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Il vittimismo italico e le balle sovraniste su Nutriscore

Simone Bonzano Instanews Leave a Comment

La dieta mediterranea non è quella di Salvini e Nutriscore non l’attacca come dicono i sovranisti e le lobbies alimentari come Coldiretti.

Come sappiamo, il mondo invidia e allo stesso tempo teme l’Italia: è vero, è così, lo sanno tutti.

I canadesi ci copiano il Parmigiano Reggiano così non lo comprano da noi e ci vendono il grano OGM così ci rovinano la pasta: è vero, è così.

Gli indiani spendono miliardi di dollari e mettono a rischio il titolo in borsa per annichilire ILVA che se tornasse produttiva sai i dolori per l’India e suoi 1,5 miliardi di abitanti: è vero, è così.

La Francia organizza guerre in tutta l’Africa per distruggere ENI e mandare migliaia di migranti nel nostro paese: ci invidiano, è vero, è così.

La Germania, tramite la UE, ci mette lacci e lacciuoli, ci impone regole e Euro impedendoci di spendere e costringendoci a fare cose che gli altri non fanno perché se fossimo liberi, altro che Berlino, altro che Pechino: l’Italia sarebbe il paese esportatore più forte del mondo.

Ed è vero, è proprio così nel fantastico mondo dei sovranisti che si illudono di poter avere così tanta scelta di pasta e pane se usassimo solo grano italiano (fra le altre cose).



I sovranisti alimentari

Questo è un breve sunto di alcune delle balle sovraniste più comuni in rete, un ritratto a tinte vivissime del vittimismo italico: non è mai colpa nostra, ma sempre degli altri. Su questo canovaccio si impostano tutte le campagne sovraniste/identitarie degli ultimi anni: il CETA danneggia gli italiani e ci viene imposto dai tecnocrati (falso in entrambi i casi), la non crescita è colpa della Germania che non spende il surplus commerciale (questo non ho mai capito cosa c’entri) etc.

L’ultima perla della premiata ditta Salvini-Meloni è la seguente: solo in Italia si mangiano cose sane perché siamo il paese della dieta mediterranea e resistiamo ai prodotti della globalizzazione alimentare, ma a loro non basta e vogliono rubarci anche quello. Prima ci rubano le marche storiche (Pernigotti!!!), poi ci costringono a usare prodotti loro (Ferrero! Barilla!!!) e ora ci dicono anche che non sappiamo mangiare: è vero, è così.

La pietra dello scandalo si chiama Nutriscore e, ovviamente, siamo di fronte all’ennesima polemica demagogica e inutile.


Nutriscore

Nutriscore è “un’iniziativa d’informazione nutrizionale” elaborata dai ricercatori dell’Università di Parigi. Si basa su un nutrito patrimonio di pubblicazioni scientifiche (oltre 40) e un generale diffuso supporto della comunità scientifica. Il sistema è stato approvato dal Ministero della Sanità francese e da qui si è diffuso – nella versione originale o in altre leggermente modificate –in altri paesi europei.

L’etichettatura è su base volontaria. Fra i grandi marchi, Nestlé ha scelto di applicare il marchio Nutriscore in tutti i suoi prodotti in Austria, Belgio, Francia e Germania dal 2020, mentre Barilla lo usa già per i suoi prodotti marchiati Harrys (pane e dolci). Insieme a loro ci sono 115 marchi fra cui Findus, Bonduelle, Danone e catene come Auchan, Intermarché e Lidl. Anche Carrefour partecipa ma solo sulle vendite online.

Si tratta di un fenomeno in espansione che ha scatenato le proteste delle lobby italiane. Per Federalimentare il sistema penalizzerebbe il made in Italy, Filiera Italia parla di un sistema che andrebbe “contro  una dieta sana e equilibrata” facendo “il gioco delle multinazionali”, opinione condivisa anche da Coldiretti, Cia-Agricoltori Italiani e Codacons.

L’esempio principe – dicono i gastronazionalisti – è che l’olio d’oliva venga bollato con una C e gli insaccati con una E.



La realtà su Nutriscore

Partiamo dal principio. Rispetto alle critiche, Nutriscore non indica quali alimenti facciano bene e quali no, bensì una scala dei valori nutrizionali dei prodotti alimentari: il punteggio dipende dagli ingredienti e può variare anche su alimento identico, ma prodotto da aziende diverse.

Il sistema si limita a indicare, mediante scala visiva che va da verde ad arancione e da A a E (la stessa usata per l’efficienza energetica degli elettrodomestici), il valore nutrizionale dei singoli prodotti. Questo è calcolato dando peso positivo a legumi e verdure e negativo a grassi e zuccheri.

La stessa cosa che farebbe un nutrizionalista.

L’olio d’oliva si guadagna una C perché è un grasso saturo, il che vuol dire che nutrizionalmente è peggio di una melanzana, ma meglio di burro e margarine che infatti ottengono punteggi più scarsi.

Le discriminazioni denunciate dalle lobbies e immediatamente rilanciate dagli identitari, come le patatine surgelate, sono solo il frutto di un’enorme confusione. Alcuni marchi di patatine, infatti, hanno una A perché si tratta di prodotti non precotti e, a tutti gli effetti, una patata pelata e fatta a listelli. Per confronto, i prodotti precotti e fritti hanno una D o una E. Stessa cosa per gli insaccati, il cui punteggio si basa sulla quantità di grassi presenti nel prodotto.


Le balle sovraniste su Nutriscore

I ricercatori sottolineano che è inaccurato attaccare Nutriscore confrontando tipologie di prodotti diversi, semplicemente perché non è il suo scopo. Esso è stato concepito per la grande distribuzione dove il richiamo visivo è chiaro perché i prodotti sono presentati per categorie merceologiche e Nutriscore può essere allora usato per distinguere il “miglior grasso saturo”, la “miglior merendina” o la “miglior sardina in scatola”.

Si tratta di un sistema perfetto? No, e lo riconoscono anche i ricercatori che lo hanno ideato, perché la scienza ancora non è al 100% certa degli effetti di ogni conservante o addittivo e, alla fine, Nutriscore non può dirti fai movimento, mangia porzioni più piccole etc. Però è ottimale e, soprattutto, non discrimina i prodotti italiani (peraltro ben collocati, se si provasse a fare lo sforzo di comprendere il sistema, ma figuriamoci!) e non c’è nessuna imposizione della UE, visto che per ora la Commissione non sta pensando di applicarlo a livello continentale.

Non c’è una pressione da parte del legislatore e, nonostante il successo, Nutriscore non si sta diffondendo per “volontà delle multinazionali”, ma perché è cresciuta la sensibilità da parte dei consumatori per prodotti dai valori nutrizionali migliori: esiste una domanda, arriva l’offerta, il mercato funziona così e il mercato sono i consumatori.

La realtà, come sempre, è che le lobbies italiane alimentare (spesso coccolate dai politici) non amano perdere il controllo su cosa e come si vende in Italia.


Fondazione Veronesi: la dieta meditteranea

Alla fine, Nutriscore è un attacco alla dieta mediterranea?

Se per “dieta mediterranea” si intende mangiare 300 gr. di carbonara al, tre arancine, due cannoli, quattro fette di nutella al giorno o simili, allora è un serissimo attacco al nostro modo di mangiare, o a quello di Salvini in particolare.

Se invece si intende la vera dieta mediterranea, quella praticata dall’Adriatico al Portogallo, dalla Grecia al Marocco e riassunta dalla Fondazione Veronesi nell’immagine qua sopra, allora no: al massimo ne è una variante e/o un’alternativa nutrizionalmente equivalente. Perché entrambe hanno lo stesso obiettivo: evitare il consumo di alimenti alla lunga dannosi, promuovere lotta ad obesità, diabete e colesterolo, ma, soprattutto, limitare il consumismo alimentare, quello che anche in Italia ha preso il posto della dieta mediterranea.

Nutriscore non dice “evita il San Daniele”, ma dice di limitarne il consumo esattamente come la corretta dieta mediterranea consiglia di mangiarlo una volta a settimana o meno. Il resto è solo fuffa identitaria e sovranista o un attacco all’intelligenza delle persone.


Il Caffè e l’Opinione

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