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Pillole di PIL: non siamo cresciuti nel 2019 e non cresceremo nel 2020

Simone Bonzano Instanews Leave a Comment

La Manovra del Popolo è stata un fallimento, ma  la Legge di Bilancio 2020 non promette bene per il PIL: gli errori giovanili del Conte II.

Nel gennaio del 2019 pubblicai una serie di articoli di critica della Manovra del Popolo, la Legge di Bilancio del Governo del Cambiamento.

Era la Manovra della “riconquistata sovranità”, quella che – dicevano Conte, Di Maio e Salvini – avrebbe fatto ripartire crescita, occupazione e consumi perché concepita per il “popolo” e non seguendo “i dettami di Bruxelles”.

“È troppo presto per giudicare le misure” mi dicevano alcuni elettori dell’allora maggioranza, altri mi urlavano “e allora il PD?”, altri ancora, più prosaicamente, mi insultavano.

Quel “troppo presto per giudicare le misure” lo sentii ripetere anche in primavere e, addirittura, durante l’estate: era sempre troppo presto, nonostante la crescita zero, la manovra correttiva nascosta nel “decreto crescita” e gli allarmi di Commissione Europea, Ocse ed FMI.

Ad un certo punto mi dissero che, oltre ad essere troppo presto, non consideravo la recessione (che era solo un rallentamento) e, anzi, solo la Manovra ci stava salvando dal disastro. Tredici mesi dopo e finalmente, grazie agli ultimi dati dell’ISTAT, possiamo abbracciare nella sua completezza il fallimento di quella politica economica e chiederci se il Conte II stia cambiando rotta, dimostrando di aver imparato dai propri errori.

Spoiler: No.



DE-PIL!

Secondo le stime preliminari dell’ISTAT,  nel quarto trimestre 2019, la variazione del tasso di crescita del PIL è rimasta invariata rispetto allo stesso periodo nel 2018 segnando un del -0,3% sul trimestre precedente. Sul totale, la crescita 2019 si ferma allo 0,2% contro l’1% sancito dal Conte I nella Manovra.

Secondo l’ente, “la variazione congiunturale è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto sia nel comparto dell’agricoltura, silvicoltura e pesca, sia in quello dell’industria, mentre il comparto dei servizi ha registrato una variazione pressoché nulla”.

“Dal lato della domanda, vi è un contributo negativo della componente nazionale (al lordo delle scorte) e un apporto positivo della componente estera netta”.

Tradotto, industria/agricoltura/pesca sono in decrescita, così come i consumi e, a fronte della stagnazione dei servizi, il PIL si salva solo grazie all’export. Non siamo ai limiti della recessione tecnica per colpa del rallentamento globale, lo siamo perché il sistema paese sta fallendo.


Cosa non ha funzionato

Tutto.

Tornando alle dichiarazioni del governo di allora, la Manovra era pensata per ovviare alla nuova spesa (Reddito di Cittadinanza e Quota 100) con un aumento dell’occupazione, quindi delle entrate fiscali, e un aumento dei consumi, come più volte ribadito dai sostenitori di entrambe le misure citando, a sproposito, “la propensione marginale ai consumi”.

Solo che l’occupazione non è aumentata (qui l’approfondimento) e i consumi sono rimasti fermi, perché non è aumentata la fiducia dei consumatori, e il PIL è fermo.

L’Italia è rimasta ferma, risorse fiscali e deficit sono stati sperperati impoverendo, in prospettiva, il paese e considerando la strada intrapresa dal nuovo esecutivo, il futuro non è roseo, ma plumbeo.

Come sempre.

Quello che è rimasto della “manovra espansiva” dove la nuova spesa si è persa in misure inefficaci (RdC) e in altre dannose (Quota 100), incrementando il debito, e non praticando reali investimenti (Infrastrutture? Istruzione? Riforma fiscale?).


Cosa dobbiamo aspettarci

A causa del -0.3% del quarto trimestre siamo entrati nel 2020, ricorda l’ISTAT, con una variazione acquisita di crescita del -0,2%, ovvero sulla soglia della recessione tecnica (di nuovo). Per questo motivo per raggiungere la crescita che il nuovo governo ha stimato per il 2020 (0,6%), e su cui è incardinata la nuova Legge di Bilancio, dovremo crescere dello 0,8%.

Il che sarebbe bello, ma difficile visto che la Legge di Bilancio 2020 non offre molto sul piano della crescita (vedi paragrafo successivo). Sempre poi che le stime siano realistiche. Il Rapporto Prometeia indica una crescita allo 0,5%, mentre FMI, Ocse e Confindustria, indicano uno 0,4% valido per l’ultimo posto in Europa (dati Commissione Europea).

Più pessimista il Mazziero Research che prevede un aumento del PIL del -0,1%.

Zerovirgola a parte (non è che cambi moltissimo se si cresce di un nulla o di un nulla più grande), non sarò un anno bellissimo, per niente. Il rapporto ISTAT fotografa un paese che si tiene a galla grazie all’export e, al momento della pubblicazione delle stime, non sappiamo quali saranno i reali effetti di medio-termine della crisi Coronavirus sull’export cinese, né se Donald Trump applicherà dazi sia sul comparto automotive europeo sia sui prodotti italiani e francesi in seguito all’approvazione delle rispettive webtax.


Gli errori giovanili del Conte II

Arriviamo al governo attuale, la seconda reiterazione del governo Conte.

Come detto, la Legge di Bilancio 2020 non offre granché dal punto di vista degli investimenti per la crescita. Per esigenze di immagine – la maggioranza è per 2/3 la stessa del Conte I – il governo non ha voluto rimangiarsi Quota 100 (dei cui danni potete leggere qui) e il Reddito di Cittadinanza, anche se avrebbe potuto.

Tale decisione ha portato ad una manovra da 32 mld incentrata sul reperimento dei 23 mld necessari per evitare l’aumento dell’Iva e creando ulteriore deficit per 16 mld per coprire le spese improduttive.

“Messa in sicurezza l’Iva”, come dicono a Palazzo Chigi, il governo ha deciso di riproporre la chimera di rilanciare i consumi (e il PIL) attraverso la leva fiscale in deficit.

Tale è la ratio dell’allargamento del bonus fiscale degli 80 euro (di cui abbiamo parlato qui), un “taglio del cuneo fiscale” limitato nel tempo (entrerà in vigore a giugno e si concluderà a dicembre), fatto a deficit e senza alcun taglio delle imposte. Che la misura abbia un reale effetto sui consumi è opinabile: se “metti più soldi in tasca ai consumatori”, ma dall’altra parte la fiducia degli stessi nel sistema non aumenta, i consumi non aumenteranno se non marginalmente e, quindi, non abbastanza da compensare la spesa, come è successo nel 2019.

Il risultato di queste politiche sta già influenzando l’economia italiana ed è da calcolare in quello -0,3% dell’ultimo trimestre secondo il principio delle aspettative. Il mondo economico, infatti, non agisce a compartimenti stagni, ma programma le proprie mosse – e quindi gli investimenti sia di capitale che di occupazione – anche sugli annunci del governo.



Che soluzioni allora?

Permettetemi di fare alcuni proposte:

  • migliorare la lotta all’evasione allargando e razionalizzando la raccolta fiscale tramite la riduzione di quei bonus fiscali (di cui ho parlato qui) “non ben strutturati o che disincentivano l’offerta di lavoro”;
  • reintrodurre una tassazione sulla proprietà, standard e non troppo alta (proposta condivisa da Cottarelli), e riformare il catasto, il cui sistema al momento, “limita l’equità” e va a discapito delle “famiglie più povere”;
  • tagliare il cuneo fiscale in maniera più netta di un 2% del PIL (gli attuali piani del governo prevedono un 0,2%) per far scendere la pressione fiscale dal 48% alla media europea del 42%;
  • “riallineare il Reddito di Cittadinanza agli standard internazionali” onde “evitare di disincentivare la ricerca al lavoro” in quanto “gli attuali benefici sono superiori ai benchmark internazionali e declinano troppo rapidamente all’aumentare delle dimensioni del nucleo famigliare o quando un offerta di lavoro viene accettata […] penalizzando le famiglie più povere”;
  • limitare l’incertezza della normativa fiscale, ovvero dare regole certe e impegnarsi a non toccarle per svariati anni in modo da supportare gli investimenti imprenditoriali e commerciali e favorire i consumi;
  • continuare a ridurre i tempi della giustizia civile e razionalizzare la governance delle controllate pubbliche;
  • liberalizzare il mercato dei servizi e del commercio per facilitare la crescita delle aziende/imprese competitive e la creazione, sul breve-medio termine, di posti di lavoro e produttività, con conseguente aumento del reddito;
  • delocalizzare la contrattazione sindacale connettendo la retribuzione salariale all’effettiva produttività aziendale e delle differenze di costo della vita delle diverse regioni italiane;
  • introdurre uno stipendio minimo –allineato ai livelli di produttività reali del paese [opzione che manca al dibattito politico attuale, NdR] e ridurre gli ostacoli sociali e fiscali che limitano la partecipazione femminile al mondo del lavoro.

Non male vero come programma? E no, non è il il programma del governo, né quello di Azione e/o Italia Viva e/o PD. Non lo è del M5S né tantomeno della Lega. Sono le raccomandazioni dell’Fondo Monetario Internazionale, peraltro non dissimili da quelle ripetute ad nauseam da Commissione Europea, dall’OCSE e da vari think tank indipendenti sia italiani che stranieri.

Sono proposte che puntano l’attenzione al supporto dei ceti deboli, al miglioramento dei livelli occupazionali, dei redditi ed ad un sistema fiscale più equo (e c’è anche un paragrafo su come finanziare in maniera ottimale la riduzione delle emissioni e il passaggio a tecnologie pulite).

Eppure, mentre scrivo, so già che molti lettori bolleranno come “neoliberiste”, “capitaliste”, “inefficaci” tali proposte, preferendo ad esse le fallimentari politiche da decenni messe in campo dai nostri governi.

In fondo un motivo ci deve essere perché siamo in declino da 40 anni, o no?


Il Caffè e l’Opinione

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