronteggiare il suo principale antagonista: se stessa.

I dubbi tedeschi. L’avanzata populista nei paesi occidentali e le posizioni ultra-conservatrici dei paesi dell’Europa orientale, a cui sembra aggiungersi anche l’Austria, indicano come, politicamente, l’Unione stia ancora scontando decenni di mancata integrazione, accentuata dalla crisi economica che essa ha vissuto. Superare le diffidenze fra i paesi membri e consolidare le basi su cui si poggia il gigante economico che è l’Europa, rimane, infatti, la principale sfida sia per la Commissione, sia per tutti e 27 i paesi membri.

In alternativa ci sarebbe il baratro, o almeno questo sembra pensare l’esercito tedesco in uno studio pubblicato recentemente dal settimanale Der Spiegel.

Il documento, chiamato “Prospettive strategiche per il 2040”, delinea sei possibili scenari che potrebbero minacciare il futuro della UE e della Germania. Fra questi, la rottura sull’asse Est-Ovest generato dal blocco dell’integrazione comunitaria ed uno shift di “alcuni paesi del blocco orientale” politico dal modello democratico liberale a quello autoritario russo.

 La Copertina: Mario Draghi, il presidente della Banca Centrale considerato il principale artefice della ripresa economica europei. Foto: Foto:  European Parliament  Licenza:  CC 2.0

La Copertina: Mario Draghi, il presidente della Banca Centrale considerato il principale artefice della ripresa economica europei. Foto: Foto:  European Parliament  Licenza:  CC 2.0

L’Europa che cresce:

– Il ritorno di una superpotenza, l’Europa, la crisi catalana ed il rapporto migranti, cosa succede? – il Ristretto del 2-11-2017

– D’accordo sul cosa, disaccordo sul come: l’ultimo Consiglio Europeo e le sue divisioni – il Caffè del 20-10-2017

– L’Europa fra Iran e USA: la sfida a Donald Trump è iniziata – il Caffè della Domenica del 15-10-2017


Parlando di Russia: Trump ed il Russiagate

Durante la sua visita in Asia, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump potrebbe incontrare quello russo Vladimir Putin. Niente di strano, solo che questo potrebbe accadere nel momento in cui la Casa Bianca è di nuovo sotto accusa per Russiagate, ovvero l’ingerenza russa durante la campagna elettorale statunitense.

Che è successo? Sul caso indaga da alcuni mesi il Procuratore Speciale Robert Mueller, il quale, in settimana, ha comunicato la messa sotto stato di accusa di Paul Manafort, il direttore della campagna elettorale dell’attuale presidente. I fatti contestati – evasione fiscale, riciclaggio e cospirazione contro il governo – risalgono a prima dell’assunzione da parte del magnate newyorchese, ma questo è bastato a gettare ulteriori ombre su un’amministrazione per ora inefficiente e costantemente sotto accusa.

Mueller, però, non si è fermato a questo e con una mossa a sorpresa, ha reso contestualmente pubblica l’ammissione di colpevolezza di George Papadopolous, l’ex-Consigliere per la politica estera della campagna presidenziale di Trump accusato di aver avuto mentito sui suoi ripetuti contatti con il Ministero degli Esteri di Mosca.

Tramite questi contatti, la campagna presidenziale di Donald Trump avrebbe saputo dell’esistenza di materiale compromettente sulla candidata democratica Hillary Clinton e, sempre tramite il giovane consigliere, ne avrebbe contrattato le tempistiche della pubblicazione a ridosso del voto.

Impeachment? Per ora nulla di compromettente per la Casa Bianca, ma Trump è partito all’attacco inasprendo i toni e rivolgendo accuse alla “corrotta” Clinton ed ai Democratici. Il rischio, sottolineano vari analisti, che il caso Papadopolous/Manafort sia solo la punta dell’iceberg di un processo di accusa che potrebbe toccare, quanto prima, esponenti attuali della Casa Bianca, fra cui il vice-Presidente Mike Pence, fortemente voluto proprio da Manafort.

Non a caso alcuni congressisti repubblicani, i più fedeli a Trump, hanno cercato di far passare un ordine del giorno in cui Mueller verrebbe ritenuto non idoneo ad indagare sul caso in quanto già responsabile di un’altra inchiesta sempre rivolta alla Russia.

In questo contesto, il Presidente è volato in Asia, per un giro di incontri incominciato in Giappone e che toccherà nei prossimi giorni anche la Corea del Sud ed in cui potrebbe incontrare, appunto, Vladimir Putin.


Russiagate:

– Chi di internet ferisce…: gli ultimi colpi del Russiagate a Donald Trump – il Caffè del 31-10-2017

– Russiagate e James Comey: il caso che fa tremare Washington, e lo stesso Donald Trump – il Caffè del 11-5-2017


Germania, nuove elezioni?

Procedono a rilento le trattative per la formazione del nuovo governo in Germania fra l’Union (CDU/CSU), i Verdi ed il Liberali (FDP), mentre all’orizzonte potrebbero esserci nuove elezioni.

Secondo infatti il leader della FDP, Christian Lindner, “non avrebbe senso creare un governo destinato a litigare”, ribadendo come i liberali “non abbiamo paura di tornare alle urne” se questo aiutasse a “creare un governo stabile”.

Come riassume la Frankfurter Allgemeine Zeitung, il problema sarebbe uno: il contrasto esistente fra la politica energetica, quella sull’immigrazione, il modello di sviluppo europeo ed il supporto all’agricoltura proposta dai Verdi rispetto ai desiderata di CSU e liberali.

Da una parte la voglia di “cambiare il modello di sviluppo”, soprattutto energetico, dall’altra la necessità di liberalizzare il mercato e contenere la spesa. In mezzo, come sempre, la CDU di Angela Merkel. Starà a lei e alle sue doti diplomatiche evitare un ricorso alle urne, un’eventualità le cui conseguenze sarebbero, alla luce della crescita del voto populista, difficilmente prevedibili.

Per approfondimenti:

– il punto sulle trattative: die Zeit

L’ascesa di Mohammed bin Salman in Arabia Saudita

La neonata commissione anti-corruzione del regno saudita, presieduta dal Principe ereditario Mohammed bin Salman, ha ordinato l’arresto di undici principi della corona ed un gran numero di politici, fra cui anche quattro ministri attualmente in carica.

Parallelamente il sovrano Salman al-Saud ha rimosso dall’incarico il comandante della guardia nazionale, il potente Mitaab bin Abdullah al-Sultan. La motivazione, secondo la nota ufficiale, sarebbe l’aver destituito delle “anime deboli”, i quali avevano “anteposto i propri interessi a quello pubblico”.

L’ondata di arresti, e l’allottamento di bin Abdullah, arriva pochi mesi dopo la nomina di bin Salman ad erede designato del trono saudita e viene considerata come una mossa dall’ampio respiro politico volta a preparare il campo per le riforme anticipate dal giovani principe saudita.

Fra queste, il rafforzamento dell’Arabia Saudita nel campo della green-economy, l’aumento dei diritti alle donne e l’adozione di un forma più moderata di Islam nel paese. A questo si aggiunge anche una nuova politica estera pro-attiva, la quale ha già visto, negli ultimi mesi, l’intervento diretto nella guerra civile yemenita.

Per saperne di più:

– Islam moderato, robot e green economy: l’Arabia Saudita 2.0 di Mohammed bin Salman – il Caffè del 28-10-2017

Il fronte yemenita

Proprio dallo Yemen è arrivata nella notte fra sabato e domenica l’ultima provocazione. Un missile Scud delle milizie sciite Houthi sarebbe stato abbattuto nei pressi dell’aeroporto internazionale di Riyadh. L’attacco, confermano fonti dei ribelli, farebbe parte di un escalation programmata contro la monarchia saudita responsabile di “essere intervenuti” nel conflitto.

Una guerra largamente dimenticata che avrebbe già fatto oltre 10.000 morti e 40.000 feriti.

Per saperne di più:

– Yemen, il conflitto dimenticato – CO-Reloaded del 17-3-2017

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma uno dei più brillanti politici italiani. Se mi chiedono di dove sono ondeggio fra Torino e Genova, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio. Fra Berlino e Torino, ricordando Genova. Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva e fra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic. Come mi definirei? Un Nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto il giornalismo (per passione).

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