Produttività, o perché la manovra non fa nulla per la crescita dell’Italia

L’Italia ha un deficit di produttività, ma al Governo, non importa, perché inventerà la macchina del tempo e torneremo agli anni 80.

“L’Italia non ha un problema di politica monetaria, bensì fiscale”. Ovvero, la situazione di stallo fra Commissione e Italia non è legata all’euro o alle iniziative (QE, tassi di interesse) della BCE, bensì alle politiche di rifinanziamento e contenimento del debito del governo italiano.

Sono le parole di Mario Draghi a chi, in conclusione della conferenza stampa di venerdì 26 ottobre, gli chiedeva dei rapporti fra Italia e UE. “La competenza” chiosava Draghi “è per tanto della Commissione e non della BCE”.


Quindi qual’è il problema?

Traducendo dal linguaggio ovviamente diplomatico di Draghi, un conflitto politico e, come tale, slegato dall’Euro, dall’appartenenza del paese all’Eurozona o da fantomatici “complotti” anti-italiani a livello continentale (termini errati propri della vulgata sovranista).

Piuttosto questo sarebbe riconducibile alla semplice volontà del Governo italiano di porsi in contrapposizione con la UE attorno ai vincoli del Fiscal Compact, considerati dal Governo italiano quali un “limite” alla crescita italiana.

Ma è veramente così?

Sebbene buona parte dell’establishment politico italiano (Padoan/Renzi compresi) lega i vincoli di spesa alla lunga crisi italiana  diversa è l’opinione della quasi totalità degli economisti italiani e non solo.

La causa, la maggiore, è la produttività, ovvero l’efficienza dell’intero sistema produttivo italiano.


produttività questa grande assente

Detta in maniera semplice, il paese ha un problema di adeguamento alla contemporaneità del contesto economico e produttivo.

Dal 2001 al 2006, la produttività italiana è cresciuta dello 0,01% annuo, il dato più basso dell’area OCSE. Paradossalmente, è andata meglio nell’ultimo decennio, quando la stessa è salita dello 0,14% all’anno valido per il penultimo posto grazie alla Grecia (-1,09%).

Il problema sono i mancati investimenti in ricerca e sviluppo, l’inesistenza di nuove infrastrutture, uno sviluppo lasciato a aree “illuminate” del paese (il kilometro rosso del bergamasco), l’alto cuneo fiscale e, in generale, la persistenza di modello socio-produttivo degli anni 80.

Questa, rimanendo nella retorica anti-Euro, è la “visione bocconiana”, quella dei vari Bisin, Boldrin, Bini Smaghi, Puglisi eccetera eccetera fino ad arrivare a Mario Draghi. I sovranisti, almeno ai livelli più alti, condividono le premesse, ma differiscono sul modello per uscirne. Il responsabile non è il sistema Italia, ma il contesto.

Ovvero il problema non sarebbe il giocare con una gamba rotta, ma il campo di gioco che non favorisce i player menomati: l’Euro e l’Unione Europea.



Produttività e… anni 80?

Risparmiandovi lunghe disquisizioni economiche, questa è la tesi del gruppo di Scenari Economici, guidato da Antonio Maria Rinaldi, allievo del Ministro Paolo Savona. ma, soprattutto, del Senatore leghista Alberto Bagnai, il padrino del NoEuro italiano e figura di riferimento per le politiche economiche della Lega.

Secondo loro, l’Italia dovrebbe abbandonare il sistema vigente e tornare ad un contesto interno precedente l’Euro, ovvero della sovranità fiscale/monetaria. Nella propaganda, la “golden age” degli anni 80.

Tornando ad essere “padrona del proprio destino”, sempre secondo Bagnai, l’Italia potrebbe aumentare la spesa pubblica stampando moneta. Lo stesso principio funziona, sempre nel framework sovranista, per il commercio, dove la svalutazione della “neo-Lira” porterebbe ad un boost dell’export e relativa crescita di occupazione e PIL.

Proprio come negli anni 80. Ci sono due problemi. Il primo è che il sistema produttivo italiano degli anni 80 era basato sull’export a basso valore aggiunto e basso costo. Un modello di produzione di “quantità” invece che di “qualità”, esattamente quello in cui, ora dominano paesi come Cina, Vietnam ed India.

Questi, infatti, erano assenti dal mercato negli anni 80 dove entrano solo nel 2000. Caso curioso, la stessa data che i sovranisti segnalano come “l’inizio degli effetti negativi del cambio fisso” e “della perdita della sovranità monetaria”.

Basterebbe questo per mettere in crisi la tesi sovranista, ma c’è di più: gli anni 80 non erano il giardino dell’eden economico che raccontano.


So 80s!

Nel decennio 80/90, il debito pubblico passò dal 56,86% del PIL nel 1980 al 93,06 %del 1989. Da lì, grazie agli interessi sul debito oscillanti fra il 10,1 e il 12,7 miliardi all’anno, si arriva al 121,84% del PIL del 1994, quando comincia la prima discesa.

Sempre in quei 10 anni, l’Italia varò manovre ad un rapporto deficit-PIL medio del 10,7% – erano gli anni della rincorsa alla spesa pubblica fra PSI e DC – e con un’inflazione che arrivò al 23,6% del 1982 per poi calare al 5%. Nell’ottica sovranista questi dati, considerati come “orrendi” dagli economisti, sarebbero la dimostrazione che “le ricette di austerity europea” non funzionano, ma non è così.

In questa fase di “boom economico”, la disoccupazione passò dal 7,9% del 1980 al 12% del 1989, calando solo nel trienno 1990-1993 per poi riesplodere nel 1994. L’aumento della spesa pubblica, portò, inoltre, alla crescita della pressione fiscale, per mantenerla.

Non solo, sempre secondo i dati ISTAT, la bilancia commerciale, ovvero il famoso export che “godrebbe” dell’uscita dall’Euro e dal sistema europeo, era di -9,733 miliardi nel 1980, – 8,838 miliardi nel 1989 con la punta di – 11,923 miliardi nel 1985.

Curiosamente, questi dati diventeranno positivi solo sotto i governi Amato, Ciampi, i 5 mesi del Berlusconi I, Dini e Prodi I, anni in cui si ferma la spesa pubblica italiana e l’Italia si avvicina ai parametri europei.


spazi di manovra


ma allora dove stiamo andando?

Questo, a grandi linee, è il framework che soggiace alle proposte di questo governo. Sì, certo, negli anni 80 avevano l’età pensionabile bassa, la pensione era sicura e la TV era tanto divertente, ma eravamo anche una società molto meno complessa. Anche in questo, l’Euro, non c’entra nulla.

Stabiliti i confini teorici in cui si muovono, resta da capire quale sia il motivo di questa scelta.

L’endgame più realistico – macchina del tempo a parte e sparizione della Cina dal mercato – sarebbe quello dell’Europa “leggera”, l’unico, inoltre capace di federare fra loro i vari sovranismi europei.

Questo prevede una UE politicamente depotenziata, privata dei suoi organi di controllo, la Commissione ed il Parlamento, per diventare una forma ultra-light intra-governativa della Comunità Economica Europea, previa fine del Fiscal Compact e di Maastricht.

Propedeutico a questo obiettivo di medio-lungo termine ci sono quelli a breve scadenza connessi, sempre, alla Manovra. Il primo, di cui abbiamo già largamente parlato. è quello meramente elettorale, il secondo è volto a cercar di indebolire la UE.


il Piano C

Mettiamo da parte il fantomatico Piano B, perché, in questo continua ricerca dell’esecutivo della formuletta magica per risolvere i problemi, esiste anche il Piano C. Il quale, nella definizione di Mario Seminerio su Phastidio.net, sarebbe il tentativo, da parte del Governo, di “ricattare UE e Bce per farsi comprare più titoli di stato”.

Centrale sarebbe il creare una crisi pilotata – la “Manovra” – del debito italiano, sperando che l’incertezza “si diffonda” attraverso l’Eurozona o, almeno, i “peripherals” dal debito imponente, ovvero Grecia e Portogallo.

Questo riporterebbe in ballo il QE, ovvero l’acquisto da parte della BCE di stock di debito dei paesi membri, quindi anche italiani, tenendo in vita il sistema bancario ed il governo fino a maggio. A quel punto la partita europea si aprirebbe in un contesto macroeconomico di instabilità diffusa, favorendo le posizioni italiane e, spera il Governo, di altri paesi.

Solo che il Piano C non stia funzionando.

Lo dimostra la stabilità dei titoli di stato degli altri  paesi dell’Eurogruppo o, come ha ribadito sempre lo stesso Draghi per cui negli ultimi mesi, il fatto stesso che la BCE “ha continuato a comprare titoli greci e italiani, ma quelli greci sono rimasti stabili, quelli italiani sono saliti lo stesso”.


maschere: l’italia oggi


Conclusione

A fronte di questo scenario rimane un paese alla disperata ricerca, ancora una volta, dell’ennesima formuletta magica che dilazioni nel tempo gli effetti dell’ormai decennale declino. Una sorta di accanimento terapeutico politico di una società, quella italiana nel suo insieme, refrattaria a riconoscere di essere lei malata, non il mondo intorno ad essere sbagliato.

Questo al netto di critiche alla globalizzazione, al fantomatico “ordo-liberismo” o al neo-liberismo. Il commercio internazionale è sempre esistito e se negli anni 80 ci fossimo trovati a competere con quel modello contro la Cina saremo stati sconfitti lo stesso.


Postilla per sovranisti

Sulla produttività il Sen. Bagnai sostiene che il calo sia correlato all’entrata in vigore del cambio fisso con l’Euro. Come dimostrano i suoi stessi dati, invece il rallentamento della produttività rispetto a Francia e Germania, è identico negli anni 70, nei primi anni 80 cominciano a perdere in produttività con la Francia (sono gli anni della spesa pubblica) e nel 1990 cominciamo a perdere terreno anche con i tedeschi.

Di fatto, le tesi Anti-Euro del Sen. Bagnai, confermano quanto qui scritto.


Letture consigliate

  • il governo rosso-brunato, di Michele Boldrin: Noise From Amerika
  • della produttività, di J.Bradfor DeLong: il Sole 24 Ore
  • Draghi e la produttività, perché essere anti-UE è poco conveniente: EUnews
  • il lavoro e la sua produttività, di Thomas Manfredi: Strade
  • le ragioni del ritardo, di Lorenzo Bini Smaghi: Corriere della Sera
  • su produttitività e Euro, di Riccardo Puglisi: il Sole 24 Ore

Il caffè e l’opinione

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma è stato uno dei più brillanti politici italiani. Se mi dicessero di votare ora, implorerei Odino di darmi il dono della preveggenza. Se mi chiedono di dove sono, sono nato lì, ma ho vissuto anche là e là, e anche laggiù, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio perchè sono di Genova. Se mi chiedono dove vivo, rispondo: fai tu, ma fra Berlino e Torino.

Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva (Star Trek compresA). Gra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic e i Lakers, SEMPRE. Come mi definirei? Un nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto di scrivere per passione.

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