OCSE boccia la politica economica del Governo e ha ragione

OCSE, salvini, di Maio

Il Rapporto OCSE ci dice due cose: stiamo andando nella direzione sbagliata e lo stiamo facendo perché ci interessano solo le europee.

Un timido 0.2% per la Commissione Europea. Crescita zero per Confindustria. Recessione con -0.2% del PIL per l’OCSE. Se consideriamo tutti gli altri abbiamo anche Fitch, Fidentiis, IMF, tutti a dire una cosa: non cresceremo.

Questa la pagella di marzo che arriva all’Italia “del Cambiamento”. Una bocciatura

Decimali a parte il concetto è semplice. L’Italia del 2019 non crescerà e, come sempre, soffrirà più di tutti i paesi europei, soffrirà lo slowdown economico entrando in recessione. Un paese normale entrerebbe in allarme e cercherebbe una soluzione, fosse anche un semplice piano di stimolo keynesiano. Un paese dinamico si interrogherebbe sul perché noi rimaniamo costantemente indietro rispetto agli altri. Un paese saggio, infine, si fermerebbe ad ascoltare anche chi, urlando contro un muro di gomma, ripete da 30 anni che il problema è strutturale e non fiscale.

L’Italia, invece, no: fa orecchie da mercante e si offende, aizzando il popolo contro i nemici esterni come se fossimo ancora negli anni 20.


Questo reportage è diviso in due parti. Oggi analizzeremo il Rapporto OCSE e del perché questo costringe l’Italia ed il suo Governo a guardare in faccia la realtà, ovvero che nonostante tutte le belle parole e le promesse, siamo in recessione. Domani, nella seconda parte, torneremo sul caso Cina e quella strana voglia che spinge i politici nostrani a intestardirsi a cercare una soluzione magica che non funziona mai.


L’attacco del governo

Il Ministro dell’Interno Salvini invita i gufi a lasciarli lavorare – ci sono le europee da preparare – e si dichiara orgoglioso di poter dare lavoro a centomila giovani grazie a Quota 100. Il Ministro dello Sviluppo Economico Di Maio accusa l’OCSE di attaccare l’Italia e minaccia di abbandonare l’organizzazione “che propone l’austerity” – falso. lo dice anche Tria, diventato ora scomodo per il governo nella volata elettorale – mentre rivendica il “sappiamo cosa stiamo facendo” citando, DL Crescita e Sblocca Cantieri tanto annunciati quanto fumosi e lontani dal vedere la luce.

Già “cosa stanno facendo”?

Questa è la domanda, perché, ad analizzare atti, proposte e annunci, pare che l’unico orizzonte politico del Governo siano solo e sempre le elezioni europee. Lo si vede nella fretta con cui si procede nel decreto attuativo per rimborsare i risparmiatori in cui si considerano come “truffati” tutti senza far l’opportuna distinzione fra chi ha sottoscritto volontariamente i titoli bancari e chi, invece, se li è trovati in portfolio per decisone bancaria.

C’è bisogno del colpo ad effetto pro-consenso ed allora va bene anche negare la realtà dei numeri – per esempio quelli sulla disoccupazione e su quota 100 – e fare gli sbruffoni: “se l’OCSE ha idee migliori si candidi”. Avendo letto il report, mi verrebe da rispondere: “se fosse possibile, li voterei”.


Il rapporto OCSE

Nella volgata populista che sta strangolando il paese, la pregidiuziale del Governo contro l’OCSE può essere vista come paradigmatica dell’inadeguatezza del nostro esecutivo perché nel leggere le 77 pagine del rapporto, analizzandone i suggerimenti e le proposte, sorge il dubbio che nessuno dei due diarchi, Salvini e Di Maio, e forse neanche i vari Giorgetti, sappiano cosa ci sia scritto e che abbiano risposto, a scopo propagandistico, ai lanci d’agenzia.

Come accade sempre, in supporto sono arrivati i media ‘schierati’. Per Affari Italiani, il Giornale e anche Diego Fusaro (perché siamo un paese che ancora lo ascolta, NdR), “l’OCSE chiede l’abolizione di Quota 100, ma loro vanno in pensione a 51 anni”. Per il Fatto Quotidiano, poi, l’OCSE ha perso la sua qualifica internazionale diventando “parigina” rilanciando il concetto caro a Di Maio dell’aggressione politica all’Italia e dell’appoggio all’austerity.

Peccato che, nel rapporto, non sia fatto riferimento alcuno all’austerity, ma una serie di indicazioni e suggerimenti per rendere sostenibile il debito, incrementare il PIL e rendere più efficiente il Reddito di Cittadinanza.

Per l’organizzazione internazionale il problema italiano, infatti, non è il debito ‘per sé’, quanto la strutturazione dello stesso a fronti di “problemi sociali ed economici che perdurano” e che hanno riportato “il tenore di vita degli italiani al livello rilevato nel 2000” mentre “i tassi di povertà dei giovani restano alti” e si sono ampliate le “grandi disparità regionali”.

A fronte di questa situazione, “il bilancio 2019 persegue giustamente l’obiettivo di assistere i cittadini poveri”, ma, come rilevato anche dall’Osservatorio Conti Pubblici e dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio, “gli effetti positivi sulla crescita dovrebbero essere scarsi, in particolare a medio termine”.



Il bilancio

Quanto indicato dall’OCSE non è un piano a breve scadenza, ma un “necessario pacchetto di ridorme strutturali pluriennali” atto a dare impulso ad “una crescita più solida e inclusiva e ripristini la fiducia nella capacità del Paese di avviare riforme”.

Gli analisti ci invitano a elaborare leggi di bilancio che siano pragmaticamente coerenti con il Patto di Crescita e Stabilità dell’Unione Europea (il Fiscal Compact), come fa, per esempio, il governo polacco (0.8% di deficit).

Aderire a quelle linee guida senza cercare costantemente quella flessibilità che la Commissione Juncker ci ha garantito finora – stimata in 30 miliardi di euro – contribuirebbe a rafforzare la credibilità di bilancio del paese e a far calare il premio di rischio sul debito pubblico, di conseguenza accelerando la diminuzione del debito pubblico

L’Italia, infatti, non è un paese potenzialmente rischio solvibilità solo per via dell’alto debito. Questo limita lo spazio di manovra e rende un paese meno pronto a riformarsi, ma in un regime di controllo delle finanze non va a inficiarne i conti pubblici. Solo che noi non siamo un paese dalla politica fiscale sconclusionata e lo siamo ora come lo eravamo anche prima, da quando, negli anni 70 è esplosa la nostra spesa pubblica. Da quest’ultima dipende lo Spread, come dimostra ampiamente il caso del Giappone (che, peraltro, sta aumentando tasse e età pensionabile proprio per evitare di finire in una spirale di debito crescente).

Ne cercare di stabilizzare il bilancio, sotto accusa sono cadute, con grande rabbia del Governo, Quota 100 e Reddito di Cittadinanza, ma con dei caveat.


Quota 100

Come abbiamo detto prima, alla preoccupazione dell’OCSE, Salvini risponde di aver creato centomila posti di lavoro per i giovani italiani con Quota 100, ma il Ministro si dimentica di dire che secondo un’analisi della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro il ricambio generazionale nel sistema privato sia di un 1 nuovo assunto ogni 3 pensionati (sale a 1 a 10 nel pubblico).

Da una parte questo vuol dire avere un nuovo salario ogni 3 (o 10) pensioni, ma il beneficio sui consumi – e conseguentemente per l’erario – andrebbe a scontrarsi con il conseguente aumento della spesa previdenziale e, come certifica anche l’Osservatorio dei Conti Pubblici dell’Università Cattolica (CPI), “meno spazio per altre forme di spesa pubblica, per la riduzione delle tasse e per rafforzare i conti pubblici”. In sostanza, stiamo aumentando la spesa pubblica – perché il nostro ente pensionistico, l’INPS, non è economicamete autonomo e richiede trasferimenti dall’erario – a fronte di nessun aumento dei redditi produttivi e relativo gettito sia previdenziale che fiscale.

Per questo motivo, continua l’OCSE, Quota 100 “ridurrà la crescita nel medio termine, riducendo l’occupazione tra le persone anziane e, se non applicata in modo equo sotto il profilo attuariale, accrescerà la diseguaglianza intergenerazionale e farà aumentare il debito pubblico”.

Questo ci porta direttamente al vulnus per cui Quota 100 non è e non sarà mai sostenibile: la demografia, da cui non si sfugge.


dati: OECD/OCSE


Le coorti anagrafiche

Quello pensionistico è il vero problema del paese, perché possiamo inventarci ogni strumento di “ingegneria fiscale e/o finanziaria”, ma non possiamo far ringiovanire di colpo la popolazione italiana.

Si tratta di un discorso molto lungo e a chi voglia approfondirlo consiglio la lettura integrale del rapporto del CPI, limitandomi qui a riassumerne le parti salienti. Il punto è semplice. La popolazione italiana non è demograficamente omogenea, ma, come tutte quelle europee, ha avuto un boom di nascite nel decennio fra gli anni 60 e metà 70 (i baby boomer), per poi andare progressivamente a calare fino ad oggi. Questo comporta che gli attuali pensionabili, quelli nati negli anni 50 e primi 60, non sono che una minima parte di un grande blocco di lavoratori che andrà in pensione nei prossimi 10 anni. Persone, occorre dirlo, che hanno cominciato a percepire reddito molto prima e quindi a pagare i contributi in anticipo rispetto alle generazione successive. Non solo, l’innalzamento dell’aspettativa di vita comporta che un pensionato non avrà 10-15 anni di pensione d’avanti, ma 20 o più, un periodo che è ben superiore a quanto versato nel corso della propria vita lavorativa, come delinea anche l’Ufficio Parlamentare di Bilancio.

Sostenere la sua pensione richiederà, quindi l’uso dei versamenti INPS dei lavoratori delle classi anagrafiche succesive, le quali, come detto, sono numericamente inferiori a quelle dei baby boomer.

In concreto, dice il CPI, già nel regime precedente, ovvero con la legge Fornero in atto, la spesa pensionistica italiana, equivalente al 15,7% del PIL nel 2015 sarebbe progressivamente aumentata fino al 2040 per assestarsi fra il 18,4 e il 20,5%, da qui in avanti, per via degli adeguamenti della legge Sacconi – sospesi, per ora, dal Governo – e la contrazione delle coorti demografiche, sarebbe poi scesa. Nel nuovo quadro basato su Quota 100, non solo andrebbe a diminuire la popolazione attiva, ma, secondo le simulazioni della Commissione Europea, basate su dati Istat, quindi italiani, essa andrebbe a generare un ulteriore rallentamento del PIL reale dello 0,2% e del tasso di occupazione dello 0,3% non nel futuro, ma già nei prossimi 2 anni di applicazione della norma.

Abolire Quota 100, sostiene il segretario generale dell’Ocse, Angel Gurría, porterebbe a risparmi equivalenti a 40 mld fino al 2025, più del 2% del PIL Italiano.


Reddito di Cittadinanza: obiettivo Germania

Se il giudizio su Quota 100 è totalmente negativo – comprensibile se non si considera che un sistema paese non si regge su un progressivo aumento della popolazione inattiva – sul Reddito di Cittadinanza l’OCSE apre delle porte, non criticando la misura in toto, ma la sua applicazione nel contesto del mercato del lavoro italiano.

Esso stanzia sì “fondi supplementari significativi per i programmi di contrasto alla povertà”, ma “il livello del trasferimento previsto dal programma attuale del nuovo reddito minimo garantito (Reddito di Cittadinanza), rischia di incoraggiare l’occupazione informale e di creare trappole della povertà”.

La sua efficacia “dipenderà in misura cruciale da sostanziali miglioramenti dei programmi di formazione e ricerca di lavoro”. In pratica, visto che RdC è ispirato all’ALG II tedesco, l’OCSE ci suggerisce di procedere nella sua applicazione continuando a seguire la via tracciata da Berlino.

Due sarebbero le aree di azione. Innanzitutto, andrebbero abbassate “le prestazioni del reddito di cittadinanza a circa il 70% della linea di povertà relativa (il 50% del reddito mediano nazionale equivalente)” onde spingere il beneficiario a non adagiarsi e perseguire l’obiettivo della ricerca concreta di un’occupazione. A questo si dovrebbe introdurre “un sistema di assistenza ai lavoratori” e lo “sviluppo di solide partnerships con agenzie di formazione e per la ricerca d’impiego del settore privato” oltre a una “più stretta collaborazione e cooperazione tra centri per l’impiego e i programmi di assistenza sociale dei comuni”.

Centrale sarebbe anche “l’’integrazione degli immigrati tramite corsi di lingua e di formazione professionale” oltre alla “certificazione delle loro competenze” in modo da favorirne l’inclusione sociale e occupazionale.


grafico: OECD/OCSE


Il tema centrale: la produttività

Rivedere Quota 100 e Reddito di Cittadinanza, come fa notare l’OCSE, avrebbe un doppio risultato: abbassare la spesa pubblica e rendere più efficiente e meno “squilibrato” l’intero sistema. Non basta. La vera rivoluzione, però, deve avvenire a livello strutturale, ovvero sulla produttività del sistema paese ed è la famosa ricetta di cui sentiamo parlare da anni in campagna elettorale, ma che poi, per paura dei contraccolpi elettorali, nessun governo fa mai: aumentare la produttività.

“L’aumento della crescita della produttività”, infatti, sarebbe “essenziale per migliorare il tenore di vita e compensare il forte effetto negativo dell’invecchiamento demografico e della diminuzione della popolazione attiva”.

Questo può avvenire riducendo “il cuneo fiscale per i lavoratori a basso reddito e la partecipazione del secondo coniuge alla vita attiva attraverso la diminuzione dei contributi sociali a carico del datore di lavoro”. L’OCSE, così, ci invita, come paese, a promuovere attivamente “la concorrenza nei mercati tuttora protetti, come i servizi professionali e i servizi pubblici locali”. Questo, per l’Italia, significa abbandonare dalla propria confort-zone di un sistema a forte trazione pubblica in cui lo Stato, nelle sue varie forme, non detiene solo gli asset fondamentali del paese, ma, mediante partecipazione, committenza o dirigismo, è al centro di ogni filiera produttiva rendendo, di fatto, il nostro capitalismo acerbo e sussidiato.

Farlo significa parlare chiaro agli italiani, modernizzare il paese anche a costo di rompere quegli asset Stato-impresa e Stato-lavoratori da cui dipendono interi bacini elettorali, che poi è sempre stato, ed è tuttora, il motivo perché queste riforme non si sono mai fatte.


Il problema politico

Eppure, aumentare la produttività del lavoro deve essere la priorità di questo Governo – avrebbe dovuto esserlo anche dei precedenti, tant’è… NdR) e questo può avvenire, da una parte, stimolando le imprese ad investire in nuovi sistemi di produzione (industria 4.0) o tramite la digitalizzazione dell’amministrazione mediante sgravi fiscali, dall’altra incentivando l’occupazione agendo sul costo del lavoro stesso mediante il cuneo fiscale. Incrementarla, sottolinea ancora una volta, l’OCSE è la via diretta per “la crescita dell’occupazione è essenziale per una crescita e un’inclusione sociale più solide”.

A questo scopo è oppurtuno ricordare che il vero dumping salariale italiano non è dattao 2009-2013, né, tantomeno, all’introduzione dell’Euro come vorrebbero i Bagnai e affini che popolano la TV italiana, ma inizia nel 1978 con la prima svalutazione della Lira per proseguire nei rutilanti anni 80 con la stagnazione della produttività che non fu casuale, ma fu il risultato di una politica sciocca e orientata alla sopravvivenza di sè stessa.

Un problema che ci portiamo avanti ancora oggi, nonostante Tangentopoli, nonostante la “rivoluzione liberale” di Berlusconi, nonostante le promesse di Prodi e le rottamazioni di Renzi e nonostante il “cambiamento” già disatteso promesso dai nostri diarchi al governo.



In conclusione

Come si nota dalla lettura del rapporto, non siamo di fronte ad una critica tout-court ai programmi di governo. Non c’è un monito a favore dell’austerity a tutti i costi, come non c’è un giudizio totalmente negativo sul Reddito di Cittadinanza.

Sotto accusa è la volontà del governo di portare avanti ipotetiche politiche pro-occupazione e pro-crescita ignorando del tutto quelle a favore della produttività, la quale rimane l’asse portante dell’occupazione. L’astio del governo verso il rapporto OCSE nasce da qui perché esso li inchioda di fronte alla loro decisione di voler fare tutto subito e velocemente per arrivare in pompa magna alla scadenza elettorale di maggio.

Questo è palese nel caso del Reddito di Cittadinanza, di cui l’OCSE, come fece anche il vicepresidente della Commissione UE Dombrovskis, non criticano l’idea, ma l’applicazione fatta di benefici troppo alti a fronte della totale assenza di un piano di formazione e di una riforma coerente dei centri d’impiego.

Nel lungo periodo, come testimoniano le succitate analisi dei vari osservatori (non solo l’OCSE, ma, soprattutto, UPB e CPI), quest’atteggiamento può diventare distruttivo, eppure i membri del nostro governo continuano a infischiarsene fino a paventare, caso unico al mondo, che il prossimo DEF, che verrà presentato in aprile, sarà senza numeri. Proposte, piani, ma senza cifre o coperture.

Di questo e su come si è conclusa la grande illusione cinese ne parleremo domani.


Il Caffè e l’Opinione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *