Patrimoniale: Landini ha torto, non serve a rilanciare il paese

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La Patrimoniale: il grande inganno di una classe dirigente che rimane incapace di agire, ma possiede moltissima fanstasia.

La patrimoniale non può, non deve e non è la soluzione a ogni male. Ciononostante, essa viene invocata da un paio di settimane – di nuovo – come la chiave per la risoluzione della stagnazione economica del paese. Non si tratta, però, del grande ritorno del cavallo di battaglia della Sinistra massimalista (“tassiamo il 10% ricco per redistribuire ai ceti deboli” di bertinottiana memoria), ma della sua ultima e più riformulazione: tassiamo i patrimoni e/o ri risparmi degli italiani per finanziare la crescita del paese.

Quello che non riesce a fare lo Stato organizzando la spesa, lo faccio il popolo!

Pura follia dadaista.


La NON patrimoniale di Minenna

Una prima citazione, laterale, quasi sussurrata, arriva da un articolo di Marcello Minenna – economista ex-giunta Raggi e, per sua ammissione, vicino alle posizioni del MoVimento 5 Stelle – su il Sole 24 Ore.

Per Minenna la patrimoniale sul risparmio privato “paventata da Bruxelles” (falso, la Commissione non ha paventato o consigliato un bel niente) che vada a risanare il debito italiano sarebbe da evitare in ogni modo. Per farlo, de facto, egli propone l’introduzione di una patrimoniale pro-edilizia da generarsi mediante la creazione di un “nuovo paradigma finanziario” che trovi “nella garanzia dello Stato e nella leva finanziaria del risparmio nazionale le proprie strutture portanti”.

L’articolo, degno dell’azzeccagarbugli, prevede uno “sblocca appalti finanziario” fatto di “simil-BTP da dedicare ai risparmiatori e titoli più rischiosi, ma con maggiori opportunità di rendimento per gli investitori istituzionali”. L’obiettivo di tale “opera di ingegneria finanziaria” (termini che riecheggiano il Tremonti del 2009-2011), servirebbero per raccogliere attraverso i depositi bancari il capitale necessario al riavvio dei cantieri edilizi. Ovvero per attingere a quei “1400 miliardi di liquidità su conti degli italiani che aspettano [?!?] un impiego sicuro ed alternativo” e che altro non sono che il monte dei conto-correnti dei cittadini italiani.

Non il prelievo forzoso della patrimoniale classica, ma un sistema soft ammantata di patriottismo per cui lo Stato (quello buono di cui noi tutti ci fidiamo) garantisce le banche che investono i soldi dei risparmiatori. Perché al di là della pillola dorata, di quello si tratta, detta in maniera chiara.


La patrimoniale di Landini

Nella stessa giornata, mentre gli anlisti cercavano ancora di intellegire il complesso meccanismo proposto da Minenna, i risparmi/patrimonio degli italiani sono stati riportati al centro dell’attenzione da Maurizio Landini.

In un’intervista a Repubblica, cogliendo a piene mani dalle teorie di Piketty [per chi voglia approfondire, NdR], il neo-segretario della CGIL ha lanciato l’idea di “tributo di equità contro le diseguaglianze” da usare per “un piano straordinario di investimenti pubblici e privati”: “basta aprire gli occhi per vedere come le disuguaglianze siano cresciute enormemente”.

“Bisogna intervenire sulle ricchezze per una lotta contro le diseguaglianze” in modo da generare – chosa il segretario – “un’idea di sistema Paese basata su un nuovo modello di sviluppo centrato sulla sostenibilità ambientale, partendo dalla manutenzione del territorio, dalle infrastrutture sociali, materiali e digitali”.

Riecheggiando Minenna, Landini non esclude neanche “la possibilità di sperimentare veicoli finanziari alimentati da banche e Cassa Depositi e Presiti [il deposito postale, per capirsi, NdR] finalizzati a investimenti e politiche industriali”.

Un Minenna 2.0 senza doratura della pillola.



La dura realtà

Evviva i risparmi che salveranno il paese, quindi, peccato che la realtà contrasti, e non poco, con le basi dei ragionamenti di Minenna e Landini.

Una realtà in cui la patrimoniale, sia quella mascherata dell’economista che quella concreta del sindacalista, non hanno alcun senso di esistere, soprattutto se declinate come mezzo atto a risollevare il PIL italiano, a rilanciare l’edilizia e ammodernare il paese. Sì, viviamo in un sistema diseguale dove il risparmio è spesso lasciato in banca, ma la colpa non è delle imprese cattive, della finanza malvagia o, peggio ancora, dell’egoismo dei risparmatori, ma di una stagnazione economica alimentata e foraggiata da una pressione fiscale anticoncorrenziale e atta a finanziare una macchina pubblica inefficiente.

Ovvero, puoi anche fare “ingegneria fiscale e finanziaria”, ma se questo serve per alimentare un sistema alla base che rimane malato – la piccola/media impresa italiana dalla produttiva negativa – dai solo un calcio alla lattina, ma prima o poi il muro lo trovi.


La diseguaglianza in Italia

Lo spiega molto bene Carlo Stagnaro direttore dell’Osservatorio sull’economia digitale dell’Istituto Bruno Leoni (quell’economia digitale che viene citata proprio da Landini) in un lungo thread su Twitter di risposta a Landini.

Al contrario di quanto sostenuto dal sindacalista l’Italia del 2019 non sarebbe un paese frantumanto dalle diseguaglianze sociali né un paese in cui i grandi patrimoni non vengono tassati (N.B.: ricordiamo che per essere tassati si parla di patrimoni dichiarati e visibili, non del nero che, per sua stessa definizione, è evasione fiscale e non verrebbe mai tassato da nessuna patrimoniale esistente). Stando, infatti, a quanto misurabile dall’indice Gini (una comune misura di disuguaglianza) non è vero che i ricchi si siano arricchiti durante la crisi ecomica, la diseguaglianza, dimostra Stagnaro, è “moderatamente cresciuta negli anni della recessione, ma prima era scesa, e oggi siamo grossomodo dove eravamo nel 2003” ovvero al 35,5%, un dato che ci pone sì sopra la Germania, ma sotto la Spagna.

Analizzando poi la serie storica si nota che il Gini “valeva 50,4% nel 1861, 48,5% nel 1901, 45% nel 1931, 41,6% nel 1948, 32,9% nel 1978 e da allora oscilla attorno a questo valore”.  In pratica, la diseguaglianza in Italia è progressivamente scesa dall’unità ad oggi fino ad incagliarsi attorno al 1978: non una data qualunque, ma la stessa dove la produttività (Total Factor Productivity) del sistema Italia ha cominciato a stagnare.



Stagnazione e fiscalità

Stagna l’economia, stagnano i salari, stagna anche Gini. “L’ineguale distribuzione della ricchezza è l’effetto del problema” non la sua causa argomenta Stagnaro e il sistema fiscale ne è corresponsabile in quanto si trova ad alimentare una macchina statale palesemente inefficiente.

La pressione fiscale reale, in Italia equivale al 43% del PIL di cui 1.4% è gettito proveniente da imposte sui beni immobili (patrimonio immobiliare) e 1.3% da altri tipi di patrimoni. Sono dati che ci pongono al quinto posto in Europa dopo Francia, Danimarca e Gran Bretagna e prima di Olanda, Germania, Irlanda e Svezia. Da notare, inoltre, che se escludiamo dal PIL italiano il nero, che è inserito in esso come stima, tale pressione (definita effetiva o legale) supera il 53%.

Non siamo, quindi, un paese “generoso” nei confronti dei patrimoni come non lo siamo nei confronti dei salari, ma lo siamo sicuramente a favore del nero. Forse possiamo essere un paese diseguale, ma non uno da necessitare misure drastiche di riequilibrio, perché siamo, prima di tutto, un paese in stagnazione sociale, economica e imprenditoriale.

Siamo in una crisi strutturale in cui gran parte della nostra classe dirigente, indipendentemente dal colore politico, cerca la formuletta del successo rapido.


L’inutilità della patrimoniale

Non sarà e non può essere una patrimoniale a salvarci, anche perché, per farlo dovrebbe a) essere destinata a ripianare il debito fornendo un po’ di ossigeno ai conti pubblici e b) dovrebbe essere fatta su larga scala e previa riforma del Catasto. Non solo c) sarebbe inutile senza una sostanziale riforma del Sistema Paese onde evitare che, dopo la boccata d’ossigeno, il paese ritorni a soffocare all’interno dei suoi problemi strutturali.

Non serve neanche inventarsi, come fa Minenna, nuova ingegneria fiscale/finanziaria, perché questa andrebbe solo a trovare un’altra fonte da cui lo Stato può attingere per alimentare un sistema imprenditoriale che è, di suo, già malato. Anche qui si ritornerebbe al punto di partenza.

La soluzione?

Portare a termine quelle benedette riforme che ci vengono sbandierate dal 1994 da ogni governo e che non vengono fatte perché ognuno vuole il meglio per l’Italia, ma con i soldi e i sacrifici degli altri, soprattutto se si tratta di annullare delle rendite di posizione che vanno dal piccolo commerciante alla grande impresa, dal lavoratore nel pubblico impiego al manager pubblico.

Le stesse riforme che sono all’interno anche dell’ultima rapporto OECD/OCSE tanto contestato da Di Maio. Si tratta di andare a liberare risorse economiche e di riformare il mercato del lavoro intervenendo sul cuneo fiscale che è poi lo stesso strumento che va ad alimentare una macchina statale votata – anche con questo Governo – a politiche redistributive di corto raggio e imperniate quasi esclusivamente sul sistema pensionistico.


 


Citando, ancora, Stagnaro in un articolo con Luciano Capone per il Foglio:

“L’Italia ha una disuguaglianza dei redditi di mercato – ovvero prima dell’intervento dello stato – tra le più basse del continente, oltre 3 punti al di sotto della media europea (51,9 Ue27 e 48,6 Italia). Mentre ha una disuguaglianza dei redditi disponibili – ovvero dopo che lo stato interviene attraverso il prelievo e la redistribuzione fiscale – 1,4 punti superiore alla media europea (31 Ue e 32,4 Italia)”.

Capite il problema?

Tassiamo moltissimo il lavoro, riducendone la produttività e quindi andando a colpire i salari reali delle persone bloccandone la mobilità sociale durante il periodo lavorativo per spostare il “riequilibrio” al periodo improduttivo: la pensione.

Un giochetto, però, che la contrazione delle coorti anagrafiche sta andando a spezzare. Per i nati dalla seconda metà degli anni 70 in poi, infatti, non ci sarà riequilibrio che tenga. A loro è stata negata la possibilità di scalata sociale durante il periodo lavorativo anche a colpa della precarizzazione mediante partita IVA e a loro verrà anche negata, a causa della contrazione demografica, il riequilibrio in età pensionistica.

No, non sarà una patrimoniale a salvarci, ma solo lo smettere di andare dietro a falsi (cattivi) maestri come Landini e Minenna.


il Caffè e l’Opinione

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