Brexit, Orban e Italia: i tre problemi della UE – Road to Europe, 24 marzo

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Riusciranno a finire la Brexit? Cosa deciderà la UE sul caso Orban e sull’accordo Cina-Italia? I sondaggi e gli scenari del 24 marzo.

Mancano 2 mesi alle elezioni europee e l’atteso armageddon populista sembra più un miraggio che realtà. Per dimostrarlo, continua la seria Road to Europe, l’aggiornamento dei sondaggi elettorali per i paesi europei considerati “sensibili”.

Questa settimana si parla di Brexit, dell’accordo Italia-Cina, del caso Orban e della nascita della nuova destra olandese.

Legenda: PPE=popolari; S&D=socialisti e democratici; ALDE=liberaldemocratici; EELV=verdi; EUL/NGL=sinistra; ENF=Europa delle Nazioni; ECR=Conservatori; EFDD=Democrazia Diretta.


Brexit: forse votano o forse no

La Brexit assomiglia sempre di più ad uno psicodramma collettivo che ad una scelta o un processo politico. In breve:

  • la UE ha concesso ha Theresa May una proroga o a) fino al 21 maggio qualora venisse approvato il suo accordo o b) fino al 12 aprile qualora questo venga, per la terza volta, rifiutato dai Comuni;
  • Theresa May accusa il Parlamento di lavorare contro il popolo e la decisione del 2016 di perseguire la Brexit;
  • sottolinea, inoltre, come l’unica Brexit possibile sia quella del suo accordo se la UK “vuole uscire dall’Unione Doganale”;
  • in piazza oltre 1 milione di persone manifesta per avere la possibilità di far votare il paese direttamente sulla Brexit, visto lo stato di stallo della politica;
  • online una petizione ufficiale al Parlamento sul secondo referendum ha toccato quota 5 milioni di sottoscrittori;
  • per i sondaggi il Remain sarebbe al 54%, il dato più alto registrato negli ultimi 12 mesi (nelle settimane prima del referendum era al 50%, prese il 49);
  • nel Labour alcune delle prime file del partito si schierano contro Corbyn e la sua posizione ambivalente sul secondo referendum;
  • nel Governo, il Cancelliere Hammonds dichiara “il secondo referendum è una opzione da vagliare”;
  • in settimana i Brexiters dovranno decidere se appoggiare May o andare verso il No Deal, anche se questo volesse dire partecipare alle elezioni europee;
  • in pochi, oramai, difendono la May, le cui dimensioni, per molti, sarebbero propedeutiche ad un cambio di direzione.

In sostanza La UE dice di no a qualsiasi piano alternativo che riapra le contrattazioni sul breve termine. O accordo May o No Deal almeno finché la Brexit comprenderà l’uscita dall’Unione doganale. Un secco, ma diplomatico, NO alle proposte di Jeremy Corbyn.

Gran Bretagna – attuali sondaggi per House of Commons

Tories (ECR): 38%

Labour (S&D): 34%

LibDem (ALDE): 8%

UKIP (EFDD): 7%

Scottish National Party (EELV): 5.0%



L’Italia, questa sconosciuta

Se la Brexit conferma la sua imprevedibilità, l’Italia non è da meno. L’ultimo esempio è legato agli accordi firmati con la Cina. In un primo momento si è parlato di totale adesione di Roma al progetto di Xi Jingping.

Dopo le prese di posizione degli USA e del resto della UE (per cui la Cina sarebbe un “rivale sistemico”), il Governo ha fatto un passo indietro parlando del Memorandum d’Intesa in qualità di accordo generale, scevro da patti infrastrutturali. Alla vigilia della firma, inoltre, si dava per certo che le telecomunicazioni fossero escluse dai patti, ma il giorno della firma il paese si è accorto che era tutto falso.

Il testo definitivo riporta, infatti, che “le parti collaboreranno nello sviluppo della connettività infrastrutturale, compresi aspetti quali le modalità di finanziamento, l’interoperabilità e la logistica, in settori di reciproco interesse (quali strade, ferrovie, ponti, aviazione civile, porti, energia–incluse le energie rinnovabili e il gas naturale e telecomunicazioni)”.

Tradotto significa:

  • il 5G di Huawei è parte dell’accordo, come voleva la Cina;
  • i porti di Genova e Trieste sono parte dell’accordo, come voleva la Cina;
  • si avanza l’idea di un intervento cinese su Alitalia (aviazione civile) e strade (Autostrade?);

Intanto il Governo gongola perché potremo spedire le arance in aereo verso Pechino.

Italia – 76 seggi (dati mediani 22 marzo)

Lega (EFN): 28 seggi (32,8%) + 23

PD (S&D): 19 seggi (21%) – 12

M5s (EFDD): 17 seggi (19,9%) +- 0

FI (PPE): 9 seggi (11,7%) – 7

FdI (ECR): 4 seggi (4,9) + 4


Il pasticciaccio Orban

Il PPE ha deciso di non decidere sul caso Orban/Fidesz, ovvero se espellere il partito ungherese in seguito alla campagna anti-Bruxelles e anti-migranti – “l’Europa mette a repentaglio la sicurezza dell’Ungheria” – che ha Jean-Claude Juncker (PPE) come suo principale obiettivo.

Fidesz non viene espulso, ma sospeso e messo sotto osservazione. Riotterà la completa partecipazione al PPE solo se rispetterà 3 clausole:

  • abbandonare la campagna anti-Juncker;
  • riconoscere il danno perpetrato (ovvero chiedere scusa);
  • risolvere la disputa legale riguardante la CEU di Budapest.

A Bruxelles, come sempre, Orban si scusa, poi torna a Budapest e dichiara: “non dobbiamo mollare, non dobbiamo avere paura se l’avversario si lamenta e ci attacca con l’indignazione di colui il cui piano è stato svelato”.

Lapidario Macron sul PPE: quanto successo “dimostra che la priorità dei popolari è la salvaguardia del clan” piuttosto che “la forza delle idee”.

Ungheria – 21 seggi (dati mediani 21 marzo)

Fidesz & Partito Popolare Cristiano Democratico (PPE): 13 seggi (50.37%) + 1

Jobbik (Indipendente): 3 seggi (15,37%) –

Socialisti (S&D): 3 seggi (11,83%) +- 0

Democratici (S&D): 2 seggi (8%) + 1

Francia – 79 seggi (dati mediani 21 marzo)

LREM (nuovo gruppo): 24 seggi (23,4%) + 24

RM (ENF): 22 seggi (21%) – 3

Repubblicani (PPE): 13 seggi (13.1%) – 7

Verdi (EELV): 8 seggi (8%) + 2

FI (EUL/NGL): 6 seggi (7.6%) + 2

Socialisti (S&D): 5 seggi (5.7%) – 8



La destra olandese

Per anni Geert Wilders e il suo partito-persona, il PVV, hanno impersonificato l’euroscetticismo olandese. Dopo le elezioni provinciali, valide anche per il Senato, il nuovo volto del fronte nazional-sovranista si chiama Thierry Baudet, leader del Forum per la Democrazia (FVD).

Giovane, istruito e membro delle élite tanto bistrattate da Wilders, Baudet è fortemente anti-UE, anti-Euro, antiglobalizzazione, anti-libero scambio, tradizionalista (“le donne non sono capaci di eccellere in alcuni lavori”, “alla donna piace essere sottomessa”) e anti-migranti. Infatti, più che rosicare altri voti al centrodestra olandese, FVD sta mangiandosi il PVV.

Alle europee, Baudet vorrebbe affiliarsi al gruppo ECR (per il quale motivo FVD ha placato la retorica pro-Nexit).

La situazione in Olanda rimane complessa con 10 partiti in lizza per i 29 seggi olandesi e un quadro estremamente frammentato. Al primo posto il VDD del Premier Rutte, ma liberali, destra e verdi sono raggruppati in un 3% di voti.

Paesi Bassi – 29 seggi (dati mediani 21 marzo)

VVD; D66 (ALDE): 7 seggi (15,4%; 7%) +- 0

FVD, CU (ECR): 4 seggi (12,3%; 4,9%) + 4

GroenLinks (EELV): 4 seggi (11,8%) + 2

Socialisti; Animalisti (EUL/NGL): 4 seggi (8,6%, 4,2%) + 1

PVV (EFN): 3 seggi (10,2%) – 1

CDA (PPE): 3 seggi (7,6%) – 2

PVDA (S&D): 2 seggi (7,5%) – 1



Il Parlamento

TOTALE – 705 seggi (dati mediani 21 marzo)

Il blocco europeista composto da PPE, S&D, ALDE e Macron  onterebbe – al netto di nuove adesioni e delle formazione di un gruppo “Macron”  allargato ai verdi – 403 seggi. Con la partecipazione dei Verdi si arriva a 450 seggi.

PPE: 178 seggi, – 41 (PPE – Fidesz = 165 seggi, – 54)

S&D: 132 seggi, – 56

ALDE: 69 seggi, + 1 (ALDE + LREM = 93 seggi, + 25)

ENF: 61 seggi, + 26

ECR: 60 seggi, – 13

UEL/EGL: 49 seggi, – 2

EELV: 47 seggi, – 5

5S (M5S + Kukiz’15): 24 seggi

EFDD: 15 seggi – 27

Nuovi/altri: 46 seggi


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