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THEY ARE BACK: il postnazismo oggi e il mainstream politico italiano

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Per quanto sembra interessare a pochi, il postnazismo in Italia è un realtà e, soprattutto, è mainstream. Ecco perché: il reportage.

30 giugno 2019. Sul social russo VKontakte viene pubblicata una foto di Carola Rackete, capitano di Sea Watch 3, durante il fotosegnalamento avvenuto negli uffici della Polizia di Lampedusa poco dopo il suo arresto. A postarla tal “Giancarmine Bonamassa”. Sulla sua pagina, poi diventata riservata, dei post inneggianti al nazionalismo etnico, al tradizionalismo culturale con sfumature neopagane, alla chiusura delle frontiere e – tanti – richiami antisemiti e neonazisti (per esempio, soli neri). Nella sua, vasta, rete di contatti accounts che inneggiano alla “morte dei negri” (dal gruppo “DEAD NIGGAZ”), alla “riapertura dei forni”, a Adolf Hitler e Benito Mussolini e a farneticazioni sulla “finanza ebraica mondialista guidata da Soros” su migranti ed economia.

Il 15 luglio 2019. La Digos di Torino sequestra, in provincia di Pavia, una santabarbara di proprietà di un abitante di Gallarate (Varese) composta, fra le altre cose, da un missile aria-aria di produzione francese. Oltre alle armi gli inquirenti sequestreano insegne, cartelli e materiali nazisti: svastiche e insegne del NSDAP. L’arresto è collegato al monitoraggio antiterrorista operato dalla Questura di Torino dei ex-miliziani neonazisti italiani della Brigata Azov, una delle formazioni paramilitari della guerra del Donbass.


il reportage

Qualche giorno prima, grazie alla pubblicazione di un file audio da parte del sito Buzzfeed, esplode in Italia il Russiagate del Metropol. Al centro della vicenda, Gianluca Savoini, presidente dell’Associazione Lombardia Russa, militante leghista, amico ed ex-portavoce di Matteo Salvini e, en-passant, tradizionalista, nazionalista, filoputinaiano dalle neanche troppo velate simpatie neonaziste.

Nel raggio di quindici giorni, l’Italia viene in contatto con un fenomeno sempre più mainstream: il postnazismo. Almeno per un attimo perché – dice la volontà popolare –  “sono solo ragazzate”, “Il nazismo è roba del passato”, “i russi nazisti? ma se erano comunisti, hanno combattuto il nazismo”, “i neonazisti del Donbass? stranieri”, “Savoini? Un bravuomo” e “parlateci di Bibbiano!”. Il nazismo e le sue varie accezioni? Poco interessante, eppure – come cercheremo di far emergere in questo reportage – esso esiste ed è tanto pericoloso oggi come lo era nella prima metà del XX secolo, sia fisicamente che culturalmente.

Con questo articolo inizia lo speciale estivo de il Caffè e l’Opinione sul neonazismo in rete, la sua presenza mainstream e i suoi rischi reali. Solo che non si può capire il postnazismo senza affrontarne prima le origini.



Non solo camice nere

Il principale ostacolo da superare per capire la minaccia neo/postnazista è di non fermarsi al termine per sé. Quella cosa che risponde al nome di “nazismo” non è un fenomeno limitato al Nazionalsozialitische Deutsche Arbeitspartei di Hitler o al Terzo Reich. La sua portata culturale non si ferma alle elucubrazioni del Mein Kampf, a quelle di Alfred Rosenberg e – per fare un esempio recente – alle scritte sui muri di movimenti come Azione Frontale e CasaPound.

Le sue idee, quelle che Eco chiamarebbe “Ur-fascismo” o “fascismo eterno”, precedono l’ascesa di Hitler, Mussolini e Franco. Il nazismo non fu solo un regime totalitario imposto e mantenuto con la violenza da un capo assoluto e una serie di classi sociali compiacenti. Quello, la massimo, è una delle interpretazioni ex-post del Reich millenario o dell’Italia fascistissima (la realtà è fatta di consenso sociale). Esso fu soprattutto un movimento culturale trasversale ed eterogeno per il quale la liberaldemocrazia e i suoi ‘prodotti’ – capitalismo, sistema bancario, centralità del privato sul pubblico, “mondialismo”, libero commercio e “meticciato” culturale – erano IL nemico ontologico: una vera e propria antitesi a tutto quanto era “popolo”, “sangue”, “nazione” e “tradizione”.

Si tratta, quindi, di un universo multiforme, certamente conservatore, ma – a suo modo – rivoluzionario: la risposta della “tradizione” alla modernità ed è questo che lo rende, appunto, eterno.


i nazismi non nazisti

Pur se centrali, razzismo e arianesimo hitleriano erano solo una parte del movimento. Lo si vede analizzando il caso del tedesco Ferdinand Lassalle (1825-1864), esponente della “Sinistra Hegeliana” e spirituale:

“Lassalle non era un nazista, ma fu il principale precursore del nazismo e il primo tedesco a puntare alla posizione di Führer. Egli rifiutò tutti I valori dell’Illuminismo e della filosofia liberale, […] prefissandosi, allo stesso tempo, di portarli a totale compimento. Il Liberalismo, sosteneva, punta ad una libertà spuria, a cui si contrappone la libertà pura [ovvero] l’onnipotenza del governo: il nemico non è la polizia, ma la borghesia. Fu Lassale che proferì le parole che avrebbero caratterizzato al meglio lo spirito dei tempi a venire: lo Stato è Dio”.

Ludwig von Mises, Omnipotent Government: the rise of total state and total war, 1944.

In Lassalle, la guerra al “capitalismo” – attributo del “liberalismo” – ha il suo cuore non nella classe, ma nello Stato-Nazione arrivando a intravedere un’alleanza transnazionale di Stati-Nazione contro gli Stati-Capitalisti, ovvero quello che poi diranno i revisionisti delle SS come Thiriart e De Benoist, il filosofo della “Quarta Teoria” Dugin o le destre spirituali legate a Evola e Jünger. In Italia ritroviamo questo pensiero in Fusaro, nel diffuso sottobosco leghista, nel populismo rossobruno di Fassina fino al qualunquismo statalita di Di Maio o il rivoluzionarismo di Di Battista.


l’impero metafisico

L’esempio di Lasalle ci pone di fronte ad uno dei primi punti fondamentali atti a definire il postnazismo: nonostante il potere evocativo che la simbologia nazista – e generalmente imperiale – suscita ancora sull’estrema destra, buona parte di questa non ha come obiettivo la rinascita del Reich millenario, bensì l’affermazione ideologica di un impero “bianco”, spirituale, tradizionale e puro. Più un ente metafisico che un reale potere centrale simile al primo “Reich”, il Sacro Romano Impero di Carlo Magno, peraltro onnipresente nell’iconografia filo-SS.

Un impero, occorre sottolineare, “socialmente giusto”, “etico” e “dei popoli” che si contrappone al “pragmatismo capitalista e liberista”, al mondialismo e alla multiculturalità come espresso, appunto, da Thiriart, Evola, Dugin etc., pensatori che, oltre a queste idee, hanno in comune l’autodefinirsi “apartitici” e “né di destra né di sinistra”.

Questo ci porta al secondo punto: il postnazismo tende a non definirsi tale, non rinnega le origine, ma le “nasconde” perché guarda al futuro, al “terzo millennio”. In qesto modo può contagiare chi, normalmente, starebbe anni luce lontano da qualsiasi idea politica vicina a Hitler, Himmler e compagnia.

Il passato, citando Salvini, è, appunto, “passato”.



Il postnazismo social

Per quanto a molti sembrino “argomenti da circoletto radical chic” (termine che mi è stato detto su Facebook mesi fa), il mondo postnazista è molto meno aleatorio di quanto viene percepito. Questo accade perché la sua teorizzazione non è rimasta bloccata all’ortodossia hitleriana o al pangermanesimo, ma è si è attualizzata abbracciando sovranismo e anti-mondialismo nell’indifferenza del mainstream culturale per il quale si trattava di un’idea morta o, peggio ancora, preferiva concentrarsi sulle sue forme latenti ed appariscenti (i “fasci”).

Svastiche, soli neri e richiami all’orgoglio bianco rimangono fenomeni nazionalpopolari e mentre i gruppi violenti – quelli suprematisti recentemente listati come “terroristi” dal Canada – che inneggiano a Anders Breivik e Brenton Harrison Tarrant – sono ancora un pulviscolo eterogeneo e, spesso, in competizione fra loro, a livello culturale la capacità di penetrazione delle idee postnaziste si è attestato su livelli pari, se non superiori, al 1930.

Ma come è possibile che quello che era un universo di sigle, rivalità e idee diverse (“guerrieri” vs “spirituali”, “destra sociale” vs “destra evoliana”, “slavofobi” vs “euroasiatici”) si presenti ora come una forma di moloch culturale in molti casi quasi egemonico?

La risposta più semplice sarebbe “internet”.


Cool Russia

Schematizzando, il postnazismo diventa mainstream perché:

  • si presenta come “alternativo” (la famosa alt-Right di Bannon) e “essere alternativi” è cool;
  • è una parte integrante del pensiero sovranista europeo, nello specifico quello dell’ala Salvini/Le Pen filorussa;
  • è mimetico;
  • internet permette a piccoli gruppi di avere un “impatto” social maggiore dei loro stessi numeri.

Non basta, c’è qualcos’altro: esiste un paese che è diventato “alfiere” delle idee postnaziste, politicamente e culturalmente: la Russia di Putin.

Prima di scappare o di commentare selvaggiamente di una mia fantomatica “russofobia”, leggete il resto dell’articolo


Putin l’antiliberale

“L’approccio liberale è obsoleto ed è entrato in conflitto con gli interessi della maggior parte delle persone” a cui, ha dichiarato Vladimir Putin al Financial Times nella sua intervista del 27 giugno, “non dovrebbe essere permesso di oscurare i valori della cultura, delle tradizioni e della famiglia tradizionale”. Sempre secondo il presidente russo, “molte nazioni stanno revisionando i loro valori morali e le norme etiche, erodendo tradizioni etniche e differenze tra popoli e culture […] spinte ad accettare non solo il diritto di ognuno alla libertà di coscienza, di opzione politica e di privacy, ma anche l’equiparazione assoluta dei concetti di bene e male”.

“Valori tradizionali” vs “modernità”, “liberalismo” visto come “anti-democratico” e “lontano dal popolo”, “uomo forte amato dal popolo”: con questi pilastri ideologici non stupisce che Putin sia un simbolo della destra postnazista dei Thiriart e De Benoist, come dei nazionalbolscevichi alla Fusaro. In lui si compie la sintesi fra la tradizione nazionalsocialista populista e la sinistra hegeliana immaginata da Dugin nella “Quarta teoria politica”:  parafrasando gli anni 70, in Putin “Hitler e Mao sono uniti nella lotta”.

Questo, unito alla macchina propagandistica certamente superiore a quello cinese o europea e pari o superiore a quello statunitense, ci porta al quarto punto: nonostante l’aver combattuto il nazismo (che conta poco, Stalin non si batteva per la liberaldemocrazia), Putin e la Russia sono diventati fari della destra estrema mondiale e Sputnik ed RT – con media associati – i principali mezzi di propaganda del tradizionalismo nazionalista statalista.



L’Italia e l’impero

La penetrazione di questo pensiero in Italia – che Bannon, altro postnazista, definisce un esperimento – è capillare. “Putin intende il liberalismo non soltanto come una dottrina dei diritti civili, ma anche e soprattutto come una dottrina politica, di matrice occidentale, spesso utilizzata – in maniera etnocentrica – come vettore di imperialismo” riporta a commento dell’intervista di FT il  sito di estrema destra “Oltre alla Linea”, ma niente è più esplicativo sulla critica al “liberalismo” del “Documento di Idee” del blog “il Talebano”.

Oggi il nemico è fuori dai suoi confini, è a occidente ed è un sistema economico capitalista-antagonista che ha paura dell’Europa e della sua storia, della sua potenzialità economica. Il modello occidentale a cui sino ad oggi siamo stati costretti […] vuole uniformare il restante mondo a sé in un’ottica etnocentrica e massificata, vuole imporre la regola del pensiero e del modello unico. Si tratta del ritorno dell’ideologia illuminista, della fede nella ragione come unica fonte di verità, dell’egualitarismo in cui gli uomini, uguali per natura, devono godere di stessi diritti e di uguali doveri di cittadini. Da questi presupposti nasce la volontà di un governo mondiale in cui siano cancellate le differenze culturali e di sangue in una concezione di determinismo storico per il quale un solo destino è possibile”.


Eurasia e postnazismo

La soluzione del Talebano? L’Eurasia di Thiriart, di suo un ex-Waffen SS di matrice nazionalbolscevica, “uno spazio continentale che […] dovrà essere uno stato politico, un sistema aperto e in espansione che sia espressione di uomini liberi verso un futuro collettivo e condiviso. […] Mille patrie in un’unica nazione […] federata ad una grande Russia. Da questo blocco, unito, ma separato nelle proprie specificità, tradizioni, culture e identità, auspichiamo che possa iniziare un percorso storico realizzabile e concreto”.

Piccoli circolini esterni alla politica? Sarebbe bello, sennonché fra gli autori di questo documento figurano Camilla Vanaria, portavoce del Ministero Affari Regionali e Autonomie in quota Lega Nord, Sebastiano Caputo direttore dell’Intellettuale Dissidente e Vincenzo Sofo, fondatore, appunto, de “il Talebano”, fidanzato di Marion Marechal (ex-Le Pen) e candidato della Lega alle ultime europee (subentrerà dopo la Brexit).

Arriviamo così al quarto punto: il postnazismo non è un fenomeno che “sta arrivando”, almeno per l’Italia, la Russia e – in gran parte – dell’Ungheria, ma è già parte del mainstream culturale e, come si vede, parte integrante del sovranismo e le ritroviamo nei vari Chiesa, Foa, Messora, fanno capolino sui giornali (Libero, La Verità, il Giornale) e spopolano sui social.

Il risultato sono gli slogan e meme che diventano parte integrante del pensiero di massa contagiando sempre più persone.

Come?

Lo vedrete nella prossima parte con l’intervista alla nostra collaboratrice LS, reduce da 20 giorni dentro gruppi neonazisti di VKontakte.

 

Credits immagine: immagine modificata, originale Bundesarchiv, Bild 183-L05487 / CC-BY-SA 3.0


Il caffè e l’opinione

Comments 1

  1. Salve,
    Non ho ancora finito di leggere il tuo interessante articolo, quindi non posso dare un giudizio complessivo. Mi ci vorranno parecchi giorni e penso che tornerò a farmi vivo.
    Nel frattempo rafforza la mia idea che usare neo-liberalismo per definire il macello sociale aiuta molto sovranisti, autoritari, ecc. In Italia almeno avete cognato liberismo, in Francia si accontenta di aggiungere neo ad una parola un tempo positiva. E quindi diventa facile fare confondere liberalismo economico e libertà.
    Continuo a leggere. Eventualmente sarebbe possibile tradurlo in francese e proporlo a siti libertari?
    Buon lavoro.

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