Pernigotti: la norma inutile che non salva il Made in Italy

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Il caso Pernigotti, ovvero come fare propaganda a suon di laggi senza considerare il reale benessre di lavoratori e imprese.

Novità: ci sarebbe maretta fra Lega e Movimento 5 Stelle sul Decreto Crescita. Oggetto del contendere sarebbe la “norma Pernigotti” quella intesa a legare al territorio i marchi Made in Italy. Ad annunciarlo, in onore alla norma del mutuo sputtanamento fra alleati di governo, è lo stesso Movimento 5 Stelle, ovviamente via Facebook.


La norma

La norma impone alle proprietà di suddette aziende di notificare al MISE le ragioni legate alla chiusura di uno stabilimento, con relativo licenziamento collettivo. Da quel momento ha 90 gg di tempo per dare seguito a eventuali proposte di acquisto, se questo non succede, o in mancanza delle stesse, il MISE potrà nominare un commissario straordinario a carico dell’impresa che avrà 3 mesi per cercare acquirenti. Se la proprietà rifiutasse la vendita scatterebbe una sanzione del 2% del fatturato medio degli ultimi 5 anni di esercizi.

Non è esproprio, ma poco ci manca: si tratta di una forma di vendita forzata che, ad occhio, contrasta con un po’ di direttive europee e ordinamento costituzionale, oltre a non avere granché senso, se non quello di guadagnare qualche voto in vista delle europee.

Non è dato sapere da cosa sia giustificata l’opposizione della Lega, se da un semplice gioco delle parti (approvo A – Pernigotti – mi date B -??? -) o da una reale comprensione dell’idiozia della norma. La speranza, quella che è sempre l’ultima a morire, opterebbe a sperare nella prima, l’osservazione del funzionamento del Governo e la comprovata – il DEF è anche merito loro – incompetenza dei ministri leghisti – ci farebbe propendere per la prima.

Considerazioni di opportunità politiche a parte, la norma appare non solo bizantina, ma totalmente inutile. Essa si pone l’obiettivo di salvare l’azienda legando ad esso – secondo la distorsione del “modello Superfisso”, per cui il lavoro è dato e per il lavoratore non esiste alternativa possibile a quell’impresa – il destino quasi metafisico dei propri lavoratori. Se il fine può essere giusto – incentivare l’occupazione – la norma sbaglia il mezzo – forzare le vendite delle società a priori di qualsiasi motivazione economica – e l’interpretazione stessa del problema occupazionale ed imprenditoriale.



Il caso Pernigotti

La dimostrazione è insita nella vicenda dell’azienda novese. Nel 2013, Averna, la quale aveva comprato la Pernigotti nel 1995 dall’ultimo erede, Stefano, cede il 100% dell’impresa comprensivo di marchio al gruppo turco Sanset di proprietà della famiglia Toksöz.

Arrivando a Novi, i nuovi proprietari dichiarano: “Manterremo e potenzieremo l’attuale struttura, sviluppando l’attività in nuove e interessanti aree geografiche, […] introdurremo Pernigotti nel mercato turco cosi come in altri importanti paesi”. Così fanno per cinque anni, la produzione rimane nello stabilimento di Novi Ligure così come i 150 dipendenti Pernigotti. Un lustro di investimenti, ma la società, bilancio 2017 alla mano, perde 8 mln di euro l’anno a fronte di un fatturato di 10 mln.

Al seguito delle perdite, nel 2018 Sanset decide di chiudere lo stabilimento di Novi con l’obiettivo di terziarizzare la produzione “attraverso l’individuazione di eventuali partner potenzialmente interessati all’acquisizione o alla gestione degli asset produttivi di Novi per ricollocare il maggior numero possibile di lavoratori”.

Arriva l’interesse di Laica, società di Arona che propone acquisizione della produzione in conto terzi comprensiva di rilancio dello stabilimento di Novi per le creme, ovvero la cioccolata. Dalla Romagna arriva anche l’offerta di Giordano Emendatori, pronto a rilevare la divisione gelati.


Il problema occupazionale

L’attualità è fatta di trattative, ritardi, tempi che si allungano e Laica che pospone l’inizio della produzione al 2020 chiedendo a Sanset di mantenere, nel frattempo, aperto l’impianto. Dalla Romagna, Emendatori, osservati i conti di Pernigotti, dimezza intanto l’offerta di acquisizione.

Quanto emerge è che la decisione di Sanset è dettata dalla valutazione dei costi e benefici dell’azienda, i quali, non rompendo alcuna legge dello Stato italiano, rimangono legittimi al di là del giudizio morale individuale.

Non è neanche un problema di “stranieri brutti e cattivi che ci rubano i marchi”, visto che guardando i fatti, a) Sanset è rimasta cinque anni in Italia, b) l’azienda non ha utili e c) il marchio e la produzione, tranne una parte che andrebbe in Turchia, rimarrebbero nel nostro paese.

Il problema, se c’è è sociale, ovvero l’impatto della chiusura dello stabilimento sui 150 dipendenti di Novi Ligure. Equiparare Pernigotti – o Campari, Sprerlari, Averna – alla “Mozzarella di Bufala campana”, la “Salama da sugo di Ferrara”, il “Barolo” non da nessun reale beneficio all’occupazione.


La norma inutile

Una cosa è un “prodotto tradizionale”, un’altra è un “marchio tradizionale”, un’altra ancora il know-how aziendale/territoriale. La cioccolata prodotta da Laica per Pernigotti non solo sarebbe prodotta in Piemonte, ma in gran parte nello stesso stabilimento di Novi Ligure. Il mercato sta già facendo quanto vorrebbe fare il legislatore, in maniera libera.

Che senso ha legare un’impresa, ovvero un ente privato e libero, ad un territorio?

Secondo questo concetto che dovrebbero dire gli imperiesi che si sono visti spostare Olio Sasso da Imperia e Tortona, o la Agnesi chiudere l’ultimo stabilimento locale a favore di quelli extra-liguri? In entrambi i casi la produzione è rimasta italiana, esattamente come sarebbe con lo spostamento di Pernigotti ad Arona.



Sistema italia

Il vero quid del caso Pernigotti, è che Sanset è andata in Piemonte per investire e dopo 5 anni con utili negativi, ha desistito. Dobbiamo indugiare nella retorica sovranista dello straniero cattivo o forse il problema è del Sistema paese, lo steso che fra burocrazia farraginosa e costo del lavoro tengono la produttività del paese piatta da 30 anni?

Il caso “Pernigotti” è solo la più recente declinazione del nostro problema strutturale, ovvero se convenga, o meno, fare impresa in Italia, soprattutto, e non me: “conviene fare impresa in Italia o no”? Soprattutto, e non me ne vogliano i fan del cioccolato, sono uno di voi, se l’impresa in questione non ha prodotti ad alto valore aggiunto. Lo so che fa male sentirlo dire e che i cioccolatini Pernigotti sono buoni, ma il problema è questo (e non fate paragoni con Venchi, 950 dipendenti e 10 milioni di utili né, tantomeno, con Ferrero, circa 36.000 dipendenti e 734 milioni di utili).

Forse, invece di fare norme idiotiche e propagandistiche nell’ancor più propagandistico “Decreto Crescita” si inserisse un taglio del cuneo fiscale alle imprese e ai lavoratori o si snellisse tutto il comparto burocratico, le aziende Made in Italy, in Italy ci rimarrebbero.

Altrimenti si faccia pure la norma Pernigotti, preserveremo forse qualche nome e tante belle imprese… chiuse. In barba a straniere e lavoratori, ma vuoi mettere “l’orgoglio nazionale” di essere disoccupato per colpa del tuo Governo?

 

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