Le regionali e il taglio dei parlamentari non salvano il paese dal declino

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L’Emilia Romagna o il taglio dei parlamentari sono più importanti della disoccupazione giovanile o della sostenibilità delle pensioni?

No, mi spiace, il taglio dei parlamentari non riesce ad appassionarmi, così come la nuova legge elettorale o l’ennesima svolta del PD che diventa “partito nuovo, non un nuovo partito”.

O le mille fibrillazioni interne al 5 Stelle.

O, infine, le elezioni in Emilia Romagna.

Non riesco, perché ognuno di questi che consideriamo temi caldi del dibattito politico non fanno che reiterare il solito schema: parliamo sempre e solo dei partiti.

Al punto che, ancora una volta come nel 2018 e nel 2019, l’attività di governo è ferma in attesa delle elezioni in Emilia Romagna, perché è oramai scontato che un’elezione locale decide le sorti del governo nazionale. Aspettando questo o quello perdiamo tempo per risolvere gli altri temi: la disoccupazione giovanile, la non sostenibilità del sistema pensionistico attuale e la mancanza di innovazione nel paese. 

Il tutto per appassionarci a temi che, sotto la retorica, non sono che il solito cambiare tutto per non far cambiare niente. 



Taglio dei parlamentari

La ratio dietro l’iniziativa fortemente voluta dal 5 Stelle è che l’italia avrebbe “troppi parlamentari” che “costano troppo” e, soprattutto “non fanno niente”.

Sorvolando sul fatto che il lavoro del parlamentare non si limita alla seduta parlamentare, ma si svolge anche nelle aule della commissione e nel suo ufficio e seguiamo la logica del governo, nella migliore delle ipotesi, lo Stato italiano risparmierebbe lo 0,004% all’anno.

Cifra che scenderebbe, nell’analisi di Carlo Cottarelli, allo 0,002%, ovvero 100 mln di euro. Una cifra irrisoria rispetto al monte della spesa amministrativa italiana fatta di enti locali, comuni, comunità montane, città metropolitane, regioni etc. a spese del corretto funzionamento della democrazia rappresentativa.

Il nostro parlamento ha un rappresentante per ogni 100.000 abitanti, che diventerebbe 0,6 con il taglio equivalente al dato più basso d’Europa [così possiamo cominciare la battaglia per avere maggiore rappresentanza fra 3-5 anni, NdR].

Non solo, con 945 parlamentari divisi fra due camere, abbiamo un contingente più ampio di Francia e Germania, paesi più popolosi, ma che non adottano il bicameralismo perfetto: non a caso sia il Senato transalpino che quello tedesco sono eletti in maniera indiretta.

Il taglio dei parlamentari non garantisce più efficienza, soprattutto quando l’attività legislativa si muove fra decretazione d’urgenza, stalli operativi dovuti a pause elettorali locali o ricorso esasperato alla fiducia.

Si tratta, quindi, del guscio vuoto di una riforma: un taglio numerico e un hashtag da dare in pasto alle folle, se poi sarà sensato o utile si vedrà in seguito.


Germanincum

Leggo su La Stampa che per il ministro Dario Franceschini, considerato il leader ombra del PD di governo, il “modello tedesco [il Germanicum, NdR]” sarebbe lo strumento legislativo giusto per ristabilire un “bipolarismo positivo” e “garantire la stabilità”. Permetterebbe, inoltre, di evitare la trappola delle alleanze pre-elettorali a favore della centralità del Parlamento.

Innanzitutto, il sistema tedesco non garantisce il bipolarismo. Lo faceva 30 anni fa quando c’erano tre partiti, ora sono (almeno) 6 ed infatti il “bipolarismo” invocato da Franceschini ha prodotto tre grandi coalizioni nelle ultime quattro legislature. Il Germanicum, inoltre, non vieta la costituzione di cartelli elettorali, per esempio quel M5S-PD riproposto oggi da Bettini, ma di cui già Franceschini si era fatto portatore.

Se non bastasse, ci sarebbe anche il fatto che il Germanicum non è il modello tedesco. Infatti ne rappresenta solo il 50% ovvero la “Zweitestimme” equivalente al nostro proporzionale di lista. Assente la “Erstestimme,”: l’uninominale decisivo per decidere chi ha la maggioranza in parlamento. Dalla Germania si prende anche lo sbarramento al 5% che va a colpire, stranamente, principalmente i piccoli partiti del centrosinistra proprio mentre Zingaretti annuncia il “partito nuovo” aperto a tutti i movimenti civili e alla sinistra.

Ci troviamo di fronte ad un altro guscio vuoto che tornerà utile per proclamare la quarta, quinta o sesta repubblica e non cambiare nulla, almeno non si creda veramente che si possa curare la nostra democrazia e cultura politica con un cambio di legge elettorale.


L’Emilia Romagna

Il 26 gennaio si terranno le regionali in Emilia Romagna, data che segnerà la fine – fino alle prossime elezioni – dello stallo dell’attività di governo incominciato il 27 ottobre, giorno della debacle elettorale del M5S-PD in Umbria.

O così dobbiamo sperare perché potrebbe anche sancire la fine del governo, un’altra crisi e chissà cos’altro. Intanto abbiamo vissuto tre mesi di annunci, interviste e buoni intenti tutto rinviato a dopo le elezioni. In cambio è arrivata una campagna elettorale fatta di lupetti blu, baci ai culatelli e interessantissimi dibattiti farciti di insulti personali.

Un’elezione che, come detto, non mi appassiona perché vedere la politica ridotta ad un candidato evanescente (Bergonzoni), un leader che per vincere si traveste da intellettuale di sinistra e bacia culatelli (Salvini) e un presidente che passa il tempo su Twitter a inseguire e sbertucciare l’avversario (Bonaccini), non mi piace.

Come non mi piace vedere il resto della società impegnata nelle stesse dinamiche: accetto che fare politica in Italia sia diventata una puntata dell’Isola dei Famosi, ma continuo a considerarlo un fallimento di questa società. 

L’Emilia Romagna sarà anche simbolica per il PD e sicuramente la vittoria della Lega potrebbe affossare il Governo Conte II, ma è possibile che nel 2020 rimaniamo l’unico grande paese europeo in cui i governi cadono alle regionali?



Sicurezza

Intanto, mentre cerchiamo di capire se Paragone farà un partito o un programma televisivo [realmente, c’è differenza oramai? NdR], il governo annuncia per l’ennesima volta, a ridosso delle elezioni, la modifica dei decreti sicurezza. Come annunciato, ai tempi, da Di Maio sono stati percepite i rilievi del Quirinale e, come tale, sono stati abbassate le sanzioni alle navi ONG che entrano nei porti italiani dopo un salvataggio in mare.

Non torna la protezione umanitaria nonostante toglierla a prodotto, in un gesto, 30.000 nuovi irregolari. Non cambia il procedimento di “interdizione” dalle acque italiane. Come per la Bossi-Fini, quindi, un governo che si dice di sinistra (PD e LeU) accetta il lavoro sporco del precedente in tema migranti, aiutato dal fatto che andato via Salvini dal Viminale, la stampa italiana abbia ridotto – di molto – l’attenzione sulle ONG che ora stanno in mare giorni – come prima – nell’indifferenza.

Ma non ci importa, l’importante è evitare che la Lega prenda l’Emilia, non governare, non dare una ragione per essere votati o spiegare urbi et orbi perché quelle leggi vanno tolte.


Come non ci importa spiegare che mantenere Quota 100 o proporre di superarla mantenendo l’età pensionabile a 62 anni non sia sostenibile a fronte dell’invecchiamento della popolazione e della disoccupazione giovanile. 

O che le politiche attive per il lavoro non funzionano se non si fa nulla per rendere l’economia del paese più dinamica. O che l’ambiente non si salva a promesse, ma facendo delle scelte politiche e sociali.

Questo è il quadro del paese oggi, 13 gennaio 2020 e se è desolante – o pessimista – è perché appare sempre più chiaro che non siamo un paese proiettato nel futuro ed infatti abbiamo il 23% della popolazione sopra i 65 anni e rimpiangiamo un passato – gli anni 80 – mitizzato senza motivo.


Il Caffè e l’Opinione

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